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Verso il congresso: il presidente si schiera
La metamorfosi di Lacorazza

Basilicata

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POTENZA - L’annuncio è preceduto dalla stesso gioco mediatico con cui ha scelto di condire la sua comunicazione delle ultime settimane. Il presidente Lacorazza inizia dalle prime ore della mattina: prima crea l’attesa, poi fa dichiarazione di voto: «Non ho dubbi su chi scegliere come segretario regionale del Pd. Io voto Paradiso Dino». E per quanto il suo spostamento sul candidato civatiano, in vista del congresso di sabato prossimo, fosse già abbastanza chiaro ormai da settimane, il presidente del Consiglio sceglie i toni della notizia dirompente per l’ufficializzazione sui social network . Una lunga nota con cui Lacorazza spiega i motivi per i quali il suo partito è quello di Paradiso. Uno su tutti: “E’ colui che  più di tutti si avvicina a quello che tesserati ed elettori vogliono dal Pd: rinnovamento di metodi, di politiche e di persone”. Un voto per “un’altra politica”. Perché - spiegherà più avanti - non basta dichiararsi renziani per depurarsi dalle vecchie logiche.

Dopo la battaglia combattuta senza successo per la riapertura del congresso, con la possibilità di una sua candidatura diretta proprio in rappresentanza dell’area civatiana, il presidente sceglie comunque di stare con il terzo in campo. Separandosi di fatto dai compagni di viaggio di sempre: Roberto Speranza e Vincenzo Folino.

E’ l’ora del coraggio - ribadisce lui - come fu nel 2009 per l’attuale capogruppo alla Camera.

«Non correnti, nè rendite di posizione», precisa in premessa.  Che, però, Lacorazza sentisse il bisogno di ritagliarsi una strada autonoma era chiaro già da un pò. «Non sono animato dalla ricerca di improbabili rivincite», precisa ancora rispetto alla sconfitta alle primarie per la Regione. Ma è da lì che tutto prende le mosse. In quell’area ex diessina uscita notevolmente indebolita dagli ultimi appuntamenti elettorali, il giovane presidente che  ha ancora davanti tutta la carriera da costruire deve essersi sentitito troppo stretto. Da qui l’ esigenza di un nuovo posizionamento. Pronto, addirittura - nel caso di una riapertura del congresso e quindi di una sua candidatura - anche a rassegnare subito le dimissioni dalla presidenza del Consiglio. Parla di «progetto» e non di «casacca». Ma è facile immaginare che nella scelta abbiano pesato anche logiche di prospettiva. Un presidente trentaseienne, alla seconda carica più importante della Regione, non può che nutrire alte ambiziosi.

Meglio proponendosi come l’interprete di una politica nuova e punto di riferimento più autorevole di un’area, seppur di minoranza, che non, ancora una volta, come pezzo di un apparto che ormai non riesce più a portare acqua al mulino. Anche se cinicamente l’operazione comporta il tradimento dei “suoi”. Sempre che di questo realmente si tratti. Perché se non ci sono dubbi sul desiderio del presidente Lacorazza di conquistarsi una sua fetta di autonomia, meno chiare sono le conseguenze sui rapporti con Folino e Speranza.

 In termini di dinamiche congressuali c’è  almeno un’altra possibile lettura: verosimilmente, stando a qualche previsione spicciola, lo spostamento di Lacorazza e i suoi su Dino Paradiso, potrebbero impedire l’elezione di Braia al primo turno.  Con un successivo spostamento dei civatiani    su Antonio Luongo. Arginando così così in maniera definitiva la corsa del candidato renziano e soprattutto l’ulteriore ascesa dei pittelliani.

m.labanca@luedi.it

 

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