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Pittella e Tosi a confronto a Potenza
L’eurodeputato e il “leghista geneticamente modificato”

Basilicata

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POTENZA - Due rappresentanti istituzionali di comprovate capacità, dal colore politico completamente opposto, chiamati a un confronto su temi delicatissimi, quali Sud, Europa e Paese, con un risultato finale non proprio scontato: Gianni Pittella e Flavio Tosi hanno più punti in comune di quello che sarebbe lecito immaginare. Entrambi candidati alle prossime elezioni europee, sono stati ospiti dell’iniziativa promossa dal Movimento Nuova Repubblica di Alessandro Singetta, con la partecipazione del segretario nazionale, Manfredi Ravetto.

Un momento di confronto, nella sala Inguscio della Regione, partito da un presupposto: le divergenze politiche portano ricchezza al dibattito. Soprattutto se l’interlocutore che si ha di fronte è “un leghista geneticamente modificato” (così lo definisce Pittella) come il sindaco di Verona. Un uomo di partito su posizioni molto meno radicali rispetto a quelle di Borghezio. Ed ecco che ne viene fuori un confronto - moderato dal presidente dell’Ordine dei giornalisti, Mimmo Sammartino - con molti spunti interessanti di riflessione.

A partire dall’idea di base pienamente condivisa da entrambi gli ospiti. L’europarlamentare e il primo cittadino concordano: «E’ vero che l’ingresso nell’Ue per molti Paesi si è tradotta più che altro in vincoli. Ma la soluzione non è uscirne. Perché semplicemente non è possibile». E chi lo propone, «come fa Grillo  - aggiunge l’eurodeputato - dice menzogne». E allora, la questione è diversa. Più che fare un passo indietro, è necessario un passo in avanti. Anche in questo caso l’obiettivo è comune: «L’Italia deve contare di più in Europa». Il sindaco di Verona la mette in termini di maggior peso che il Paese, come contribuente netto, terzo per importanza all’interno dell’Unione, deve avere rispetto a chi da anni fa la parte da leone, ovvero la Germania. «In questi anni - aggiunge il sindaco di Verona - abbiamo avuto sempre un atteggiamento di sudditanza. E allora dobbiamo iniziare a far valere di più le nostre ragioni. Abbiamo il peso per farlo».

Pittella rettifica: «A mio avviso la questione non sta in questi termini. Sono fermamente convinto del fatto che la ragione della crisi che ha investito i Paesi del Meditterraneo vada cercata soprattutto nelle scelte che ha fatto la Commissione. Che sostanzialmente ha sbagliato la diagnosi: si è pensato che la causa di tutti i  mali fosse il debito pubblico. Ma le politiche di austerity non hanno fatto che complicare la situazione. La cura del malato allora va rivista. Ma tutto questo pone anche una questione politica: dobbiamo spingerci oltre e costruire gli Stati Uniti d’Europa. Un’entità politica con un Governo vero. Non è possibile avere una moneta senza Stato. Nè può essere accettabile che  a rappresentare l’Europa davanti a Obama, sia, a esempio, il primo ministro del Lussemburgo. Serve un Governo, politico, economico e fiscale». 

Ma se l’Italia non può uscire dalla Ue, nella stessa misura non può fare a meno del suo Mezzogiorno. Lo dice anche un leghista come Tosi, che ammette: «Non sono mai stato fautore di secessioni. E questo, spesso, mi ha fatto ritrovare anche su posizioni molto diverse con alcuni componenti del partito. Ma certo non si può neanche sottovalutare il segnale di chi, magari, anche attraverso una provocazione, lanciano un messaggio chiaro a Roma: così non va. Credo che il problema in questi anni  sia stato soprattutto un mancato controllo della spesa. Attenzione, sono un sostenitore del federalismo e non ritengo che le competenze in capo alle Regioni siano riportate a Roma

Gli enti locali devono poter spendere. Ma senz far mancare un controllo centrale. Negli ultimi 20 anni i Governi che si sono susseguiti, senza distinzione di bandiera, hanno fatto poco o nulla. Le riforme sono rimaste sulla carta. Innanzitutto è necessario che in Parlamento cessino le guerre tra bande. Mi auguro che Renzi riesca nel suo progetto. Anche se a mio avviso l’Italicum ha un grosso limite: avremo ancora un Parlamento di nominitai».

Sulla questione Sud, Pittella dà i numeri: «Il Pil nazionale, dal 2006, ha perso 100 miliardi proprio  a causa di un Sud claudicante. E questo dà la misura che il Mezzogiorno riveste per il resto del Paese. E’ chiaro che anche noi abbiamo commesso errori. Clientelismi e criminalità sono problemi che dobbiamo risolverci in casa. Ma è pur vero che abbiamo bisogno di strategie nazionali. Penso a esempio alla questione infrastrutture: un terzo del Paese non è servito dall’alta velocità. E questo è incivile. Abbiamo bisogno anche di infrastrutture immateriali, come reti telematiche. Ma io penso anche all’istituzione di zone economiche speciali come è stato fatto in Polonia, per attrarre gli investimenti».

L’eurodeputato lucano prosegue con un suo giudizio sul Governo Renzi: «La sua è una scommessa grandissima. Sta portando avanti riforme rimaste bloccate da tempo immemore. Se ci riuscirà, rimarrà nella storia. E io mi auguro che questo accada».

Sul tema delle infrastrutture batte anche il sindaco di Verona, che però mette al centro del suo intervento anche la necessità di operare quella sburocratizzazione delle procedure amministrative che ha ucciso il Paese. Ma anche sull’esigenza di ridurre la spesa pubblica, con un controllo più serrato sulle risorse assegnate alle Regioni. Mentre, Pittella in fatto di politiche per il lavoro e per la crescita, insiste su tre punti: un quadro di regole del mercato del lavoro che può essere rappresentato dal Job Act; più strumenti di formazione all’estero, anche per i giovani professionisti e non solo per gli studenti; ma soprattutto rilancio degli investimenti. «Il che deve passare necessariamente dalla neutralizzazione del Patto di stabilità. Nemmeno noi vogliamo tornare alle spese folli di qualche anno fa. Ma si può pensare di individuare dei singoli settori (formazione, infrastrutture) sui cui eliminare il vincolo del patto per far ripartire l’economia».

m.labanca@luedi.it

 

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