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Una sconfitta
che viene da lontano

Basilicata

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È UN PD CHE non riesce a metabolizzare la sconfitta. Ma non quella di De Luca. O meglio, non solo quella.

L’espulsione dal governo della città è figlia dello choc della vittoria di Pittella, prima alle primarie e poi al governo regionale.

 È da lì che il “molto ex partito regione” è precipitato nella sindrome dell’euforia della catastrofe.

È una molto diffusa condizione di irresponsabilità che nasce dal senso di abbandono dopo un lutto importante. Vivere quella vittoria come un incidente (è, a mio avviso, il più importante passaggio politico dell’intervista fatta dal governatore al Quotidiano) e, soprattutto, ricordarlo sottotraccia al presidente - hai vinto ma hai bisogno di noi, manda via i tuoi assessori e libera i posti che ci spettano - è stato in questi mesi l’atteggiamento del Pd tra il capriccioso e l’arrogante. All’appuntamento elettorale di Potenza città bisognava evitare l’effetto domino. Pittella considerato un corpo estraneo. Quanti altri Pittella potevano sbocciare in città? E se avessero fatto cappotto con Falotico? Meglio evitare le primarie, non solo quelle di coalizione tutto sommato poco credibili con Falotico additato come un nomade della politica (e in realtà l’ex assessore regionale un puro di centrosinistra non è), ma nessun confronto all’interno del partito madre. Hanno agito per cooptazione scegliendo un illustre avvocato settantenne, un signore perbene di via Pretoria, figlio di un medico storico della città, al quale nessuno – pensavano - avrebbe potuto dire di no. Scelto da Roberto Speranza con la condivisione della ritrovata coppia Santarsiero-Margiotta. Tutti di Potenza, in una strana visione per la quale un partito delega per territorio. A ognuno i fatti di casa sua.

Ha avuto buon gioco uno come Vincenzo Folino a starsene un po’ in disparte.  Presentazioni istituzionali ma cuore lontano. E molti altri come lui. Ma così non si fa gioco di squadra. Sistemata così l’intoccabile candidatura, liquidate le pretese di Falotico come un fastidioso ronzio, il Pd piuttosto che fare campagna elettorale ha continuato nella sua specialità principale, il rivendicazionismo nascosto. Le elezioni dovevano servire per contarsi e riposizionarsi per il congresso regionale.

L’8 giugno non è mai stata vissuta come la data del ballottaggio ma come la data del congresso imposta da Lotti. Come si sarebbero misurati per la sfida? Anche dai voti che dei consiglieri comunali sui quali puntare. Come cavalli da corsa. In questo delirio i democratici sono stati divorati come i figli di Giove, incapaci di offrire un sogno alla città.

Qui conta poco Renzi e il suo 40 per cento. La considerazione giusta l’ha fatta Dario De Luca la notte della vittoria: non è un voto ideologico. Questo farà poco felice Gianni Rosa, ma il nuovo sindaco di Potenza non ha vinto perché uomo di destra anche se ha ammesso che la sua storia è lì. Accanto a lui ci sono molti della destra storica cittadina, molti sono giovani, e Potenza dovrà per la prima volta affrontarne il rapporto.

I problemi della città sono talmente tanti che difficilmente si potranno aprire dibattiti su questioni che dividono (dal welfare, agli immigrati, ai gay, per esempio). Del resto non è che i democratici siamo stati finora esempio di orgogliosa differenza. La città che ha vissuto come colpe le scelte di Colombo non sovverte. Conserva. De Luca incarna bene lo spirito della città: moderato cattolico, ecumenico, inclusivo, conciliante, ma dovrà fare i conti con la voglia che i suoi hanno di assaltare la città. In una logica comprensibile di conquistatori che mandano in esilio gli sconfitti.

C’è un altro dato interessante, il profilo professionale del neo eletto. L’unica cosa che gli è stata rinfacciata in campagna elettorale - essere il tecnico della Siderpotenza - non ne ha smosso la consistenza. A dimostrazione di come certo ambientalismo nimby sia solo il pretesto per scaricare rabbia sociale. Assecondato in maniera contenuta il voto protestatario al primo turno sul candidato grillino, messa a riposo il traino dei candidati consiglieri, nella prima domenica afosa di giugno l’acedia è precipitata addosso al popolo democratico. Sicché c’è stata una liberazione per entrambe le parti.  Per i vincitori per la prima volta alla conquista del Palazzo, per i vinti finalmente privi della fatica di dover dimostrare qualcosa.

De Luca ha subito rivendicato la sua autonomia dai partiti. Eppure c’è un elettorato che da lui si aspetta e pretende scelte da uomo di destra. Esattamente come un vasto elettorato democratico si aspettava qualcosa di sinistra che non c’è stato. Anzi, in una strategia suicida, è stato proprio il Pd a legittimare De Luca. È lui l’unico interlocutore che riconosciamo, disse Santarsiero. E Petrone ha continuato. Un classico del sistema chiuso cittadino. Gianni Rosa è stato bravo a non forzare la mano sull’appartenenza. In pochi (ma ci sono) hanno dato l’idea di avere una maglia nera addosso. Hanno scelto un uomo non destabilizzante sfruttando non solo lo scatto d’autonomia rispetto all’altro centrodestra che sosteneva Cannizzaro, ma cavalcando il lungo lutto del Pd che si trascina da un anno. Il quale Pd deve fare quello che si fa in questi casi: preparare le dimissioni dei quadri politici, placare l’ansia di postazioni ammettendo che si può lavorare anche senza essere graduati, capire se vuole essere un partito garantista o giustizialista (l’area riformista, in cambio di Luongo segretario, ha proposto anche Braia assessore regionale, cioè quell’ipotesi tanto infetta che la fece pretestuosamente insorgere a dicembre scorso).

La democrazia dell’alternanza è sempre un bene. Potenza ha espresso una chiara volontà di rottura in una domenica in cui non si capisce se abbia potuto di più l’attrazione per il mare o la sfiducia per la politica. Da oggi, dopo la festa, De Luca dovrà affrontare un lavoro enorme. La città che lo ha votato si aspetta che non abbia alcun rapporto con chi lo ha preceduto. Ha un problema consiliare che, in realtà, c’è da scommettere, risolverà facilmente. Per la parte politica che lo ha voluto il compito difficile, di lotta e di governo. Gira la ruota e dovranno dimostrare di saper governare. Che è quello che si aspetta Potenza. Che forse è cosa più difficile della carabina spianata.

l.serino@luedi.it

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