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Altro che M5S
se la Lega sfonda al Sud

Basilicata

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CERTO, NON è andata come tutti gli indicatori da settimane segnalavano. Altro che sorpasso. Nel Sud il Pd ha tenuto bene ed è anzi avanzato, sia pure non nella misura straordinaria in cui ciò è avvenuto nel Centro Nord, mentre il Movimento Cinque Stelle è dovunque arretrato, anche se assai meno che nel resto d'Italia. E tuttavia, sebbene non si possa parlare – quanto agli esiti del voto - di due Italie, è chiaro che se il trionfo del Pd ha un padre e una madre, questi vadano rintracciati nelle regioni del Nord e, soprattutto, in quelle tradizionalmente benevole del Centro, dove il centrosinistra si è imposto con percentuali bulgare (ben oltre il 50 per cento in Toscana ed Emilia); non certo nel Sud.

E' vero: nel Mezzogiorno il partito di Renzi è andato avanti rispetto all'ultima volta che si è votato; ma   la misura del suo successo è contenuta (tranne che in Basilicata dove il Pd ha ottenuto il 42 per cento dei voti) in un una percentuale alta e però, diciamo così, ragionevole: poco più del 35 per cento dei voti.

Ed è sempre grazie all'elettorato del Sud che il Centrodestra, in tutte le sue versioni, ha potuto limitare i danni (Forza Italia ha incassato il 22 per cento e passa  delle preferenze a fronte del 16,8 di media nazionale e sia Ncd che Fratelli d'Italia hanno superato agevolmente la soglia si sbarramento): sicché questa area politica ha oggi nel suo insieme un bacino di voti, pur senza Lega, di circa il 30 per cento.

Quanto agli altri partiti, sono da notare il successo a macchia di leopardo della lista Tsipras (particolarmente vistoso in Basilicata forse anche per  effetto della candidatura di Franco Arminio, assai popolare da queste parti) e l'inedita presenza della Lega, il cui simbolo è stato votato nel Mezzogiorno da oltre 43 mila persone.

Ed è proprio quest'ultima, forse, la vera novità del voto del 25 maggio al Sud. Più del dato - ormai endemico nel Mezzogiorno - dell'astensionismo, fa impressione quello che si può considerare il primo vero tentativo di sfondamento della Lega al Sud (ad Agerola, per esempio, il partito del Nord ha ottenuto il 12 per cento).

Il fatto che un movimento come quello guidato da Salvini può essere preso in considerazione nel Mezzogiorno (grazie, si suppone, a slogan come quelli anti euro e anti immigrati), indica  due cose.

La prima è che la fine del sistema clientelare (non ci sono più fondi da redistribuire e lo Stato non può far debiti)  sta liberando quote crescenti di elettorato tradizionalmente asservito ai partiti di governo: motivo che è anche alla base del grillismo.

 La seconda, più preoccupante, è che - una volta andato in crisi quel welfare di secondo grado garantito dalla spesa allegra – una parte del voto meridionale potrebbe condensarsi intorno alle stesse parole d'ordine che fanno la fortuna dei nuovi partiti di estrema destra in Europa. Questa evoluzione, fin qui, è stata sviata proprio dai Cinque Stelle: un movimento  la cui eventuale eclissi potrebbe lasciare spazio a fenomeni politici oggi impensabili. Ma la storia degli ultimi anni fornisce a iosa esempi di fenomeni che una volta avresti detto impensabili.

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