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L'autonomia del Sud
in un'Europa mediterranea

Basilicata

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LE dichiarazioni del Presidente della Basilicata a favore di una Macroregione meridionale e, nell’immediato, di una conferenza delle Regioni del Sud,  riportano al centro dell’agenda politica i temi delle autonomie e del federalismo (termine come nessuno mai esposto, per ignoranza o malafede a una confusione senza precedenti). Le parole di Pittella giungono nel pieno di un dibattito riscaldato, sul piano nazionale, dal referendum secessionista in Veneto, dall’abolizione delle Province, dal collasso dei Comuni di Roma e Napoli; e sul piano internazionale dalle rivendicazioni indipendentiste della Scozia, della Catalogna e via dicendo. 

Venti anni fa, sulle pagine di Repubblica e della rivista élites, sostenevamo che è di gran lunga preferibile un coerente centralismo alla manipolazione di un sistema istituzionale – il federalismo – fondato su poteri controllati e autoregolati vicini ai cittadini e ai territori. Il risultato dell’insipienza e dell’irresponsabilità di una classe politica, che del federalismo ha ribaltato senso e scopi, moltiplicando burocrazie e tassazione, è sotto gli occhi di tutti.

Gli indicatori del Pil pro capite e della qualità della vita mostrano che la disparità tra il Mezzogiorno e il resto dell’Italia è tornata ai livelli di oltre mezzo secolo fa. Il collasso economico del Sud è marcatissimo nel forte saldo negativo della bilancia commerciale del Mezzogiorno e nella vistosa risalita dei flussi migratori verso il Nord. L’unificazione monetaria e lo svuotamento delle politiche economiche nazionali hanno poi aggravato il divario tra aree centrali sviluppate e periferie sottosviluppate. Insieme ad altri “mezzogiorni” senza sviluppo, il nostro Mezzogiorno – come ha evidenziato il “monito degli economisti” pubblicato di recente dal Financial Times – è incamminato verso una marginalità senza speranza. Ed è davvero stupefacente l’indigenza delle analisi in circolazione, di fronte agli sconvolgimenti, le rotture e i traumi che si susseguono minuto per minuto. Come se una specie di tremenda incertezza avesse paralizzato gli intellettuali di questa parte del paese dentro qualcosa di enorme che si muove. E al pensiero, che dovrebbe comprendere, restasse solo il senso di uno stupore impotente.

A tutti è ormai evidente la necessità di una riflessione (e un’azione) di largo respiro, che vada oltre la semplice individuazione del blocco conservatore che ha isolato e soffocato anche i più timidi tentativi di riforma; che ha avvolto ogni cosa nella spirale del “tutto e subito”, rafforzando invece il “niente e mai”; che ha ostacolato e rinviato ogni decisione. Non serve a molto parlare delle riforme di sistema, dei grandi problemi. Nel Mezzogiorno occorre concentrarsi sulla vita delle piccole comunità, delle imprese, delle comunità scientifiche, oppresse dai vizi del sistema. Un esempio. Poniamo esista una comunità virtuosa (da qualche parte di certo esiste!) soffocata dalla burocrazia, aggredita dall’apparato fiscale, dalla criminalità. Ecco, riformare vuol dire creare le condizioni perché che un sindaco, un imprenditore, un ricercatore possano svolgere le loro funzioni senza diventare eroi classici. In che modo? Sintonizzando (e commisurando) sin da subito i problemi, i criteri di valutazione e i progetti non più sul centro (la Roma ministeriale), ma sui bisogni della propria comunità; incoraggiando i suoi attori virtuosi; sconfiggendo nemici palesi e occulti; cambiando soprattutto la linea di demarcazione del bene e del male, del piccolo e del grande, dell’utile e dell’inutile.

Vi è un’impresa? Bene! Liberiamola dall’oppressione fiscale, dalla foresta pietrificata della burocrazia, dalla morsa criminale, dalle corporazioni, dalla mentalità e dalla cultura anti-imprenditoriale così egemone nell’Italia meridionale. Non ci sarà mai una svolta da Roma senza dieci, cento, mille svolte spontanee, ognuna in rete con altre reti. Insomma, la centralità è nelle azioni di attori sociali e cittadini singoli che intraprendono, sperimentano: soprattutto che rispondono dei successi e dei fallimenti. Cambiare vuol dire, da un lato, legittimare l’iniziativa e l’intraprendenza e, dall’altro, delegittimare le politiche sovraordinate, l’idea che i diritti siano spettanze, la pervasiva allocazione politica delle risorse (e inevitabilmente dei valori). 

Illusioni, utopie? No. Illusorio è ostinarsi a credere che i cambiamenti del Mezzogiorno dipendano da leggi e provvedimenti governativi. I vizi meridionali derivano dalla lunga subordinazione a un centralismo burocratico; dalla delegittimazione della cultura dell’impresa e del lavoro; dall’assistenzialismo clientelare; dall’eterno piagnisteo meridionalista. È una storia iniziata nel 1860, quando la legittima domanda di unità nazionale da parte di minoranze attive divenne annessione-uniformazione, con la distruzione e auto-distruzione dello Stato meridionale storico, cui fece seguito una guerra civile decennale, nella quale si confusero insubordinazione contadina, legittimismo e brigantaggio endemico, concludendosi con la militarizzazione integrale di tutte le province meridionali, il declino dell’economia agraria, una grande ondata di emigrazione. La negazione di ogni autonomia è stata la radice dei nostri mali. Quanto tempo dovrà passare perché lo si riconosca?

Una moderna MacroRegione meridionale potrà competere con il resto del paese, con l’Europa mediterranea e su scala planetaria, se saprà realizzare una drastica innovazione nella selezione di nuove classi dirigenti; se saprà costruire un’area libera in termini di diritto di regole di condotta, di mercato concorrenziale e innovazione culturale, federandosi con le altre macroregioni italiane del centro-nord ed europee. Su questa strada essa potrebbe candidarsi a sede di progetti strategici vitali, sinergie locali, competitività globale, liberando formidabili energie. 

Attenzione, però! Il punto di partenza per il cambiamento del Mezzogiorno non sarà quello di un ennesimo disegno di riforma istituzionale. D’altronde, neppure di questo siamo capaci. No, il punto di partenza dovrà essere la creazione di classi dirigenti (quella politica ne è solo una parte) identificate esistenzialmente con la propria missione. Le nostre malattie non si curano con l’aspirina o con riforme chirurgiche. La cura deve partire da noi stessi. Le minoranze di meridionali illuminati e consapevoli devono diventare attori di un’autosovversione che cambi se stessi, la propria terra, i propri figli. Senza chiedere più niente a nessuno. In un’epoca di formidabili trasformazioni geoeconomiche e geopolitiche favorite e accelerate dalla tecnica, non è affatto irragionevole pensare che l’antica relazionalità mediterranea possa convertirsi in un nuovo senso del noi come comunità, ritrovando la consapevolezza della necessità di metter mano a una vera e propria riforma di mentalità di portata generazionale. Non siamo obbligati ad essere quel caso del destino che è per noi il nostro passato. 

Così come un giorno dovremo tornare a discutere del perché ci siamo piegati alle tavole dei valori dell’Europa fredda che, con il suo sistema dell’impersonalità delle norme, ha colonizzato le nostre menti e ha trasformato la sovranità delle leggi in un rigido governo senza gli uomini; o, per meglio dire, in un governo di pochi uomini su tutti gli altri uomini. Che ne è stato di quell’antropologia mediterranea delle relazioni uomo-uomo, di quell’etica del “faccia a faccia”, che rappresentano una gerarchia di valori del tutto opposta alla freddezza, alla impersonalità, al burocratismo delle norme astratte delle culture non mediterranee?

Senza i paesi mediterranei, l’Europa non è nemmeno concepibile. Dopo gli anni dell’allargamento ad Est, l’Europa è di fronte alla necessità di dotarsi di un ruolo mediterraneo efficace. Se non vogliamo diventare un’area di riserva è necessario un drastico riequilibrio a Sud che rimetta in gioco gli interessi e le vocazioni condivise di Francia, Italia e Spagna. Se il progetto di Unione Mediterranea prenderà corpo con il concorso di tutte le parti interessate saranno molti i vantaggi. Eccone alcuni: 1) una pluralizzazione e decentralizzazione dell’Unione Europea, oggi ingessata e distante dai diversi popoli e regioni dell’Europa; 2) la nascita di un soggetto geopolitico più vicino alle diversità popolari, nazionali, sub-nazionali e regionali, con uno strumento di cooperazione tra entità affini e vicine; 3) la spinta favorevole per poli geo-culturali a identità multipla, con scambi, cooperazione e concorrenza tra le culture mediterranee: un’unitas multiplex distinta dal Nord e Sud del mondo; 4) una cornice giuridica istituzionale più favorevole a relazioni di mercato tra imprese mediterranee, fuori da protezionismi e rendite politiche; 5) un soggetto di politica internazionale che contribuisca a regolare tensioni e conflitti nel Mediterraneo, soprattutto che arrivi dove ONU, UE, NATO hanno fallito o non sono capaci di giungere (cioè contribuire a processi di pace in Medio Oriente); 6) un contributo mediterraneo a nuove relazioni atlantiche bilaterali Europa-Stati-Uniti, con una più efficace garanzia degli interessi congiunti; 7) una politica mediterranea di sicurezza più capace di intervenire sulle fonti e le diramazione delle reti del terrore.

Le nostre istituzioni brillano di una luce simile a quella di costellazioni morte da molto tempo. L’unico atto intellettuale e politico che possa ridare loro senso e dignità è l’invenzione. È questa la posta in gioco. Vero, roba da far tremare le vene ai polsi. Ma è l’unica strada per ridare ai nostri figli il coraggio di restare e la speranza di poter creare in libertà.

 

 

 

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