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Gianni Pittella, l'europeo d'Italia
"O si fa l'Europa o si muore"

Basilicata

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E’ a una nuova campagna elettorale per le Europee, qual è la parola chiave con la quale differenzia la sua battaglia rispetto alle precedenti?

Svolta. Ogni elezione potenzialmente può rappresentare una svolta. Ma mai in 60 anni l’Europa ha raggiunto un livello così basso di consensi. Mai nella storia il grande percorso di successo dell’Ue ha subito una frenata così brusca. Mai le forze populiste e euroscettiche avevano conquistato il favore di tanti cittadini. Queste elezioni servono per arrestare il declino e per spiegare bene ai cittadini che per uscire dalla crisi non serve meno Europa ma più Europa. A bloccare lo sviluppo dell’Ue non è Bruxelles ma i veti incrociati dei singoli Stati membri.

La sua ricandidatura è passata per una deroga e non sono mancate contestazione circa il rispetto delle regole di partito. C’è stato un momento in cui si è sentito messo in discussione?

Mai. Neanche per un attimo. Nessuno ha messo in discussione il mio lavoro nelle istituzioni e la dedizione che ho riservato per quindici anni alla costruzione degli Stati uniti d’Europa. C’è stato un legittimo dibattito sul regolamento. Non su di me. E cmq la direzione del Pd ha approvato la mia deroga con una maggioranza quasi unanime.

Un’altra domanda sulle candidature: la scelta del Pd di mettere come capoliste tutte donne a me, donna, non è piaciuta molto.. Condivido quello che ha scritto la brava collega Ida Dominijanni: un gadget, un brand, una trovata d’immagine. Lei si è dimostrato uomo di partito e ha accettato. Emiliano no.

Penso che nella decisione di Emiliano siano pesate valutazioni di tipo politico del tutto condivisibili. Il segretario Renzi ha voluto dare un segnale. Condivisibile o meno. Certamente, un segnale di cambiamento rispetto al passato. La domanda è: se ci fossero stati come sempre cinque uomini, qualcuno si sarebbe stupito? Abituiamoci anche al contrario. Tra l’altro la scelta è ricaduta su colleghe molto preparate e soprattutto che credono nella battaglia per un’Europa diversa e migliore.  

Lei è un europeista convinto. In questa campagna elettorale bisogna affrontare innanzitutto i No Euro, sia gli euroscettici di professione sia tutti noi disillusi da una condizione di disagio ormai diffuso. Siamo tutti più poveri, da quando abbiamo la moneta unica. La “colpa” è dell’Euro?

Io credo nell’Europa e nel senso più profondo e ideale dell’Unione europea. Ma, credere nell’Europa, vuol dire anche avere il coraggio di non chiudere gli occhi. Così come è l’Unione europea non funziona. Si è pensato di poter partire dalla moneta e non dalle Istituzioni politiche comuni: questo è il peccato originale di questa Ue. L’Euro senza una vera Banca centrale non può funzionare. Così come una Commissione non votata direttamente dai cittadini o attraverso il Parlamento europeo non può essere legittimata a governare. Bisogna ripartire da una democratizzazione delle istituzioni. Troppo facile scagliarsi contro l’Euro.

Più volte lei ha ribadito la necessità di sovvertire la percezione dell’Europa, un’Europa matrigna e vessatoria, con politiche concrete di allentamento dei vincoli. Pensa che qualcosa sia cambiata con il governo Renzi? E potrebbe cambiare in vista del semestre di guida italiana?

Qui si fa l’Europa o si muore. Non c’è una terza via. Illuderci di poter continuare ad avere un’Unione europea delle banche, dei burocrati, dei veti e dei vincoli, un’Ue degli altissimi principi ma delle decisioni tardive e velleitarie, significa consegnare le chiavi del nostro futuro nelle mani di populisti ed estremisti. L’Unione europea deve cambiare. E non perché è Bruxelles a chiedercelo ma perché sono i nostri figli a pretenderlo. Abbiamo ben chiari tutti i vincoli economici e finanziari. Conosciamo tutte le nostre deficienze. Ma abbiamo ancor più chiara come Italia l’idea dell’Europa che vogliamo. Gli Stati Uniti d’Europa, con un governo europeo votato dagli europei, con una moneta affiancata da una banca europea di ultima istanza, con una politica estera, fiscale e sociale comune. Basta volerlo? Basta sbattere i pugni come qualche euroscettico nostrano propone? No. Serve innanzi tutto essere autorevoli e credibili. E solo se avremo la capacità di riformare le nostre istituzioni nazionali, la nostra economia, il nostro modello di sviluppo, potremo essere forti e credibili a Bruxelles. Ecco perché la sfida al cambiamento lanciata dal governo Renzi non rappresenta solo una possibile svolta per l’Italia. E’ soprattutto una speranza per una nuova Europa che lasceremo ai nostri figli.

A proposito di vincoli e di patto di stabilità: in concreto come è possibile “romperlo” per consentire - ad esempio ad una regione come la Basilicata ricca tra l’altro di risorse aggiuntive provenienti dalle royalty - di rimettere in moto il meccanismo dello sviluppo (e di saldare un po’ di debiti della pubblica amministrazione?

Per ragioni ideologiche sono state applicate politiche di austerità miope che, deprimendo le economie. Il Patto di Stabilità rappresenta la camicia di forza dell’economia europea. Nel lungo periodo – questo è il mio impegno e la mia lotta - è fondamentale pertanto procedere ad una revisione radicale dei dispositivi alla base della politica di bilancio europea (Six- Compact, Two Compact, Fiscal Compact). Nel breve periodo bisogna superare il limite del 3% nel rapporto tra deficit e PIL attraverso l’introduzione di una regola d’oro che permetta di scomputare gli investimenti produttivi pubblici dal calcolo del deficit. La Banca Centrale va trasformata in banca prestatrice di ultima istanza. Il bilancio dell’Unione europea va rimpinguato attraverso un aumento delle risorse proprie. Sulla scia del successo del programma Erasmus, le politiche di ricerca e formazione devono esser sempre più europeizzate. Insomma, ribadisco, non ci vuole meno Europa ma più Europa.

L’Italia ha fatto “i compiti a casa?”, che “scolara” è rispetto agli altri paesi europei, quale affidabilità può dare rispetto al lungo periodo?

Abbiamo avuto decenni di spesa facile e finanza creativa. Ora, è qualche anni che a fronte di enormi sacrifici stiamo rimettendo la nave in carreggiata. Ci sono altri Paesi europei che non possono dire altrettanto. Con i compiti a casa fatti, possiamo essere più incisivi e autorevoli nel richiedere un cambiamento. Questa è la sfida delle sfide.

La prossima programmazione di fondi targati Bruxelles non possono essere sprecati: il Mezzogiorno su cosa può contare?

Certamente non più sul finanziamento delle varie sagre della porchetta o dei funghi. I fondi sono strutturali se sono in grado di migliorare strutturalmente l’esistente. Questo è mancato al sud e più in generale al nostro Paese. La programmazione di progetti interregionali e il finanziamento di idee capaci di creare posti di lavoro di lungo termine. Basta clientele e sagre della polpetta.

A proposito di Sud: cosa pensa della possibile riperimetrazione per macroaree? Ci sono emergenze diverse. Penso alla Calabria, che sembra davvero irrecuperabile. Da dove ripartire?

La Calabria come il sud più in generale ha bisogno di un piano di industrializzazione. Perché non si crea lavoro, sviluppo e cultura senza aziende che investono e industrie che producono. Siamo pieni di cattedrali nel deserto. Il porto di Gioia Tauro doveva essere l’Hub del Mediterraneo. Ma una volta sbarcate le merci si trovano di fronte ad una penuria infrastrutturale imbarazzante. Ripartiamo da lì, ripartiamo da investimenti pubblici e poniamo le condizioni per attirare capitali esteri e privati.

Quali sono, se esistono, esempi virtuosi di aree europee che, nelle stesse condizioni del nostro Mezzogiorno, sono riuscite a fare il grande balzo?

Mi ha molto colpito il caso della Polonia. In pochissimi anni, attraverso uno sfruttamento ottimale dei fondi ma soprattutto grazie all’istituzione di Zone economiche speciali con fiscalità e burocrazia iper agevolata , è riuscita a costruire un tessuto industriale enorme. Ed è quello che serve al nostro Meridione: Zone economiche speciali capaci di attrarre investimenti esteri e capitali. Solo così si crea lavoro. Solo così il sud potrà uscire da una condizione di subalternità rispetto al Nord.

l.serino@luedi.it

 

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