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Intervista al capogabinetto di Franceschini
D’Andrea: "Dal teatro si può ripartire"

Basilicata

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Rumori piuttosto fuori scena, in questi giorni per la tanto attesa riforma dello spettacolo dal vivo annunciata dal Ministro alla Cultura Franceschini.

Il decreto del Mibact, ridefinisce la geografia del teatro, danza musica e attività circensi, ma soprattutto del teatro.

A partire dal 2015 i criteri per il suo sostegno pubblico saranno più vicini ai modelli europei: finanziamenti triennali, nascita dei teatri nazionali, accesso facile ai contributi per i giovani artisti, contributi per la multidisciplinarietà, regole certe e più trasparenti a discapito -finalmente- della discrezionalità.

Il teatro, al contrario delle altre arti, evoca nell’immaginario di noi tutti un’arte elitaria, un luogo di noia, al più di mondana routine. Vero è, a mio giudizio, frequentando da trent’anni il teatro, che questo conta su un consenso popolare molto maggiore rispetto a quello che si crede e raccoglie, valori sociali più  profondi e consolidati, di quelli che appaiono anche sui giornali. Il concetto di teatro come ”servizio pubblico” è nato nel dopoguerra più o meno in coincidenza con la costituzione del Piccolo Teatro a Milano.

Tanto più attuale appare oggi il programma della prima stagione del Piccolo ove si affermava che il teatro è concepito non come “un'antologia di opere memorabili del passato e di novità curiose del presente”, ma “come luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere”. Il teatro è luogo di memoria (da Eschilo in avanti); è luogo che svela e demistifica il reale. Il teatro, come scrisse anni fa Ugo Volli sulle pagine di Repubblica, è un luogo di “resistenza umana”.

Riflettendo oggi sulle motivazioni di questa definizione, nelle sue variazioni durante quasi 70 anni e sui suoi approdi più recenti, si può probabilmente -anche al di là delle affermazioni di allora e dei suoi teorizzatori- concludere che essa atteneva a quattro elementi sostanziali: l'origine e il modo dei finanziamenti, il modo di gestione, la politica culturale, la salvaguardia della libertà di espressione.

Chiediamo al professor Giampaolo D’Andrea -capo di Gabinetto del ministro Dario Franceschini-  già sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali, se l’attualità di questi elementi ancora rappresentano una valida base ove fondare una seria riforma del settore.

Nell’ottobre del 1998 divenni sottosegretario a fianco della giovane ministro Giovanna Melandri, pochi giorni dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo (fortemente voluto dal ministro Veltroni, che ci aveva immediatamente preceduto al vertice del ministero), per effetto del quale, anche nel nome, il ministero assumeva la competenza in materia di "beni e attività culturali". Toccò a noi, in particolare, integrare sotto il profilo organizzativo, gestionale e progettuale le due realtà e avviare una fase nuova delle politiche pubbliche per la promozione e il sostegno delle attività culturali e per la tutela e la valorizzazione dello straordinario patrimonio italiano. Anche noi in queste prime settimane siamo alle prese con la compiuta integrazione delle ulteriori competenze in materia di turismo trasferite al ministero. Si tratta di passaggi che ho avuto modo di seguire da sottosegretario alla Presidenza del consiglio per i rapporti con il parlamento. Gli anni trascorsi e le mutazioni intervenute nei contesti e nelle esperienze, anche per effetto dell’applicazione delle norme medesime, hanno reso opportuno pensare a una riforma organica del settore.

A cavallo tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta – giovane consigliere e poi assessore regionale- seguisti da vicino la nascita in Basilicata del primo circuito teatrale denominato ATB e fosti il precursore lucido e consapevole nell’utilizzare fondi europei, 1miliardo e mezzo di vecchie lire, per finalizzarli alla ristrutturazione di vecchi cine teatri disposti baricentricamente sul territorio lucano……

Ricordo la stagione pionieristica nella quale provammo, agendo sull’offerta, a far rinascere la domanda di teatro. Riuscimmo pienamente nell’obiettivo, nel giro di qualche anno, attraverso poche e mirate azioni di sostegno agli operatori del settore, dai gestori delle sale alle compagnie, e assecondando la nascita di un circuito regionale di distribuzione che consentiva finalmente alla nostra Basilicata di tornare a far capolino nei cartelloni dell’ETI, dai quali eravamo sostanzialmente scomparsi.

Nel corso di incontri più o meno formali o all'interno di documenti che hanno percorso con maggiore o minore pubblicità la penisola, attori e registi e operatori del settore sembrano voler rivendicare al di là e prima di ogni concreta proposta la responsabilità dal proprio lavoro e di voler recuperare il senso vero del “fare teatro”.

A livello di organizzazione del sistema teatrale, appare indiscutibile l'esigenza di recuperare le divisioni categoriali precedenti e alcuni termini sembrano ormai chiari. Sul piano produttivo, sembra farsi strada l'esigenza di distinguere tra un teatro che vive sul mercato, per il quale occorre semplificare la foresta fiscale e impositiva e rendere meno avido il credito, e un teatro d'arte che vive di tempi creativi non industriali, di canali distributivi non commerciali, di scelte culturali non competitive e che pertanto deve essere sostenuto dall'intervento pubblico. 

Questi concetti sono contenuti nello schema di decreto ministeriale che riforma il settore?

Lo schema di decreto ministeriale fissa nuovi criteri per l'erogazione di contributi per lo spettacolo dal vivo, prospettando un sistema radicalmente innovativo di sostegno finanziario dello Stato alle attività teatrali, musicali, coreutiche e circensi, anche attraverso l'incentivazione di progetti multidisciplinari e di azioni trasversali: tournées all'estero, coproduzioni, mobilità e circolazione delle opere, residenze artistiche, strategie di comunicazioni innovative e altre azioni di sistema.

Il cambiamento  sarà importante anche per il pubblico che, solo per la prosa, equivale a 11 milioni di biglietti l’anno e una spesa di 201,6 milioni di euro, perché la qualità delle produzioni sarà condizionata dal riordino della grande famiglia del teatro, oggi dispersa e frastagliata in circa 600-700 soggetti tra teatri e compagnie finanziati con poco più di 62 milioni sui 411 totali del Fus, regolato finora da “temutissime circolari” e decreti. Il nuovo, nato dal lavoro del direttore generale dello Spettacolo, Salvo Nastasi avviato dal ministro Bray, adottato dal ministro Dario Franceschini, è arrivato all’ultimo step: la Conferenza unificata composta da regioni, comuni, provincie il cui parere, necessario ma non vincolante, è atteso entro 60 giorni,  dopo i quali entrerà in vigore. 

La questione che suscita discussioni è quella dei 17 teatri stabili pubblici di oggi, ci saranno non più di «sei, sette teatri nazionali», dice il direttore Nastasi. Si parla già del Piccolo (per cui si prevederà un decreto ad hoc per farne un “teatro d’Europa”)… Ma quel che è certo è che ogni presidente di Regione vorrebbe il suo teatro nazionale, dunque è già battaglia ?

Penso di no. Vengono fissati rigorosi criteri per il riconoscimento della natura di "Teatro nazionale" a organismi che svolgano attività di notevole prestigio, anche internazionale, e che si connotino per tradizione e storicità, tali da conseguire risultati di particolare rilievo. A essi dovrà essere assicurato un contributo da parte di altri enti pubblici per una somma pari a quella concessa attraverso il contributo statale. Un gradino più sotto saranno i "Teatri di rilevante interesse culturale", che svolgeranno la loro attività prevalentemente nell'ambito della regione di appartenenza, e ai quali gli enti territoriali dovranno assicurare un contributo pari  al cinquanta per cento di quello concesso dallo Stato. Vengono previsti, inoltre, aiuti per imprese e centri di produzione teatrale, circuiti regionali, festival.

Ricambio generazionale, giovani e giusto merito alle competenze e ai talenti, erogazione dei finanziamenti che diventano triennali e seguiranno nuovi parametri quali-quantitativi di calcolo su chi e quanto merita, per favorire i giovani e la qualità delle produzioni che sarà valutata (per il 30 per cento del finanziamento) dalla commissione ministeriale dove sparisce il direttore generale del Mibact, e entrano cinque membri, tre scelti dal ministro con bando e due dalla conferenza unificata.

Tutto ciò per sottrarre alla politica la gestione e la ricerca sfrenata del consenso attraverso la cultura?

Soprattutto, per allontanare il sospetto che sostegni e benefici vengano attribuiti in maniera discrezionale, senza rigorosa valutazione dei requisiti e della qualità delle proposte. A tal scopo si prevede l'adozione di severi criteri di valutazione, anche matematici, allo scopo proprio di favorire l'emersione di nuovi talenti.

 

Lo slogan è “ognuno si scelga le sue funzioni”. Chi non è teatro nazionale, può diventare “Teatro di rilevante interesse culturale” in base a nuove linee guida, e funzioni legate al territorio?

Certo. A condizione che si combinino virtuosamente più fattori: capacità organizzative, creatività, interattività, mobilitazione degli interessi di operatori, amministratori e pubblico. E' una scommessa che vinceranno i più bravi.

Tutto questo sarà legato -come da più parti richiesto- alla formazione dei quadri amministrativi che saranno chiamati ad operare nel settore dello spettacolo sul territorio, preparati sul piano culturale e attrezzati su quello tecnico, in grado di stabilire non un rapporto di concorrenza artistica con l'operatore teatrale, ma di collaborazione?

E' necessario che tutti i soggetti istituzionali riposizionino al centro del proprio impegno, in maniera sistematica e non solo sporadica, la promozione delle attività culturali, avendo di mira l'obiettivo di concorrere, attraverso di esse, alla crescita della comunità e alla liberazione delle energie creative.

 

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