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Agenda digitale
Come risolvere i problemi infrastrutturali

Basilicata

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POTENZA – Prima qualche numero. Dei “token”, ovvero delle penne usb dentro le quali inserire una scheda sim, per la firma digitale a marzo di quest'anno ne sono state distribuite 7mila 234. Ed è un dato che in Basilicata conta molto, perché indica una marcia quasi inesorabile. Che poi “agenda digitale” significa tante cose, in primis infrastrutture, per quanto internet sembri una cosa intangibile. Per dotare tutti i Comuni, gli enti, le pubbliche amministrazioni e i cittadini della possibilità di utilizzare (ed esplorare) il web c'è bisogno di elementi fisici, di server, di fibre ottiche, di banda e memoria disponibile. Non è un'impresa facile in una regione così piccola e con un gap così grande. La popolazione è per la maggior parte anziana, e anche una penna usb potrebbe causare qualche fraintendimento. Ma intanto si va avanti, tant'è che adesso, per esempio, i ticket sanitari si potranno pagare anche alle Poste, senza fare la fila agli sportelli delle aziende sanitarie. Una cosa che, a breve, sarà anche oggetto di una campagna pubblicitaria.

Non c'è che dire: da quando Bubbico lanciò l'iniziativa dei computer in ogni casa di tempo ne è passato. Ma oggi la Basilicata deve confrontarsi su molto altro, partendo da un dato storico: questa Regione c'era arrivata in tempi non sospetti. Ne abbiamo discusso con Antonio Coluzzi, dirigente dell’Ufficio società dell'Informazione” della Regione e con tutto il suo staff nel palazzo di via Verrastro. Un modo per fare il punto soprattutto su due aspetti: la questione della banda larga, la cosiddetta Adsl veloce, per i Comuni della Basilicata e i gap infrastrutturali e burocratici che ancora stringono i polsi della Regione, a partire dai data center. Questi ultimi non sono altro che enormi stanze con all'interno centinaia di server, di macchine fisiche che raccolgono e memorizzano le informazioni essenziali, compresi, per esempio, i servizi finanziari dei Comuni. Tutto, insomma. Un “tutto” che necessita di sicurezza, di attenzione e ovviamente di programmazione.

Coluzzi all'inizio traccia un po’ quella che è stata l'evoluzione dell'agenda digitale dal Por 2000-2006 ad oggi e di come la questione digitale sia diventata «un problema europeo. Anche perché internet è diventato un fattore di inclusione sociale. Ora il problema è il titolo V della Costituzione. Le Regioni oggi hanno autonomia, il problema è che le azioni statali possono in qualche modo sovrapporsi o entrare in conflitto con quelle regionali». Un esempio lampante sta proprio nei token per la firma digitale e le funzioni che attualmente svolge la tessera sanitaria nazionale. una cosa che all’interno degli uffici stanno analizzando a fondo.

A proposito di firma digitale, questa gestione del token con memoria usb non potrebbe risultare un po’ macchinosa per una persona anziana?

«Il problema ce lo siamo posti ma oggi questo è lo strumento più semplice che abbiamo. D'altronde uno dei problemi dell'agenda digitale sono le competenze. La questione alfabetizzazione esiste ed esisterà sempre. Sappiamo che una fascia di popolazione avrà grosse difficoltà. Per questo vogliamo potenziare le strutture periferiche, fisiche e creare dei servizi di base. Domani avremo una riunione con i Comuni per sollecitare questa cosa».

Ecco appunto, i siti web dei Comuni non sembrano essere tutti “aperti” e accessibili. Alcuni non sono neanche in linea. Cosa si farà nei prossimi anni?

«Il programma è quello di creare un sito standard, un formato unico. È vero che un modello centralistico potrebbe violare la libertà di autonomia dell'istituzione locale, però c'è la necessità di rispettare degli standard in merito a trasparenza e open data. E quindi un’attività centralistica è necessaria, dobbiamo dare a Comuni piccoli con poche risorse la possibilità di erogare gli stessi servizi degli altri».

Ma non il “pacchetto completo”, soltanto una possibilità.

«Appunto. L'ente ha la libertà di scegliere un azienda che gestisce, per esempio, i tributi. Ma questo modello ha delle criticità perché molti Comuni adesso non si possono permettere cose del genere».

La soluzione non sarebbe creare un unico centro dati per tutti i Comuni e gli enti regionali?

«È la nostra strategia, la tecnologia ha dato la possibilità di creare un server e di gestirsi autonomamente i servizi a costi tutto sommato contenuti. Ma internet porta con sé dei problemi di sicurezza e di privacy che non possiamo permettere, e questa problematica di sicurezza implica investimenti urgenti. Attualmente nei centri dati si usano i sistemi di sicurezza “Tier” come quelli militari. Bisogna portare i server a livelli di sicurezza Tier 4 cosa che nemmeno il datacenter regionale ha come certificazione. Per fare questo, ovvero aggiornare l'infrastruttura fisica, spenderemo un milione e 400mila euro. E la nostra strategia va perfettamente in linea con quella nazionale. Attualmente sono censiti 13mila 300 datacenter e noi non possiamo permettere questa polverizzazione, sarebbe ingestibile per la sicurezza».

E allora?

«Si ritorna al modello centralizzato. All'inizio la spesa sarà alta, perché si dovrà lavorare in previsione. Detto semplicemente: avremo tanti server per una richiesta molto più abbondante dell'attuale, ma andremo verso la saturazione. Ma il fatto che un Comune possa acquistare servizi su richiesta di memorizzazione è fondamentale. Oggi questi servizi cloud li stiamo fornendo a 30 Comuni. Abbiamo acquistato risorse di cloud (ovvero server dentro i quali stipare i dati e recuperarli via rete ndr) in attesa del nostro data center».

Su questo è stato fatto un bando di gara scaduto a febbraio, quante offerte sono arrivate?

«C'è da fare una disambiguazione, la gara del 17 febbraio è per la predisporre i locali che ospiteranno i server con una certificazione Tier 4, di fatto fisicamente e informaticamente inviolabili. Poi partiranno i lavori per predisporre le macchine. Abbiamo ricevuto sette offerte».

Sì, ma dove saranno fisicamente questi bunker che conterranno i dati di tutta la pubblica amministrazione?

«Nel palazzo della Regione. Per questo dobbiamo fare interventi infrastrutturali per alzare il livello di sicurezza. Inoltre ci dobbiamo preoccupare anche di avere un'altra struttura che contenga il backup di tutto. In caso di disastro dobbiamo garantire una continuità. E questo altro centro, più piccolo, si sta facendo all'ospedale di Matera. In pratica archivi, dati, e altro saranno duplicati in tempo reale, almeno quelli più importanti che riguardano, per esempio, le finanze dei Comuni. Bisogna immaginare queste stanze come una sala chirurgica: gruppi di continuità, gruppi elettrogeni, sistemi di raffreddamento, accessi controllati, sistemi antincendio».

Che tempi ci sono per fare tutto questo?

«Ecco, altro problema. La pubblica amministrazione cade quando fa le gare. In Consiglio dei ministri è in discussione un disegno di legge per semplificare queste procedure. Oggi per preparare un bando ci mettiamo 4 o 5 mesi. Poi bisogna dare tempo per le offerte, almeno sessanta giorni e poi dobbiamo nominare le commissioni che devono avere il tempo. Tutto questo porta ad un minimo di 14-16 mesi per espletare l'iter della gara. Subito dopo c'è l'affidamento provvisorio, c’è da ottenere le certificazioni antimafia che per multinazionali come quelle chiamate nei nostri bandi sono cose spaventose. Insomma, il tutto si risolve in 14-15 mesi, mentre per il lavoro effettivo sono previsti sei mesi».

Altro vero problema infrastrutturale è quello sulla banda larga e quella ultra larga. Non deve essere facile in Basilicata. In che stato era e come ci si sta muovendo oggi?

«C'è da partire da un presupposto. Nelle riunioni del Mise con gli operatori telefonici l'Italia è stata divisa in aree bianche, grigie e nere. Essere un'area bianca significa essere a fallimento di mercato. In pratica se si investe in quella zona è altamente probabile che non ci si guadagnerà nulla in termini economici. Noi una mappatura l'abbiamo fatta nel 2008: c'erano più di 70 comuni su 131 che erano privi di banda larga. In alcuni di questi abbiamo fatto interventi, attraverso fondi sia regionali che nazionali, utilizzando la società in house del Mise. Dal 2008 ad oggi abbiamo abilitato alla banda larga circa una trentina di Comuni. Ma rimangono più di quaranta Comuni e per andare a saldo abbiamo inventato questo bando dove abbiamo inserito le fonti di finanziamento per le aree rurali e parte dei fondi Fesr, roba da 20 milioni di euro. Il bando era piuttosto particolare perché per le aree rurali abbiamo fatto realizzare le opere rendendole di proprietà della Regione, invece per quanto riguarda il Fesr abbiamo lavorato sul project financing. Detto semplicemente: noi mettiamo una parte soldi e premiamo le aziende che ci propongono maggiori investimenti sulle infrastrutture, in questo caso Fastweb. Alcuni comuni sono stati già collegati, questo significa che i cittadini possono fare contratti di Adsl, ma non per forza con Fastweb. Tutti i lavori dovrebbero finire entro quest'anno. Ma il progetto sta subendo anche delle modifiche, sempre per la questione delle aree a fallimento di mercato. Non ha senso portare la fibra ottica in posti con massimo 10 abitazioni, lo faremo con tecnologie differenti».

E poi c'è la banda ultra larga

«Qui la questione è molto più complicata. Per ottenere i fondi strutturali utili alla banda ultra larga bisogna partire dal presupposto che nessun privato è disposto ad investire in determinate aree. Se un territorio non è oggetto di competizione da parte di privati allora entrano in gioco le politiche di coesione europea. La questione sta tutta qui: le aziende non voglio investire sulla banda ultra larga, non ci guadagnerebbero. Noi, utilizzando i fondi strutturali potremmo anche farci le reti nostre. Ma poi chi le gestisce? Anche con un contributo pubblico del 70% non c'è nessuno che vuole fare la banda ultra larga, perché in questo caso si tratta di portare la fibra ottica direttamente nelle case. Ora, noi stiamo cercando di rimodulare il bando nazionale in base alle reali esigenze della regione. Ovviamente questo non riguarda Potenza e Matera, dove Fastweb e Telecom hanno già dichiarato interesse nell'investire. In questo caso la comunità europea non ci consente di dare incentivi su Potenza e Matera. Detto in maniera più brutale: il business plan non sta in piedi. Non c'è l'interesse economico in Basilicata per la banda ultra larga e la questione la dobbiamo ancora risolvere».

v.panettieri@luedi.it

 

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