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La disubbidienza di Marcello

Basilicata

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L’HA fatto. La prima vera sovversione che si aspettavano da lui. Nella Basilicata moralistica potrà passare come un atto contra legem, ma per chi è davanti al bivio del prendere o morire non c’è vincolo che tenga. Il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, rompe il patto di stabilità sulle royalty del petrolio (l’iter è più complesso e potete leggerlo nel pezzo di Salvatore Santoro). Una notizia enorme. Se “la cosa”il pronunciamento andrà in porto la Basilicata in un solo colpo potrà azzerare tutti i debiti pregressi fino al 2014, ossigeno per i comuni e per le imprese che aspettano di essere pagate.

Nessuno finora se l’era sentita. Il presidente ci mette fiato. Il precedente governatore, Vito De Filippo, si era fermato a una lettera a Monti. Pittella oggi gira la clessidra e dice: stiamo morendo, è solo questione di tempo, è iniziato il conto alla rovescia. Che si fa? Fa il giro dei volti dei giornalisti che ha convocato e ne stimola l’orgoglio indentitario: se recita, gli riesce benissimo, se calcola ne trarrà vantaggio, se ci crede sarà portato in trionfo: «Vi rispetto, fate il vostro lavoro ma datemi una mano a far uscire fuori questo grido, questa è la battaglia di tutti». 

Il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Mimmo Sammartino, gli chiede: «Ma una mobilitazione popolare?» Il ricordo è alla Scanzano di Bubbico, Pittella si smarca, propone la sua piattaforma antagonista ma istituzionale, prosciugato nel fisico e autonomo nel pensiero. E’ evidente che ha un solo obiettivo: sottolineare che ora è il suo tempo. Nel momento di sciagura massima del Pd lucano compie un gesto di enorme valore politico e rivendica la specificità lucana (abbiamo un tesoro perchè non possiamo metterci le mani?) mandando un calcio alla Campania con la quale pure in queste ore conversa per l’aeroporto di Pontecagnano. «Guardate qui – e sventola una carta - hanno fatto una deroga per il termovalorizzatore di Acerra e noi che incassiamo le royalty per compensazione ambientale, come facciamo a compensare se non possiamo spenderle?».

Fila il ragionamento sulla rabbia del supplizio di Tantalo, mentre tutte le belle parole sulle riforme - lo ammette lui stesso - resteranno parole se non si metterà mano alla sostenibilità concreta di esse, soldi, money.

I colleghi consiglieri? I colleghi parlamentari del Pd? Tutti edotti (Polese presente) e come potrebbero non essere d’accordo? E se non lo fossero? Intanto arrivano altri sostegni, associazioni di categoria, il centrodestra. I silenzi non mancano. Voci contrarie neppure. In questo stesso giornale Antonio Ribba suggerisce: rivedete prima la spesa e poi puntate l’indice contro lo Stato. Pittella non arriva a spiazzare sulla casa madre, ma è evidente che la sua marcia solitaria, ben favorita dagli scontri interni al suo partito, lo colloca in una posizione di interlocuzione indipendente col governo, il quale  dice «Non potrà non fare sua questa battaglia, se è proprio Renzi che ha posto lo stesso problema all’Europa».

Anomalo nel panorama politico lucano, storto e diretto al tempo stesso, mai fuggito davanti a una domanda, Marcello Pittella prova a sfidare un sistema culturalmente egemonizzato da un centrosinistra cresciuto nell’analisi della predestinazione che puntualmente si compiva e incapace oggi di analizzare la vittoria di se stessa alle regionali, la sconfitta, sempre di se stessa, al comune di Potenza. Pittella non è un democristiano e neppure un comunista. Partito da una minoranza di pensiero laico ha intuito, nel giro di qualche mese, che troppo alto restava lo scarto tra le aspettative e i risultati. E così partendo da un catastrofismo pessimistico (ci resta poco, pochissimo, e moriremo) costruisce l’ottimismo della sfida storica. Tra un Bucharin che incita i contadini stremati dalla guerra ad arricchirsi e un Casarini prima maniera, quello delle tute bianche. Destabilizzante. Disubbidiente. Incazzato.

E’ talmente enorme quello che annuncia  che forse è più salutare ripiegare su un sano scetticismo. Ma diamo fiato alle trombe, col piacere della ribellione: il patto di stabilità sulle royalty è ingiusto.

l.serino@luedi.it

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