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L'Europa
un'idea credibile di futuro

Basilicata

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CREDO non sia inutile tornare a parlare di Europa in un tempo drammaticamente scosso da radicali scetticismi, da virulenti negazionismi quando non da richiami a pregiudizi e riflessi arcaici. Viviamo la “perdita di senso” che ha guidato e formato le coscienze e alimentato le speranze di intere generazioni dal dopoguerra fino a ieri. E il sentimento che sembra dominare oggi è di vago nichilismo, di inquietudine senza orizzonti, di smarrimento spirituale e civile. Di queste e altre cose si occupano, in un interessante volume del Mulino titolato interrogativamente “Europa perduta?”, Giuliano Amato ed Ernesto Galli Della Loggia.

Entrambi divergono nell’analisi, attribuendo l’uno (Galli Della Loggia) la crisi dell’Europa ad un difetto genetico, al quid, per ricorrere al gergo corrente, che sarebbe mancato alla costruzione europea dall’inizio, l’altro(Amato) la attribuisce ad una procedura imperfetta, peraltro perfettibile con aggiornati strumenti politici e istituzionali. Ma tutti e due convengono che la politica, se fosse capace di uscire dal ghetto della insignificanza, potrebbe rimettere in valore speranze e prospettive che intorno all’Europa fioriscono sin dal tempo del suo concepimento.

In effetti il destino dell’Europa sembra racchiudersi nella formula nietzchiana dell’”eterno ritorno”. Prevale la percezione di un continente pur depositario di una grande storia, capace di una straordinaria energia positiva e di un’enorme vitalità sociale e protagonista fra le grandi potenze planetarie, che è andato via via smarrendo la sua vocazione. Una vocazione  vissuta piuttosto come una urgenza e come una necessità e quasi sempre in occasione degli svolgimenti più drammatici delle crisi vissute nel mondo.

Per riferirci alla storia contemporanea, fu all’"Europa unita" come modello che uomini come De Gasperi, Adenauer e Shuman pensarono all’indomani della guerra non solo per fondare sulla cooperazione fra i popoli e gli stati la via per risalire dalle rovine ad un’economia di pace ma anche per superare le linee di frattura che il conflitto aveva determinato e tuttora determina fra le nazioni.

Il fatto è che quell’idea generosa e profetica ha, nel suo svolgimento storico, alternato progressi e battute d’arresto, sicchè la proiezione nell’unità politica dell’integrazione fra le economie e fra i sistemi sociali si è fermata per la rinuncia da parte degli Stati a cedere le quote di sovranità necessarie per pervenire non solo ad  istituzioni pienamente rappresentative ma ad un governo continentale investito di effettivi poteri.

Ora non conta discutere della forma di stato, che pure fu oggetto di dispute appassionate, quanto della sostanza di una missione affidata, dentro un’adeguata cornice costituzionale, ad un governo abilitato alla compiuta gestione degli affari europei, dall’economia alla difesa fino alla politica estera.

Oggi il tema dell’Europa ritorna, spinto dai venti di una delle crisi più devastanti che abbiano colpito l’economia mondiale e dal drammatico riverbero che essa ha determinato sulla condizione sociale del continente, come rivelano le cifre della recessione che lo vedono attestato su indici modestissimi di crescita.

Leggere le ragioni di un blocco così preoccupante dell’economia europea solo attraverso le diverse opinioni e le decisioni delle Cancellerie o attribuendolo solo alle resistenze della Germania nel farsi carico, per la sua parte, dei problemi dei Paesi in difficoltà, può essere istruttivo poiché riflette la natura dei diversi interessi in gioco, ma non aiuta a risalire alle radici della debolezza costitutiva che risiede nell’assenza di un vero Governo europeo.

E non è un caso che, come in passato e come nei tratti più difficili della nostra storia recente, questo “tempo” venga drammaticamente percepito come un tempo di guerra. Che non vede schierati solo eserciti e nazioni belligeranti (come purtroppo sta accadendo in Ucraina), ma gli interessi forti dell’economia e della finanza. Interessi che nessun potere costituito appare avere oggi in Europa la forza di arbitrare e di comporre.

Lo ha scritto Giulio Savino qualche giorno fa sul Quotidiano. Il "che fare" è tutto contenuto nella urgenza di una rivisitazione critica della storia di cui siamo testimoni: riprendere nelle mani il coraggio di una nuova spinta costituente che tragga vigore dalla elezione del nuovo Parlamento europeo e che rappresenti anche l’occasione per rinnovare le politiche nazionali, riscattandole dalle derive e dalle mediocrità degli stili e dei linguaggi che stanno infervorando la contesa elettorale. Credo non sia fuori di luogo, perciò, tornare a riflettere su un’analisi che Marc Augè un anno fa faceva indagando le paure che oggi gravano sul mondo, paure astratte, globali e cumulative che si prospettano come un’angoscia millenaristica con una potenza depressiva sulla capacità delle società di esprimersi in libertà. La deterrenza che esercita la crisi dei sistemi economici sulle aspettative e sulla condizione delle società europee è un problema che solo una grande promessa globale può affrontare con successo: la promessa di una statualità europea rassicurante, autorevole e protettiva verso le libertà e le speranza dei popoli.

Augè ricorda che “se nei secoli scorsi si aveva innanzitutto paura della morte, oggi si ha sopratutto paura della vita”. Poiché la domanda che emerge poderosamente è quella di una vita che realizzi il dispiegamento di una piena libertà e di una plausibile sicurezza e che perciò si sottragga alle insidie di un fatalismo senza orizzonti e alla prospettiva di una globalizzazione percepita nella sua dimensione oscura e minacciosa.

Per queste ragioni l’Europa può, oggi più che mai, costituire "l'uscita di sicurezza"verso un’idea credibile, inclusiva e generosa del futuro. L’occasione, se vissuta con coraggio, per rianimare le virtù della politica riportandola al suo ufficio di essere portatrice di senso e di profezia.

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