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Adesso la talpa rischia l'arresto
Avviati gli interrogatori del personale della giunta

Basilicata

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POTENZA - Rischia il carcere la “talpa” di via Verrastro. Resta soltanto da capire se ha commesso qualche errore capace di portare gli investigatori sulle sue tracce.

E’ «installazione di apparecchiature atte ad intercettare o impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche» l’ipotesi di reato su cui si starebbero concentrando gli investigatori dopo le cimici scoperte nel palazzo della giunta regionale. Un’ipotesi aggravata perché il fatto sarebbe stato commesso «in danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio o a causa delle sue funzioni», dato che in sala Verrastro, dove sono stati trovati due dei tre dispositivi, si svolgono incontri e sedute della giunta regionale. Motivo per cui la pena massima prevista dal codice sale fino a 5 anni, superando la soglia oltre cui un pm può chiedere anche l’adozione di misure cautelari.

Intanto, di fronte ai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri, è già iniziata la sfilata dei testimoni per ricostruire tutti i passaggi dalla scoperta delle cimici alla loro consegna. Non si tratta di una pura formalità dal momento che tra i primi accertamenti sui dispositivi verrà svolta anche una ricerca di impronte digitali. Sia all’esterno, dove è plausibile che sia rimasta traccia dei polpastrelli di chi li ha consegnati agli investigatori. Sia all’interno, dove è più difficile che ci sia stata quella che in gergo viene chiamata «una contaminazione» del reperto, che in questo caso è anche il corpo del reato.

Il tecnico al lavoro sull’impianto elettrico della sala al primo piano del palazzo della giunta, gli agenti della vigilanza armata e quelli dello staff del governatore che l’hanno accompagnato a denunciare l’accaduto, devono spiegare se, e in che modo, hanno maneggiato i dispositivi. In particolare il microfono radio-trasmittente che la “talpa” avrebbe piazzato nella canalina dei fili elettrici sotto il tavolone delle riunioni.

Tra tutti e tre i congegni si tratta infatti di quello che desta maggiore interesse, anche perché chi l’ha trovato ha detto che era ancora «caldo», quindi è probabile che fosse addirittura funzionante prima di essere scollegato dalla sua batteria.

Gli altri due potrebbero anche avere una provenienza diversa, atteso che il primo, trovato sempre in sala Verrastro, è apparso «fuori uso» e molto più datato, per quanto privo di scheda di memoria nell’apposito alloggiamento come se qualcuno l’avesse rimossa. Mentre il secondo, uno strumento dall’apparenza tutt’altro che «professionale», è stato trovato al pian terreno del palazzo vicino alle macchinette del caffè, che è un punto di ritrovo più per il personale dipendente che per politici e dirigenti.

Nei giorni scorsi da ambienti investigativi era arrivata una secca smentita sulla possibile provenienza giudiziaria delle «cimici». Ma la loro “artigianalità” era apparsa subito evidente per una serie di circostanze. Infatti il congegno «caldo» trovato in sala Verrastro sarebbe stato alimentato a batteria, mentre di norma quelli “professionali” vengono collegati alla corrente e nascosti dentro lampade, lampadari e cassette elettriche incassate nei muri.

Di più a una sola batteria da 9 volts, che non può garantire autonomia per più di qualche giorno, cosa a cui di norma i “professionisti”, quando proprio non possono appoggiarsi alla rete elettrica, rimediano collegandone insieme svariate. Altrimenti sarebbero costretti a intervenire ogni volta per sostituire quella scarica mettendo a rischio la loro copertura. Un problema che lo spione della Regione non sembra aver preso troppo in considerazione. Forse perché la sua presenza al primo piano del palazzo della giunta può passare del tutto inosservata.   

l.amato@luedi.it

 

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