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A Roma il Sud non ha voce
Intervista a Giuseppe Galasso

Basilicata

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“Se i meridionalisti aspettano di essere occupati con la questione del Mezzogiorno, è meglio che pensino a cambiare mestiere. Perchè in ogni caso che il Mezzogiorno sia tenuto o non sia affatto tenuto presente, non è una via professionale”.

La lucidità di analisi, il sereno puntiglio, il disincanto dello storico, fanno del professor Giuseppe Galasso uno dei pochi alti ed autorevoli riferimenti rimasti del pensiero e della scuola meridionalistica. Risponde così alla domanda sulla scomparsa delle“parole” Sud, Mezzogiorno. Neanche appena sibilate da Matteo Renzi nel discorso di insediamento del suo governo; niente di niente anche da Ignazio Visco nella annuale relazione di Bankitalia; idem da Sergio Squinzi nella sua prolusione agli stati generali di Confindustria. Disincanto, si diceva. Il professore aggiunge: “ I meridionalisti sono tali in quanto hanno competenze specifiche e quelle competenze specifiche o ci sono o non ci sono, sono indipendenti dall’andamento della questione meridionale nel dibattito e nella prassi politica del Paese”.

Intanto non la si nomina più. C’è di che preoccuparsi?

“No. Credo che il Mezzogiorno sia scomparso come termine ma credo anche che sia  paurosamente presente con l’incombenza, la complessità e con la dimensione dei suoi problemi. Questo riaffiora ad ogni momento e rende naturalmente insufficienti le analisi della realtà italiana che non tengono conto del dualismo del Paese. Che poi a questo dualismo debba seguire questa o quella politica, questo o quell’atteggiamento, è un altro discorso. E su questo ci si può dividere anche radicalmente”.

Intanto lei ha di recente dissentito dalla visione di Romano Prodi...

“Ho osservato che Prodi non faceva menzione del Mezzogiorno e auspicava delle politiche nazionali di generale sviluppo e crescita del Paese”.

L’ex presidente della Commissione europea auspica modelli da importare, che lei invece considera non sovrapponibili e che hanno alte probabilità di non funzionare.

“Sì, ma in altro senso. Ho rilevato che Prodi auspica una politica di generale sviluppo e crescita del Paese. A mio parere, sono queste le politiche più adatte alla condizione del Mezzogiorno anziché delle politiche speciali e straordinarie, che isolano il Mezzogiorno e ne fanno un ghetto dell’azione complessiva di governo e amministrativa del Paese”.

Quanto ai modelli?

“Prodi si riferiva al caso della Germania e dell’Irlanda. Ho obiettato che né l’uno né l’altro caso sono adattabili al Mezzogiorno tanto facilmente come si crede. Innanzitutto perché la Germania orientale prima di essere unificata con quella occidentale, era già un Paese industrialmente importante, il secondo Paese industriale dell’Europa sovietica  dopo la Russia, e quindi già presentava una intelaiatura di base che nel Mezzogiorno non c’era e non c’è; in secondo luogo, oppugnavo anche questa famosa riunificazione tedesca, che certamente di gran lunga ha modificato le cose nella Germania orientale nel suo rapporto con la Germania occidentale ma quanto al fatto che le differenze tra le due parti del Paese siano del tutte superate, questo non mi pare. Basta stare ai resoconti giornalistici, agli interventi degli storici della materia, e anche alla coscienza pubblica del Paese: una certa permanente differenza resta tra quelle che erano la Germania occidentale  quella orientale. Certo, questa differenza non è assolutamente paragonabile a quella del dualismo italiano”.

L’Irlanda, quindi.

“E’ apparso come uno di quei Paesi che sembravano tigri rampanti dell’Occidente europeo, insieme con la Grecia, la Spagna, il Portogallo. Poi si è visto negli ultimi anni che quella era una crisi gonfiata e si sono dovute sgonfiare molto di quella crescita prima di riprendere il cammino. A parte il fatto, aggiungo qui una cosa che non avevo scritto: l’Irlanda non teneva al suo interno alcun problema di dualismo che lentamente fosse richiamabile al nostro Mezzogiorno e quindi mi sembravano due modelli suggestivi, importanti ma non del tutto calzanti, anzi non calzanti per il Mezzogiorno”.

Senta professore, lei sostiene che il Sud, come tema non come realtà, scompare nel passaggio tra Prima e Seconda Repubblica, quando naufraga il modello politico di una rappresentanza superato dai tempi. Qual è oggi lo stato dell’arte delle classi dirigenti meridionali?

“Permane una debolezza incredibile, una debolezza politica delle classi dirigenti meridionali nel contare a Roma. Fra il peso del Mezzogiorno fino al 1992-93 e il peso del Mezzogiorno oggi nella politica nazionale, c’è una differenza di quattro a uno, per esprimerci in termini calcistici di stagione. Che questo sia dovuto al cattivo esito del periodo precedente, non c’è dubbio ma rovesciare tutte le croci addosso all’attuale classe politica e dirigente del Mezzogiorno non sarebbe né generoso né giusto. E però verissimo che questa classe dirigente non riesce a contare a livello nazionale e ad imprimere alla politica nazionale un corso che tenga adeguatamente conto, non dico di politiche speciali e straordinarie, ma politiche nazionali adeguatate alla dimensione dei problemi del Mezzogiorno. Questo dovrebbe essere motivo di esame di coscienza e di riflessione politica”.

C’è anche altro che ne deriva sui territori dove le istituzioni locali, che dovrebbero essere protagoniste in prima battuta, vengono  esonerate, penso alla realizzazione di importanti infrastrutture, dai commissariamenti. Così facendo, il Sud non finisce per affezionarsi alle sue storiche malattie?

“Non sono molto d’accordo. Vedo invece che il Sud reagisce. Ha reagito elettoralmente in vari modi dal 1993 ad oggi; reagisce con un fenomeno socialmente importante come quello dell’immigrazione; reagisce alimentando una serie di iniziative che dimostrano creatività e capacità di azione del Mezzogiorno. Tutto questo è insufficiente, non fa ancora una massa critica tale da mutare la condizione generale del Mezzogiorno. Questo è pacifico, lo si vede ad occhio nudo, però non si può dire che il Mezzogiorno si affezioni alle sue malattie. Piuttosto sono le classi dirigenti e politiche che si affezionano a queste cose e non riescono ad uscirne fuori. E questa è anche una ragione del loro diminuito peso politico nazionale”.

L’Europa, professore, e le dolenti note del rapporto tra l’Italia e i maggiori partner. Sappiano, e tutti lo dicono, che abbiamo bisogno intanto di recuperare peso internazionale. Per il momento, Renzi a Strasburgo ha sovvertito i paludati protocolli e ha risposto per le rime alla Bundesbank: considera questo un indizio incoraggiante per il semestre europeo guidato dal nostro presidente del Consiglio?

“Credo che Renzi a Strasburgo abbia fatto benissimo. Innanzitutto contestando il magistero di certi Paesi europei, tutti assorbiti nella particolarità delle loro condizioni. Tra l’altro, con scarsissima memoria storica: la Germania, meno di quindici anni fa, stava precisamente o quasi nelle condizioni generali dell’Italia oggi. C’ha messo alcuni anni ad uscirne fuori e ne è uscita per la verità eccellentemente. Ma c’è una cosa che la gente non dice e tantomeno dicono i politici tedeschi: quella di aver pagato prezzi piuttosto alti su vari piani. Cito soltanto l’organizazione legislativa delle condizioni del lavoro: vigono contratti che vanno benissimo fino a che le cose dell’economia vanno bene, se domani le cose dell’economia dovessero cambiare di segno, non andrebbero per niente bene”.

Ma intanto la Germania continua a difendere con successo i suoi interessi.

“Questo è il punto principale. Diciamo che ha dovuto chiudersi nella difesa offensiva del suo modulo di ripresa economica dalle sue difficoltà di quattordici anni fa, imponendo questo modello al di là di quanto sarebbe giusto. Non dico che non sia giusto imporre questo modello. Dico soltanto che imporlo oltre certi limiti e nelle condizioni così diverse di alcuni Paesi europei rispetto ad altri, non è una via giusta né per questi Paesi né, alla fine dei conti, per la stessa Germania: perché se è forte e potente in un’Europa solida, conta in  una certa misura; se è forte e potente in un’Europa debole, scoordinata  e poco forte sul piano interno, anche la Germania  ne risente profondamente”.

Ma intanto soprattutto l’Italia ha fornito consistenti alibi al modulo tedesco e all’Europa “matrigna”. Prenda i fondi europei: giorni fa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Del Rio, ha definito “un disastro” l’ultimo settennato  italiano nell’utilizzo dei fondi strutturali.

“E’ un severo ammonimento che Del Rio ha fatto bene a ricordare a chi richiede politiche speciali e fondi straordinari. Ma se noi i fondi straordinari li abbiamo e non li spendiamo, non si capisce perchè dovremmo essere credibili nell’accanimento antieuropeo”.

Dicono che a causa del patto di stabilità, quei fondi diventano sostitutivi e non aggiuntivi, come dovrebbe essere.

“Non discuto questo punto. Ma o fondi sostitutivi o aggiuntivi, quei fondi non sono stati spesi. Questo è il dato politico che conta”.

Qual è la sua opinione sul vasto fronte che da Grillo in poi rappresenta in Parlamento l’euroscetticismo fino all’eurofobia: rappresentano il punto più alto ragiunto dalla avversione antieuropea o la parabola è appena cominciata a salire?

“A mio parere, criticare, rifiutare l’Europa, esserne scettici o moderatamente insoddisfatti, è un atteggiamento comprensibile  ma che storicamente non mi sembra avere molte prospettive davanti a sé. L’Europa è ancora molto incoerente e debole, non è ancora uno Stato europeo, è una vaga Comunità e tuttavia tornare indietro diventa sempre più difficile ogni giorno per qualsiasi dei Paesi membri. Persino l’Inghilterra che tiene la testa degli euroscettici, che non  cederebbe mai la sua sovranità ad uno Stato europeo, incontrerebbe difficoltà notevoli a recedere dall’Europa quando se ne ponesse il problema. Come dimostra la reazione del mondo industriale britannico all’idea di lasciare l’Europa: in via ufficiosa e ufficiale, hanno fatto notare che l’Europa è il primo cliente dell’industria inglese. Insomma, l’Europa è debole, stradebole, è l’ombra dell’Europa che si dovrebbe auspicare e realizzare però anche così è una realtà storica innegabile e sempre più difficile da sovvertire”.

Torniamo sul divario italiano. Anche quest’anno, il Premio Strega, considerato a torto o a ragione uno dei massimi riconoscimenti letterari italiani, è stato assegnato a Francesco Piccolo. Un campano di Caserta ma nella cinquina il Mezzogiorno, anche in questa edizione, era ben rappresentato. Casualità, causalità o soltanto coincidenze?

“No, è un dato storico permanente. L’intellettualità meridionale nella quadro della storia culturale e civile dell’Italia unita, è sempre stata ai primissimi posti, dai primi anni dell’Unità in poi. Non so di cosa ci si sorprenda. Alcuni dei maggiori scrittori italiani dopo l’Unità sono meridionali, da Verga a Pirandello, da D’Annunzio a Quasimodo, insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta. La filosofia italiana di questo periodo, per più della metà è meridionale. Anche nel campo scientifico la presenza del Mezzogiorno è stata di prim’ordine. Non capisco perché ci si sorprenda del fatto che i meridionali continuano ad eccellere nella vita civile del Paese. Lo hanno sempre fatto del resto, anche nei periodi più infelici della storia del Mezzogiorno pre-unitario. La cultura ha sempre rappresentato un terreno diverso, di manifestarsi e di essere presente come Mezzogiorno nella storia del contesto europeo”.

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