Salta al contenuto principale

A casa di don Mimì, nel feudo di Lauria
Il racconto della politica e il ritratto dei figli

Basilicata

Tempo di lettura: 
4 minuti 46 secondi

 

Il 13 luglio del 1970, anno della nascita della Regione Basilicata, Domenico Pittella era nell’aula assembleare della provincia in cui ci fu lo storico insediamento del primo consiglio regionale. Saro Zappacosta era un cronista politico del giornale Roma di Napoli e si imbattè nel corridoio del secondo piano nella figura di un signore elegante ma leggermente dubbioso. «Dov’è la stanza del gruppo socialista?», chiese. Era il consigliere regionale del collegio di Lauria, sarebbe diventato senatore. È stato componente del comitato regionale e di quello centrale del partito socialista italiano. Tra i due, negli anni, è andata avanti una conoscenza professionale, fatta di stima e confronto. Questa intervista registrata nella casa di Lauria di Domenico, a cui si aggiunge un giovane giornalista, Luca Arlotto, è l’occasione per attraversare un pezzo di storia locale. Con uno sguardo al presente. Domenico Pittella è il padre del vice presidente del Parlamento europeo, Gianni, e del governatore della regione Basilicata, Marcello.

Quarant’anni dopo, che cosa ricorda dei giorni in cui nasceva la regione Basilicata?

«Ero quasi nuovo alla politica e mi sentivo frastornato. Ma avevo volontà di fare qualcosa e sentivo che la Basilicata aveva bisogno di energie nuove. Penso che fare le cose sia un motivo essenziale della politica. Non tanto le ideologie che poi passano. Ma realizzare le idee. Questo è ciò che conta».

In Senato dal 1972 al 1983. Che cosa le è rimasto nel cuore? Che cosa non avrebbe mai voluto vivere?

«Ciò che mi colpì molto era il tipo di lavoro che in pochi facevamo dalle otto di mattina fino alle nove di sera. Io ero tra i primi a entrare nel palazzo e tra gli ultimi a uscire. Nei quattro giorni in cui ero a Roma, facevo un lavoro eccitante e allo stesso tempo usurante. Sono stato relatore delle leggi più importanti, da quella sulle droghe a quella sull’aborto, fino alla riforma sanitaria che, poi, al tempo fu un po’ travisata. Poi, rispetto a quello che non avrei mai voluto che succedesse, credo che ne parleremo in un’altra occasione. Finirei col commuovermi».

Nella terza legislatura regionale (1980-1985) ritorna il nome dei Pittella:  è quello di Gianni, il suo primogenito. 

«Ho avuto grande stima di Vincenzo Verrastro, un uomo colto, estremamente propenso alla discussione. Per ciò che mi riguarda, una sola pecca: quella di aver presieduto una giunta nella quale sono state mozzate le aspirazioni di un uomo che aveva creato qualcosa di importante, di giusto, di splendido nell’ambito del lagonegrese, la Clinica Pittella che in una seduta fu inabissata e scippata dalle mani del suo proprietario e direttore sanitario».

In quegli anni comincia la lunga carriera politica di Gianni, assessore e consigliere in più legislature. A proposito, si dice che lei abbia un debole per Gianni poiché primogenito…

«Questo non è vero. Ho un debole per tutti i figli. Sono cinque i miei figli e sono amati alla stessa maniera, con la stessa intensità e lo stesso amore».

Qual è la differenza politica tra Gianni e Marcello a livello politico?

«Le sfere politiche dei primi miei due figli son diverse. Gianni ha dimostrato di essere un gran politico a livello europeo. Marcello oggi ha una grande responsabilità nei confronti della popolazione lucana, deve ridare speranza, fiducia e consistenza alla Regione. Ritengo che la mia scelta, perché fu mia la scelta di portare alla Regione Gianni per la prima volta, per l’intelligenza che lo contraddistingue, per la volontà di fare, fu giusta. Di Marcello ho apprezzato lo scatto di orgoglio: primo eletto nell’ambito del Pd non fu riconosciuto dallo stesso Pd come meritevole di un avanzamento politico. E poi gli stessi suoi compagni se lo sono ritrovati a capo della Regione Basilicata. Lo apprezzo perché è un grande lavoratore. E credo di essere più vicino a Marcello perché è un giovane che affronta la vita, le miserie umane, le sofferenze e i disagi della povera gente con entusiasmo, con gioia, con speranza».

Facciamo un passo indietro. La legislatura tra il 1995 e il 2000 è stata quella del caos politico, con i partiti tradizionali scomparsi. Della Famiglia Pittella, in consiglio non c’è nessuno. Qualche anno dopo toccherà a Marcello entrare in quell’aula.

«Ho provato entusiasmo, rinnovato orgoglio e anche una commozione profonda nel vedere il mio secondo figlio perseguire questa volontà di rinascita. Fu una grande gioia sapere della sua elezione».

Ancora una domanda personale. I suoi altri figli seguiranno le orme politiche della famiglia o hanno altre aspirazioni?

«Be’, i miei figli sono molto diversi. Elga prosegue la carriera nell’università. Immacolata Elisa ha sedici anni e quindi è presto per dire se farà politica o meno. Certamente farà il medico perché è appassionata di medicina. Pierdomenico, stando alle cose che vedo adesso, più che politica farà atletica: è un calciatore eccellente, è un ragazzo studioso, bravo».

Che cosa rappresenta la famiglia Pittella a livello politico?

«Non siamo certo una casta. ma solo una famiglia di lucani che hanno provato a mettere qualcosa a disposizione degli altri. Nella professione, nella politica e nella vita di ogni giorno. Anche in virtù di cose che ci sono successe in negativo dettate dall’odio di pochi, dall’invidia di pochi che oggi vivono ai margini della società e che non sono degni neppure di essere nominati. Noi continueremo a fare le cose con amore e passione».

 

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?