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Ciriaco, Matteo e la Balena bianca
Nel post-europee un ritorno della DC

Basilicata

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SARÀ per la suggestione di quel 40 per cento. Sarà perché la nuova geografia politica emersa dal voto del 25 maggio assegna al Partito democratico pezzi del Paese di cui, a sinistra, si era persa anche memoria: e che invece furono feudi importanti della Dc. Sarà perché il trionfatore di queste elezioni, come sottolinea ogni volta Berlusconi, ha il vantaggio di non avere un passato marxista, ed è anzi uno che la domenica va a messa, che da ragazzo è stato scout e che è cresciuto, politicamente, nel Partito Popolare. Sarà per tutto questo e per mille altre ragioni, ma è un fatto che nei commenti del dopo elezioni sono in pochi a non scorgere dietro la pingue silhouette di Renzi l'ombra di un fantasma: il fantasma di quella che una volta fu chiamata Balena Bianca per la sua quieta (soltanto in superficie) capacità di assorbire tutto e tutto riplasmare a sua immagine e somiglianza. “I nipotini di De Mita hanno fagocitato la sinistra”, urla ora Beppe Grillo. “I selfie storici di Renzie, Letta e Alfano con De Mita sono rintracciabili in rete”, incalza esibendo quelle che a suo modo di vedere sono le prove di un disegno a lungo meditato .“Sì, hanno fagocitato la sinistra come un pitone inghiotte un topo”, aggiunge. E conclude, livido: “Il bello è che i post comunisti sono pure contenti”. 

Una suggestione, certo. L'incapacità di spiegare un fenomeno che ha sorpreso tutti, perfino chi ne ha beneficiato, attiva come sempre le leve dell'immaginazione, e scade talvolta, come in questo caso, nella tentazione di cedere a una lettura mitologica della realtà. 

E Grillo non è il solo a farsene affascinare. Se tra gli epigoni dello Scudo crociato c'è chi, come Paolo Cirino Pomicino, saluta la vittoria di Renzi come “il ripristino di una stabilità politica smarrita decenni fa” e plaude al ritorno sulla scena “di molti esponenti democristiani: a cominciare da Guerini e Del Rio, e giù giù in tutte le circoscrizioni elettorali”; tra coloro che militarono nel partito di Togliatti, come Stefano De Michele, si scherza, ma non tanto, sul fatto che “come certi furono salvati dalle vecchie zie, noi pre/post/ex comunisti siamo stati salvati dai democristiani” e che il nuovo Pd “indica finalmente alla sinistra l'avvistamento della terra promessa: a caratura e aratura e trebbiatura democristiana”. 

Paradossalmente sia Pomicino che De Michele attribuiscono al giovane leader un ruolo salvifico per le rispettive parti. L'ex ministro andreottiano vede “nello stesso Renzi il figlio di quel cattolicesimo politico che si rifà a Giorgio La Pira, a Lazzati e a don Mazzolari” e ne fa l'eroe “di una catarsi storica, con il sapore della vendetta, contro quel filone comunista che scelse vent'anni fa l'opzione giudiziaria per la conquista del potere”. Ma è l'ex comunista a celebrare in Matteo Renzi (“il Fanfanetto nostro”) il democristiano compiuto, “fortificato tra i boy scout e unto da Mike nella Ruota della Fortuna”, al quale spetta “vendicare l'onore offeso di tanti e tanti compagni: quelli di lotta e di governo (spesso l'una e l'altro mai), quelli della gioiosa macchina da guerra che forò alla prima uscita su strada, quelli del baffo dalemiano, quelli dell'afflato veltroniano, quelli della sorte bersaniana che sulla sottile linea rossa all'ultimo momento crollavano. Rottamati prima, vendicati poi”.

Suggestioni? Certo. Ma che dire, allora, del ritorno sfacciato, sia pure in una minuscola scena - quella di Nusco, suo paese natale -, di un vecchio leone dc come Ciriaco De Mita: il quale ha conquistato il municipio locale essendo votato dai quattro quinti dei suoi compaesani? 

Altro che 40 per cento. A 86 anni compiuti l'ex presidente del Consiglio - protagonista di epiche battaglie dentro e fuori del partito con tipini come Andreotti e Craxi - ha detronizzato l'avversario, giovane e donna, aggiudicandosi una percentuale di voti doppia rispetto a quella ottenuta alle Europee da Renzi. Al quale, dopo aver fatto gli auguri per aver “detronizzato Grillo, impedendogli di fare altri danni”, ricorda che “senza memoria storica non si può costruire il futuro”. 

Il riaffacciarsi, su una piccola ribalta, di Ciriaco De Mita – mentre il voto delle Europee consacra sul piano internazionale Renzi – può apparire simbolico dal momento che il vecchio leader irpino costruì la sua fortuna politica, sul finire degli anni Ottanta, reggendo allo stesso tempo il partito e il governo. Proprio come Renzi. Ma il fatto che il leader fiorentino sia cresciuto politicamente facendo tesoro dell'esperienza maturata all'ombra degli epigoni dello Scudo crociato, non ha nulla a che fare con l'ipotesi favolosa di un ritorno della Balena bianca. La verità è che si fa fatica ad accettare che Renzi abbia alle spalle una cultura cattolica, non comunista. 

Questa cultura - sottile, complessa, talvolta paradossale, non di rado ambigua - in Italia è misconosciuta o acriticamente avversata: eppure ad essa fa capo una prassi politica che in Italia ha avuto notevoli e talvolta discutibili interpreti, come De Mita. Ma forse è da questi ultimi che bisogna partire per capire da dove viene Renzi. E, soprattutto, dove vuole andare.

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