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A proposito dei dolori interni del Pd
Quando a fare l’analisi è un’altra generazione

Basilicata

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POTENZA - «Sì, nel partito, ma l’impegno è soprattutto verso un’idea di necessità (e di utilità) della politica rispetto alla società». E lui, che a 23 anni fa della militanza un impegno costante, spiega che «sì, qualcosa da cambiare c’è. Ma solo a patto di saper fare proposte». Carlo Rutigliano, tessera PD, è una delle voci di quel melting pot spesso poco conosciuto che è l’universo dei giovani militanti democratici. Studente di economia, mai con le mani in mano, deciso a fare della politica un ponte con il territorio. Anche per questo alcuni mesi fa ha messo su un’associazione, Esse, di cui è presidente.

Perché aprire un’associazione culturale?

«Abbiamo provato a dare sfogo alla voglia di avvicinare i più giovani a tematiche concrete, per ragionare di sociale, di città, di genere. Avvicinarli a queste tematiche significa avvicinarli alla politica».

Ma se l’obiettivo è il coinvolgimento, non basta provare a farlo negli spazi già esistenti?

«Ci diciamo sempre che i giovani sono lontani dalla politica, che sono disinteressati, ma non credo sia vero fino in fondo. Piuttosto, sono lontani da un certo modo di fare politica. C’è un gruppo di dirigenti che chiamavamo “giovani” pochi anni fa e che oggi rivestono ruoli di Governo. Quel gruppo ha saputo proporre un’idea di Paese, di partito. Devono farlo sempre i giovani, devono essere propulsivi».

Dalla giovanile del Pd, però, è spesso arrivata forte la denuncia di mancato ascolto.

«Come giovani, in generale, dovremmo smettere di pensare che ci spetta “perché ci siamo”. La chiamata ce la dobbiamo guadagnare, dobbiamo convincere perché siamo portatori di idee. E l’atteggiamento deve valere sia verso l’esterno del partito, sia verso l’interno».

Non accade abbastanza nel Pd?

«Siamo incastrati ancora in quelle logiche della politica che tende ad autoconsevarsi. Anche tra i giovani ci sono le fazioni, gli schieramenti. Non ci porta da nessuna parte».

Allora come si fa?

«Proponendo soluzioni invece di attaccare, costruendo proposte invece di costruire steccati. Il tema è anche far crescere nuove generazioni di dirigenti con questa spinta».

Vale anche per l’analisi della sconfitta elettorale nel capoluogo?

«Partiamo dalla consapevolezza che sono stati diversi fattori ad aver determinato il risultato. Il primo, un contesto sociale di grave crisi e difficoltà: in questa condizione la protesta è più forte. Detto questo, però, dovevamo vincere al primo turno. Punto».

Gli 800 voti mancati al primo turno sono diventati più di novemila al ballottaggio.

«Uno scarto simile non può essere frutto solo del giudizio sulla vecchia amministrazione, o dell’incapacità di far passare l’idea del cambiamento, o di qualunque altra delle tante cause sollevate e suggerite in questi giorni».

Quindi da cosa nasce?

«Dall’essere arrivati all’8 giugno (data del ballottaggio, ndr) reiterando l’immagine di un partito spaccato, impegnato a recriminare su eletti, scelte, impegno. Abbiamo provato a portare all’esterno un’idea di città, ma senza riuscirci. Abbiamo invece portato fuori un modello di partito che la gente ci ha detto non funziona più».

Qual è il modello che funziona?

«Un modello che si occupi molto meno del proprio interno. Ci dimentichiamo troppo spesso delle esigenze della cittadinanza, che invece vuole sapere come sarà governata. Il partito deve essere in grado di proporre all’esterno soluzioni concrete. La spinta credo debba e possa partire soprattutto dai giovani».

Ma il Pd non dovrebbe prima raggiungere un minimo di unità?

«Purtroppo oggi la mancanza di unità sembra una sorta di difetto congenito nel Pd, almeno qui. Invece dovremmo riuscire a raccogliere la sfida così come ha fatto Renzi a livello di Governo: il logorio interno non è più funzionale, anzi. Lo scontro interno non porta a battere il nemico, ma ad andare contro la comunità, che poi punisce».

Che responsabilità spetta ai più giovani e alla giovanile in questo processo?

«Essere in grado di proporsi e contemporaneamente proporre quel modello diverso».

Sguardo al congresso: che aspettativa?

«Mi aspetto un congresso aperto. Del resto, se vogliamo che il partito sia aperto e sincronizzato con il mondo, che senso avrebbe un congresso fermo a cinque mesi fa nelle candidature? Da allora è cambiato tutto, è cambiato il Paese».

Che cosa serve perché accada?

«Il Pd ha bisogno di riconnettersi con la società, ed è un problema di metodo. Significa affrontare le questioni, anche la riapertura delle candidature, in un’ottica di collettivo, non di personalismi».

Va bene, ma qual è la strada?

«C’è un tema, emerso forte nell’ultima direzione cittadina a Potenza, che sta nel dirsi le cose come sono. Il voto dell’8 può diventare un’arma o un momento di autocritica collettiva. E possiamo scegliere di riannodarci sulle logiche che, oggettivamente, ci hanno fatto perdere».

Sarà che al Pd manca la relazione coi territori?

«Abbiamo accantonato un po’, è vero, il radicamento, il fare rete. Ma è una via fondamentale per un partito che vuole essere delle persone. Non puoi dimenticare di ascoltarle, e per farlo serve essere presenti».

s.lorusso@luedi.it

 

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