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Finta rivoluzione
in salsa lucana

Basilicata

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DA qualche tempo siamo non solo un popolo di poeti, navigatori, artisti, ma anche di rivoluzionari che emergono continuamente in tutti i consessi  sociali. La Basilicata non fa eccezione, ma, fedele alla sua storia, sta facendo una rivoluzione in salsa lucana: rivoluzionari sì, ma con molti distinguo.

 Il  governatore, De Filippo, ha avviato  in prima persona la rivoluzione, sciogliendo il  Consiglio regionale. Non è morto, ma è vivo e vegeto e, per giunta, membro del  governo nazionale, un traguardo studiato da tempo a tavolino,  nessuna testa coronata mozzata, dunque.

Il suo  vice, Marcello Pittella,  ha preso il suo posto. Disponiamo di una nuova corte, composta dai 4 assessori regionali indicati dal futuro presidente europeo e da tanti consiglieri regionali che si dichiarano ovviamente rivoluzionari e come tali, operando in un momento rivoluzionario per definizione confuso, sono costretti a giocare su vari tavoli.

In realtà, se ci si fa caso, i rivoluzionari stavano già nella Bastiglia; non hanno dovuto fare lo sforzo per assaltarla, erano già seduti nelle molteplici poltrone  politiche e burocratiche esistenti  ed i loro rampanti cacicchi locali stavano  alla porta d’ingresso già da tempo spalancata.

Il cavallo di troia (l’associazione Prima Persona), collocato de plano all’interno delle mura istituzionali senza dovere rompere una parte delle mura, non dovendo registrare alcuna opposizione da parte dei troiani che da tempo dormono, è causa ed effetto di questo stato di cose.

Ma una rivoluzione che si rispetti necessita di una restaurazione.  

Il nuovo governatore ha studiato evidentemente Tocqueville.  Sa che  nel passaggio tra vecchio e nuovo regime c’è sostanziale continuità almeno nelle strutture burocratiche  e si è attrezzato di conseguenza, confermando l’apparato amministrativo, andando anche oltre, accentrando le competenze politiche della Giunta, immettendo nuova burocrazia e tagliando fuori, con una decisione indubbiamente rivoluzionaria, l’intero ceto politico e sociale presente in Basilicata, all’interno della scuola e dell’università, della borghesia imprenditoriale e professionale, evidentemente non ritenuto meritevole di considerazione nella scelta degli assessori.    

Ma i Robespierre lucani hanno rivoluzionato anche i tempi.

Mentre altrove (vedi la Francia post 1789) si sono impiegati mediamente 50 anni per conciliare la rivoluzione con la restaurazione, da noi tutto  è accaduto nello spazio di un mattino. Non è un caso la già richiamata conferma  immediata dell’apparato e il massimo della premialità da esso ricevuta.

C’è indubbiamente una logica ferrea nel rapporto rivoluzione-restaurazione. È   appena il caso di rilevare che la restaurazione conta molto di più della rivoluzione, perché si fonda sulla conservazione del sistema di potere, lasciando alla rivoluzione il compito di produrre aria fritta, buona per tacitare gli allocchi.

Al ceto politico dominante gli va di lusso la realtà così com’è, gli garantisce una longevità politica e di potere che non ha precedenti in Italia.

Or dunque,  perché cambiare?  Cui prodest? Sarebbe per i politici da stupidi cambiare.  In prima approssimazione, al politico va riconosciuto ciò che l’economista Carlo M. Cipolla ha teorizzato, elaborando 4 leggi sulla stupidità umana, ossia la “logica del bandito”, che si ha quando il ceto politico compie azioni dalle quali trae vantaggi (in termini di potere, carriera, prebende, ecc.), causando perdite per gli altri, in termini di sottosviluppo, disagio individuale e collettivo, disuguaglianze sociale.

 Ultima considerazione sulla espressione “rivoluzione democratica”? Parlerei più di autocrazia più che democrazia: lo dimostra la grande solitudine con cui opera il governatore Pittella e la mancanza di una maggioranza bulgara che l’abbia potuto legittimare pienamente  nella presa del potere.

Certo non manca la corsa in soccorso del vincitore che prevedibilmente a breve consentirà un maggior consenso “democratico” al governatore.

In conclusione, non c’è dubbio che il modello lucano si stia connotando  nel secondo millennio di nuove caratteristiche, configurabili in tre punti: 1) rivoluzione –Restaurazione simultanea del sistema di potere; 2) autarchia; 3) dinastia politica,  passando attraverso la  destrutturazione dei partiti e del mercato elettorale, la proliferazione di cacicchi locali, selezionati secondo i nuovi dettami  rivoluzionari, tutti fattori  che ci consentono di passare dalla debole democrazia attuale ad un sistema autocratico  a gestione familiare.

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