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"Così vi difenderò in Europa"
Intervista a Piernicola Pedicini (M5S)

Basilicata

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SE DIPENDESSE da Piernicola Pedicini, candidato del M5S alle Europee nelle regioni del Sud, il nostro petrolio resterebbe là dove è sempre stato: a 4 chilometri e passa di profondità. Il motivo? “Puntare sull’estrazione del greggio –  afferma - è miope dal punto di vista economico e devastante sotto il profilo ambientale. Investire su una risorsa che ha dieci anni di autonomia dà vantaggi immediati a coloro che lucrano su questo affare, ma non ha niente a che vedere con una politica energetica di ampio respiro, e tantomeno con gli autentici interessi del nostro territorio”. 

45  anni, originario di Foglianise nel Beneventano, Pedicini vive e lavora a Rionero. Ricercatore nel dipartimento di medicina nucleare dell’Ospedale oncologico, si occupa di fisica ambientale e radiobiologia. In passato ha svolto ricerca all’Università Federico II nel campo della fisica delle alte energie e in quello della manutenzione del patrimonio storico e ambientale. Energia e ambiente sono i pilastri su cui puntella la sua campagna elettorale. Ma al centro dei suoi interessi c'è la Lucania, "una regione di cui non è facile parlare. Nelle altre regioni del sud i nostri problemi sono sconosciuti. Moltissimi non sanno neanche che in Basilicata si estrae il petrolio; non hanno mai sentito parlare delle emergenze ambientali; e ignorano che siamo una regione povera eppure ricchissima di risorse”.

Però tutti i sondaggi vi danno in forte crescita, quotano il vostro movimento intorno al 25%. Siete al centro della scena. Come sta cambiando il rapporto con la piazza?

“Non dò molta importanza ai sondaggi. Ma che l'attenzione attorno a noi sia cresciuta, è evidente. Per dire: l'altra sera sono stato a Nova Siri per un comizio. Nella stessa piazza, l’anno scorso, per le Politiche, c’erano i nostri militanti, qualche simpatizzante e poche altre persone venute a curiosare. E invece questa volta la piazza era quasi piena. È il fatto nuovo e che la gente accorre anche quando non c’è Grillo a far da richiamo, o qualche nostro parlamentare divenuto popolare grazie alla Tv”.

Che percezione ha il vostro elettorato dell'Europa? 

“Dell'Europa si ha, generalmente, un'idea assai vaga. Perché quando se ne parla, sui giornali o in tv, si riduce tutto a una questione economico-finanziaria. Si citano termini come il Fiscal compact, il Mes, lo spread. Sigle, non a caso, oscure per la gente comune. Eppure c’è una grande voglia di capire. E le domande che ci vengono fatte sono sempre più puntuali, più pertinenti. Il nostro sforzo è quello di far comprendere come stanno effettivamente le cose; e in che modo la nostra vita dipenda da decisioni assunte proprio da quegli organismi che ci sembrano così remoti".

Lo spieghi anche a noi...

“A comandare davvero in Europa sono quattro istituti: vale a dire quelli che prendono le decisioni legislative. Tre di questi, cioè il Consiglio europeo, il Consiglio dei ministri e la Commissione di Bruxelles sono governati dai capi di governo e di Stato: e sono fortemente influenzati da lobby come quelle dell’energia, delle case farmaceutiche, dell’industria alimentare. Poi c’è il Parlamento europeo: il quale rappresenta i cittadini, ma di fatto non conta nulla. Ha soltanto la funzione di emendare le decisioni di quei tre istituti, quando è possibile”.

Senta Pedicini, voi affermate che volete far saltare "questa" Europa. Metterete in discussione i trattati. Chiederete di allentare i vincoli…Ma intanto che cosa si fa? Sui fondi comunitari, per esempio, come vi regolerete? Non pensa che sia il caso di rendere più efficiente e produttiva questa spesa, soprattutto al Sud?

“La questione dei fondi Ue è paradossale. L’Italia è uno dei Paesi europei che pagano di più. Finanzia tutti gli istituti: il fondo degli investimenti, la Banca europea, gli incentivi strutturali e quelli per l’agricoltura; ogni anno contribuisce per il 17 per cento a questa spesa: eppure si tratta di soldi che non tornano mai indietro. Versiamo ogni anno 13 miliardi all’Europa ma siamo capaci di intercettarne soltanto 8. E' inconcepibile".

E allora? Che cosa bisognerebbe fare?

“Far valere il merito. Puntare sulle università. Promuovere una formazione di alto livello in questo campo. Occorrono giovani qualificati che siano in grado di occuparsi con competenza dei fondi europei. Non possiamo perdere miliardi perché i nostri progetti non rispondono ai criteri richiesti o perché sono tradotti male in inglese. Se poi pensiamo che dei 13 miliardi che ci spetterebbero, 5 non vengono intercettati, ma gli altri 8 vanno in gran parte alle mafie…Pazzesco”.

Voi come risolvereste questo problema?

“Noi abbiamo le mani libere, saremmo gli unici in grado di varare organismi di controllo rigorosi sul percorso dei fondi comunitari, affinché i finanziamenti vadano a chi veramente si adopera per lo sviluppo delle nostre aree, e non finiscano ai soliti noti, e perché, inoltre, si eviti il rischio di incorrere in procedure di infrazione che possono prevedere multe di 4-500 milioni.  Ma lo sa che queste infrazioni sulla spesa dei fondi ci costano miliardi?”.

Parla di lotta all’illegalità. In che modo l’Europa può aiutarci a fronteggiare questa emergenza?

“Siamo in Europa? Allora i problemi dell’Italia sono problemi di tutto il continente. Altrimenti si fa lo stesso errore che si è fatto nel nostro Paese quando si è considerato che quello delle mafie fosse un problema del Sud. Con la conseguenza che il Nord si è trovato la criminalità organizzata in casa. Se adesso l’Europa pensa che le mafie siano un fenomeno solo italiano fa un danno anche a se stessa.  Lo stesso ragionamento vale per l’immigrazione…”.

In che senso?

“Vede, il problema è sempre lo stesso. E’ l’assenza delle istituzioni a generare disastri. Dove mancano le leggi, dove si tollerano sacche di povertà e disperazione, lì finiscono per attecchire i problemi. E vero per le mafie ed è vero per l’immigrazione. Il primo compito dell’Europa dovrebbe essere quello di favorire la crescita del lavoro. Così come è scritto nella carta fondamentale dei diritti del cittadino. E’ così che si combatte la mafia”.

E l’immigrazione?

“Occorre da parte dell’Europa un atteggiamento diverso. Non è possibile scaricare tutto sull’Italia o sulla Spagna per mettere al riparo altri Stati come la Francia. E necessaria una politica comune nei confronti dei Paesi che costituiscono le basi dell’immigrazione, che cerchi di risolvere il problema lì dove nasce, gestendo assieme i flussi di sbarco. Ma senza dimenticare il risvolto umanitario di queste vicende. E’ chiaro che se alle nostre coste si avvicina una barca di disperati il nostro primo dovere è mettere tutti in salvo”.

Lei considera ancora l’Europa un’opportunità per il Sud e per i nostri giovani?

“Non questa Europa. Se ciò che tiene insieme l’Unione è soltanto la moneta non si può parlare di vera Europa. Occorre un’unione politica vera, fondata su un effettiva apertura delle frontiere, sulla vicinanza e sulla solidarietà dei popoli. Allora sì che l’Europa potrà dare prospettive e opportunità ai giovani”.

Energia: che cosa c’è che non va nella politica di Bruxelles?

“L'Europa non può dire una cosa e farne un’altra. Afferma di volersi fondare sulle energie alternative ma si alimenta per il 90 per cento con risorse fossili. Eppure la green economy rappresenta il futuro. Anche dal punto di vista lavorativo. E’ così che si svuole raggiungere l’autonomia energetica?”.

C'è il petrolio. Ma lei è assolutamente contrario alle perforazioni, perché?

“Fare perforazioni nel Sud Italia, dove il petrolio è di pessima qualità, conviene solo alle compagnie minerarie. E’ assurdo permettere a queste società (che più inquinano più ci guadagnano) di arricchirsi compromettendo il futuro del territorio. Stiamo distruggendo le nostre vere risorse: vale a dire l’acqua e l’agricoltura. Così si uccide la stessa identità di questo territorio: quello per cui è apprezzato nel mondo: le sue tradizioni, i prodotti agricoli, i paesaggi.

Niente petrolio, dunque...

“Bisognerebbe puntare su fonti alternative come la geotermia, il fotovoltaico. Favorire l’energia diffusa significa che ogni casa si può alimentare da sé, abbattere i costi per le imprese, aiutare la crescita di nuovi posti di lavoro. Insomma: l’Europa dovrebbe avere una nuova visione energetica. E inaugurare un processo storico ed economico fondato su fonti durature, non su un petrolio di scarsa qualità che tra dieci anni sarà finito lasciandoci in eredità danni indelebili”.

Che ne pensa del passaggio di competenze in materia di energia dalla Regione al Governo?

“E’ un progetto che ha il solo senso di perpetrare questo scempio. La verità è che la gestione dell’ambiente crea un sacco di problemi ai Governatori, i quali pensano di scaricare la papata bollente sul potere centrale”

E sulla sanità invece?

"Per la sanità il discorso e diverso. In questo caso una gestione centralizzata può rendere più efficiente il comparto. Il governo regionale della sanità ha prodotto squilibri gravi. Colpa della presenza mafiosa in alcune regioni. Meglio che la spesa e le gare d'appalto vengano sottratte ai poteri locali". 

Che si tratti della piazza o degli stadi, la violenza si sta riaffacciando in Italia. E nelle forze dell'ordine cresce la tensione. Vede rischi per la tenuta del Paese?

"La violenza è la spia di una condizione diffusa di sofferenza. Non è possibile arginarla senza rimùoverne la causa principale: l'assenza di lavoro. L'Europa ha una responsabilità enorme, perché sono proprio i suoi trattati a impoverire i popoli. Se dall'anno venturo dovremo mettere da parte 50 miliardi l'anno per ripianare il debito, vuol dire che non si potranno fare più investimenti. È la violenza aumenterà. Non solo: ci saranno meno risorse anche per le forze dell'ordine proprio nel momento in cui le tensioni sociali cresceranno. Tutto ciò è molto preoccupante.

Il governo è stato criticato per la gestione degli incidenti durante la finale della coppa Italia.

“Quella partita non andava giocata. Ed è gravissimo che la decisione di mandare le squadre in campo sia stata concordata con il capo degli ultrà. Equivale a una resa, ad ammettere che lo stato non è in grado di mantenere l'ordine. È una dichiarazione di impotenza da parte di chi è il titolare di un potere che non è più riconosciuto”.

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