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Petrolio, contrordine di Lacorazza
"La Basilicata vuole di più"

Basilicata

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POTENZA - Non è questione di vecchi accordi ancora non pienamente rispettati, nè di singole rivendicazioni su specifiche questioni. La Basilicata ha bisogno di rinegoziare le condizioni generali per proseguire nelle attività estrattive. In un quadro complessivo che tenga insieme ambiente, salute, lavoro, sviluppo e ricerca. Perché il petrolio può rappresentare sì un’opportunità, ma a partire da un nuovo patto, non più rinviabile. E questo, nell’interesse dei lucani, ma anche delle altre parti coinvolte. «Le multinazionali non possono pensare di portare in Basilicata solo le trivelle. Vogliamo ricerca, sull’esempio di quanto è stato fatto a Pavia. Non possiamo accontentarci di qualche milione di royalty in più. In questi anni è maturata una consapevolezza diversa dei territori, a cui deve seguire una nuova contrattazione. E questo necessita soprattutto di un nuovo approccio alla ragioni dei territori da parte delle società del petrolio». Piero Lacorazza, il presidente del Consiglio che arriva dalla valle dell’oro nero, coglie l’occasione della presentazione del nuovo libro di Enzo Vinicio Alliegro, “Il totem nero” (avvenuta ieri sera nella sala A del Consiglio regionale), per delineare la sua idea di via lucana alle estrazioni. Inserendosi nell’attualissimo dibattito sulle novità annunciate in tema di riforma del Titolo V. Ma prendendo anche le mosse dai recenti fatti che si sono verificati in Val d’Agri, quando un gruppo di contestatori ha interrotto il pubblico dibattito che era in corso a Marsico Nuovo sul pozzo Pergola 1. «Ecco - spiega Lacorazza al pubblico intervenuto - Io credo che in quella occasione Eni abbia fatto un passo falso. In un momento come questo, con la tensione che si respira sui territori, con le sfide che arrivano dal Governo nazionale e il governatore Pittella impegnato a costruire un nuovo percorso di coinvolgimento dei cittadini, iniziare il dibattito prospettando la possibilità di un ricorso al Tar, a causa dei ritardi delle procedure amministrative, non è stata una mossa vincente. Di certo non si tratta del segnale che i cittadini si aspettavano». Insomma, per i lucani è un nuovo tempo. «La Basilicata vuole di più». Ecco perché devono remare tutti nella stessa direzione, compagnie comprese: abbassare il livello del conflitto che negli ultimi tempi si è fatto molto alto. «A mio avviso - continua il presidente - si può andare anche oltre il barile in più rispetto all’intesa del ‘99. Ma nuovi pozzi, seppure previsti da vecchi accordi, dovrebbero stare dentro questa rinegoziazione, senza la quale si rischia di rimanere fermi».

E al centro di questo nuovo patto - spiega ancora il presidente del Consiglio - la questione ambientale resta prioritaria. «Penso che la Regione, a esempio, potrebbe promuovere la certificazione dei territori, secondo le procedure Emas, per dare garanzia di qualità di acque, aria e terra. I soldi, com’è evidente, ci sono. Sono quelli del petrolio. Che in questo modo andrebbero spesi nella direzione della salvaguardia dell’ambiente. E ancora, potrebbe essere sviluppato un polo di medicina ambientale che preveda ricerca, prevenzione e cura».

Dal canto loro, le società del petrolio dovrebbero dimostrare un’attenzione maggiore ai lucani. A partire dalla questione lavoro che vede coinvolte anche le aziende dell’indotto. «Garantendo procedure trasparenti per le assunzioni. Eni ci dica di quali profili professionali ha bisogno. La Regione potrà anche farsi carico della loro formazione. Ma poi anche le multinazionali e le imprese dovranno fare la loro parte. Anche rispetto alle gare relative all’affidamento degli appalti. Generalmente affidate secondo il criterio del massimo ribasso, che inevitabilmente finisce per avere conseguenze sui lavoratori».

Ma ognuna di queste istanze non può essere oggetto di una singola contrattazione. Serve un patto più complessivo che tenga dentro tutto gli aspetti. Compreso quello relativo all’esclusione delle royalty dal patto di stabilità. «Condivido appieno l’istanza del presidente Pittella. Ma “strappare” questa concessione non sarà facile. Allora, a mio avviso, andrebbe costruita una soluzione da proporre  a Roma, che risulti conveniente anche lo stesso Stato, attraverso l’utilizzo di procedure amministrative non dirette. Si potrebbe pensare, a esempio, di provare ad anticipare la quota sponda sui fondi comunitari e in cambio chiedere la “deroga” sul patto di stabilità».

Insomma, «occorrono scelte chiare, all’interno di un programma complessivo che concili le attività estrattive con gli interessi dei lucani e che abbracci in maniera organica tutte le controverse questioni relative alle attività legate al petrolio».

m.labanca@luedi.it

 

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