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Verso il ballottaggio
A tu per tu con Dario De Luca

Basilicata

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POTENZA - «Prendiamo un caffè?». Prendiamo un caffè. E poi giù a chiacchierare senza fretta, dedicando tempo a raccontare un’idea di città. «Vorrei una città normale, è così che la immagino, è così che ci lavorerei».

A casa di Dario De Luca e sua moglie Maria Teresa l’aria di ballottaggio tira con i toni della vita di sempre.  «Urla chi non ha argomenti», ripete sempre l’ingegnere. Lo ha fatto più volte in questa prima parte di campagna elettorale. Un risultato così, secondo dopo l’apparato di centrosinistra che sostiene l’avversario Luigi Petrone, «è già una conquista». Ora c’è da correre ancora. «C’è grande attenzione».

Dica la verità, senza la divisione interna al centrodestra (Forza Italia era con Michele Cannizzaro, ndr) sarebbe andata meglio?

«All’inizio ci dicevano tutti: “peccato vi siate divisi”. Ci ho pensato anche io, ma ora so che la scelta ha pagato, siamo stati testimoni di coerenza. Inoltre sarebbe stato difficile raccogliere l’adesione di persone che non appartengono al centrodestra per storia. Con la presenza di altre sigle saremmo stati percepiti come un “blocco”  politico. Abbiamo potuto invece strutturare un’azione di principi e non di partito».

Eppure c’è molta ideologia e molto partito tra gli eletti.

«Credo davvero che siano stati premiati gli ideali messi in campo. La lista di Fratelli d’Italia, per esempio, è stata costruita in modo magistrale con il coordinamento di Gianni Rosa. Una lista fortissima per un partito che ha ripristinato nel proprio simbolo la fiamma tricolore: la caratterizzazione è forte. Ma c’era anche molto altro».

Quella resta la sigla più forte del suo schieramento.

Io non appartengo a Fratelli d’Italia, di cui tra l’altro contesto alcune posizioni a livello nazionale, come quella sui migranti o come nel caso di certe punte di anti-europeismo. Ma abbiamo condiviso qui a Potenza la battaglia di libertà contro l’atteggiamento di oppressione tipico del Pd e del centrosinistra. Mi hanno scelto per rappresentare un modello di comportamento da proporre, per poter dire che esiste chi non si è mai piegato al potere costituito».

Lei prende molti più voti della coalizione. Quanto ha pesato il voto dell’elettorato cattolico?

«Appartengo al mondo cattolico, sono praticante e osservante perché credo che Gesù Cristo è il figlio di Dio. Punto. Non ho mai convocato un incontro in Azione Cattolica, o chiesto voti in parrocchia. I voti del mondo cattolico sono arrivati a me, come a tanti altri. Non accetto l’uso strumentale di questa appartenenza: troppi cattolici hanno già fatto del male curando i propri interessi e non quelli della collettività».

Lei e il suo avversario Petrone non avete mai negato la stima reciproca. Lo sa che c’è chi allude all’inciucio?

«Il rispetto reciproco è figlio di una cultura moderata e di libertà che ci accomuna, anche nel nostro vivere in città. Ma l’accordo elettorale, andiamo, è una sciocca fantasia».

Se vincesse, le toccherà governare tenendo conto di una maggioranza in consiglio che non è la sua.

«Mi toccherebbe mediare, immagino. Ma trovare un equilibrio, quando necessario, non può significare più abdicare a scelte e principi. Uno dei mali di questa città è stato non aver mai avuto un’opposizione capace di farsi sentire, di indirizzare alcune scelte del governo. È una lezione».

Come guarda a Potenza?

«Con amore e delusione qualche volta. Le mie radici sono qui, ci sono tornato dopo gli studi e la leva, vincendo il concorso nei Vigili del Fuoco (poi ha scelto al libera professione, ndr). Erano gli anni immediatamente dopo il terremoto, fu una grande lezione per me che ero specializzato in strutture. Ricordo un gran cuore da parte di tutti. Poi, appena cominciarono ad arrivare i soldi della ricostruzione, cominciarono anche le divisioni nella comunità».

Che città è quella che l’ha votata?

«Molto variegata. E ne sono felice. Ho ricevuto centinaia di testimonianze, anche da chi da sempre votato centrosinistra. Mi hanno detto: “Finalmente un segnale di cambiamento”. In tanti, poi, hanno scelto superando la divisione ideologica» .

Quanto il centrosinistra avrebbe voluto averla da quella parte?

«Non avrebbero comunque potuto. La mia storia familiare è di centrodestra, ma non è quello il motivo principale. Non può esserlo in un’era post-ideologica: oggi il distinguo è tra chi opera per il bene comune e chi no. Piuttosto, per assurdo ci avrei potuto pensare se a chiedermelo fosse stato magari il centrosinistra emiliano, che opera per la collettività. Ma quello lucano no, davvero non avrei potuto».

La spaventa il difficile rapporto tra Potenza capoluogo e la Regione?

«Sono convinto che la guerra fatta dall’ex presidente Vito De Filippo (Pd, ndr)  all’ex sindaco Santarsiero (Pd, ndr) sia stata indecorosa. Trovo assurdo che la città debba pagare l’opposizione all’amministrazione costruita secondo l’esistenza di fazioni interne a un partito e dissidi personali».

La prima cosa che farebbe da sindaco?

«Incontrare, ascoltare e motivare i dipendenti. La macchina comunale funziona come una squadra, il sindaco deve essere un buon allenatore».

La sua visione di città?

«Subito, un po’ di normalità. Come per le buche in strada, i marciapiedi, la viabilità. È vero, le risorse sono poche, ma è possibile rimodulare su un buon progetto di riqualificazione i fondi già definiti su altro nei canali Pisus o Fers. Con lo sguardo più in là, penso soprattutto alla città universitaria, ai giovani, al centro storico da far vivere portando gli studenti».

Che cosa dovrebbe fare Potenza?

«Puntare sul bello, che c’è, sa? E sulla normalità. È una cultura, e ci farebbe bene».

 

 

IL CHIARIMENTO SULLA SIDERPOTENZA: «SE NE PARLI CON DATI E NORME IN MANO»

«NO, non è un problema, non ho paura a parlarne. Anche perché la mia posizione non è mai cambiata». E così, ancora una volta, utilizzando la pagina pubblica su Facebook, Dario De Luca spiega che «no, non si può parlare della delocalizzazione della Siderpotenza senza dati». E quell’incarico professionale che ha con la siderurgica gestita dal gruppo Pittini è relativa solo al riordino di alcuni lotti acquistati dall’azienda. L’azienda, così spesso al centro del dibattito cittadino su ambiente e inquinamento, ha acquistato alcuni terreni appartenuti all’ex Mahle Mondial e all’ex Liquigas: l’ingegnere De Luca ne ha curato la riorganizzazione.  «Non si è trattato quindi né di un progetto di ampliamento, né di un progetto di potenziamento produttivo, come persone in malafede continuano a voler far credere. Chiarito ciò, la mia opinione personale in merito allo stabilimento Siderpotenza è che esso debba rispettare in toto le prescrizioni di legge e che gli enti pubblici preposti debbano vigilare affinchè ciò avvenga. Contestualmente, se lo stabilimento rispetterà le prescrizioni di legge, bisognerà tutelare al massimo l’occupazione dei suoi addetti che, è bene ricordarlo, sono circa 300, oltre ad altri 300 dell'indotto».

Chi potrebbe obiettare? «Ritengo che la mia posizione sia assolutamente condivisa anche dal mio contendente al ballottaggio e a questo proposito sarei grato che coloro che intendono strumentalizzarla per fini biecamente elettorali, pongano una specifica domanda in tal senso al candidato sindaco del centrosinistra».

Come a dire: inutile puntare su quell’incarico per agitare lo spauracchio della mancata delocalizzazione dello stabilimento. «Ricordo che la responsabilità della mancata delocalizzazione dello stabilimento è da addebitare a una classe politica regionale del centrosinistra assolutamente insufficiente che non creò le condizioni affinchè i nuovi proprietari dello stabilimento trasferissero l’attività nella zona industriale di Tito, dove avevano in precedenza dato indicazioni di voler allocare l'acciaieria».

Sulla Siderpotenza, così, De Luca spiega di ragionare «da cittadino». Dunque? «L’azienda deve rispettare leggi e norme. Il pubblico deve garantire controlli rigorosi, trasparenti e comunicarne gli esiti. Se l’azienda risucirà a rispettare gli impegni, la comunità dovrà prenderne atto. Se non ci riuscirà, ecco, solo allora potremo discutere di chiusura, ma secondo legge. Su un tema come questo bisogna essere seri e concreti, non populisti. Non credo che sulla Siderpotenza si possa applicare il teorema dell’Ilva, secondo cui non si possono tutelare contemporaneamente lavoro e salute. I Riva hanno tirato il collo a quello stabilimento, i Pittini no, non lo hanno fatto».

s.lorusso@luedi.it

 

 

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