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Viaggio tra i candidati/Caporaso
«Inseguo una comunità accogliente»

Basilicata

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POTENZA - Si racconta «stimolante e noioso, attento e distratto al tempo stesso». Gianluca Caporaso a Potenza è soprattutto l’autore dei racconti di Punteville, scopertosi narratore di fiabe moderne, passa la giornata tra il lavoro nel sociale e l’impegno familiare: «La vita mia e di Rossana ruota intorno a nostro figlio Federico», sorride. «Mia moglie è di quelle che spinge per la lettura delle storie. Io preferisco giocare a palla. Del resto, non c’è cosa più seria del gioco».
Candidato nella lista dei Socialisti e democratici a sostegno del candidato sindaco Luigi Petrone, fa della partecipazione messaggio e impegno.
Che cosa significa per lei città?
«Città è un luogo di scambi, di traffici, di relazioni, di linguaggi, di desideri. È la strepitosa risposta che gli uomini hanno dato al loro bisogno di socialità. Un bisogno che prova a organizzare degli spazi per realizzarsi al meglio e che poi viene trasformato dagli stessi spazi che si è inventato».
Tutta la tua campagna è tarata sulla partecipazione e sull'accoglienza: che città vorresti contribuire a costruire?
«Io lavorerò per una città della partecipazione. Viviamo in un tempo paradossale. Avvertiamo tutti un gran bisogno di comunità ma al tempo stesso, mai come oggi, viviamo tutti impantanati nella sfiducia reciproca. Come è possibile fare comunità se abbiamo disimparato i luoghi del dialogo e dell’incontro? Nessuno può farcela da solo. Tutte le volte in cui sono entrato in dialogo con l’altro ho smesso di aver paura e ho rivisto i miei pregiudizi. Come posso aver cura di luoghi che non contribuisco a trasformare? In questo senso tutto il mio impegno sarà basato sulla costruzione di ponti e di occasioni per consentire alle persone di tornare ad abitare gli spazi, gli incontri, i legami».
Senza risorse economiche, però, da dove si comincia?
«Senza le risorse economiche si ricomincia dalla povertà. Ricominciare dalla povertà a livello istituzionale, significa praticare una vera e propria “ecologia amministrativa”: ricondurre le cose all’essenziale, eliminare ogni privilegio istituzionale, evitare nel modo più assoluto gli sprechi, diventare severi con gli altri e con se stessi sulle risorse pubbliche, lavorare mille volte di più di quanto non si è fatto adesso. Vale per la classe politica, ma vale anche per i dipendenti pubblici. Nessuno dimentichi che la città è di tutti, non solo di un sindaco o di 32 consiglieri».
Il lavoro nel volontariato: che cosa le ha dato?
«Il volontariato mi fa affacciare alla vita dal lato più bello che la vita possa offrire, quello che qualunque cosa accada, non perde mai la misura dell’uomo. Se il profitto non avesse dimenticato il senso dell’uomo, non ci troveremmo in queste condizioni».
Quando ha cominciato a scrivere?
«I miei esordi letterari coincidono con i miei esordi amorosi, nell’adolescenza. Ho cominciato scrivendo lettere d’amore. Con il senno di poi, la mia era una scrittura d’assalto, ero un appassionato dei “maledetti” francesi. Prima di loro c’era stata soltanto la lettura della Bibbia il libro più bello di tutti i tempi, al di là delle questioni religiose. Tutto questo per dire che nonostante il bellissimo riscontro del mio libro, con molta umiltà continuo a pensarmi come un grande lettore piuttosto che uno scrittore».
Impegnato in politica e nel Pd, come nasce questa candidatura?
«Del PD preferisco non parlare. Quanto alla mia candidatura nella lista Socialisti e democratici è il frutto di un percorso di cittadinanza attiva e partecipazione politica almeno ventennale e di un ragionamento collettivo sviluppatosi tra diverse anime del sociale nel desiderio di portare avanti, laddove puntualmente tradite dalle istituzioni, istanze di coesione sociale, legalità e di bellezza».
In caso di elezione, il suo nome è indicato per un possibile posto in esecutivo. Le piacerebbe?
«Credo piacerebbe a chiunque abbia deciso di mettersi seriamente in gioco, ma questa cosa sinceramente me mi è nuova. Non ne ho mai discusso con nessuno, e nel gruppo di persone di cui mi faccio ambasciatore nessuno è divorato da queste ansie e ambizioni».
Tre parole per raccontare Potenza.
«Un città verticale sotto l’aspetto visivo. Una città intima rispetto al modo viscerale in cui la sento. Una città ingiusta rispetto al modo in cui piuttosto che offrire opportunità, diventa luogo di inaccettabili opportunismi».
Tre parole per la città che vorrebbe e quella che non vorrebbe più.
«La città che non voglio più è una città disillusa, divisa e dormiente. La città che voglio e che sta per venire è una città creativa, solidale, aperta. E quando dico Aperta, voglio dire che deve essere proprio la pubblica amministrazione a rendersi aperta e comprensibile, con la rivoluzione dell’OpenData. È un passo fondamentale per unire la città e renderla moderna ed europea».

 

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