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Viaggio tra i volti delle comunali
Gianluca Meccariello, in corsa con Petrone

Basilicata

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POTENZA - Fresco fresco dei quarant’anni, ammette sorridendo che «la partitella di basket mi ha messo un po’ fuori uso». È che a correre su è giù in questi giorni, tra lavoro, comitato e incontri pubblici non è semplice. «Ma ne vale la pena, è una bella esperienza». La faccia, Gianluca Meccariello, candidato nella lista a sostegno del sindaco Luigi Petrone, ha deciso di metterla «per non dover un giorno rimanere ammutolito davanti ai miei figli. Mi sono detto: se mi chiedessero che cosa ho fatto, oltre che lamentarmi?».

Assicuratore, marito di Roberta, papà di Flavio e Carlo Mattia, Gianluca non è nuovo alla politica. Democratico di area progressista, l’ha vissuta, conosciuta, sperimentata fin da quando, adolescente, seguiva l’attività dello zio,  allora presidente della Regione, Carmelo Azzarà. «Quella politica non c’è più, ma credo possa tornare».

Un’eredità ingombrante?

«No, non è un peso. Al massimo uno stimolo. Qualche volta persino una sorpresa. Da adulto mi sono imbattuto in storie che hanno mio zio per protagonista, storie di grandi affetti, gesti di generosità. Ed è sempre un tuffo al cuore».

Che lezione si porta dietro dalla sua famiglia?

«Sto cercando di restituire nel mio approccio alla politica la modalità che era tipica di zio Carmelo: l’ascolto. È vero che quella politica e quel clima sembrano persi. Ma la politica è fatta dalle persone, per questo può tornare l’affezione perduta».

Che cosa propone in questa esperienza?

«Ho impostato la mia candidatura su quello che sono. Per questo non mi sentirete parlare di Nodo complesso, ma di pullman per diversamente abili, di marciapiedi costruiti con criterio».

Il sociale è un pezzo importante del suo programma.

«Perché ci credo e perché lo faccio. Da anni mi occupo dei ragazzi del carcere minorile, un’esperienza cominciata per caso, accompagnando la nonna di mia moglie che lì faceva volontariato. Non sono più andato via e ho ricevuto molto più di quanto abbia donato».

Usa spesso il termine comunità, lo fa anche nel suo slogan. Che cosa significa per lei?

«Ognuno di noi sta vivendo da singolo cittadino, ciascuno è alle prese con problemi personali da risolvere. Ecco, se riuscissimo a stare più insieme, a discuterne, sarebbe un passo in avanti. Mi ricordo di quando anni fa al palazzetto Coni andavamo a vedere le partite. Ma non era solo per il tifo o per gli allenamenti. Quello era il luogo dove ci incontravamo tutti, dove discutevamo».

Il palazzetto, appunto. E il basket, un’altra passione...

«Be’, ora è soprattutto un gioco, una cosa bella. Come tanti altri sono cresciuto nel mito di mio cugino Edmondo (Landi, il campione, ndr) e ora tifo con tanto orgoglio per suo figlio Aristide. Per me resta una grande passione in cui coinvolgere anche altri. Meglio se con un obiettivo di inclusione. Con alcuni amici, tutti ex giocatori come me, abbiamo messo su una squadra e a settembre proveremo a iscriverci al campionato di Promozione. Nel gruppo, in campo, ci saranno anche alcuni ragazzi disabili».

Abita e lavora nel centro storico: il cuore della città è uno dei temi principali di questa campagna elettorale...

«Sì, ma non credo che la Ztl sia il problema più urgente. Ragioniamo invece su come portare persone nel centro, riempiendo i contenitori vuoti, posizionando una facoltà dell’Università».

La città come una squadra?

«La mia esperienza nel sociale mi ha insegnato che le cose si possono fare, ma serve fare rete. Dallo sport ho imparato che da soli non si va da nessuna parte: anche il miglior tiratore ha bisogno del gruppo».

s.lorusso@luedi.it

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