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«Il mio partito? Sarà il Pd delle sezioni»
Cosa hanno in comune cabaret e politica

Basilicata

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POTENZA - Tutta colpa della politica che in questi anni ha innalzato «la quarta parete». Lo spiega così, col gergo dello spettacolo, quell’ambiente in cui si è formato, ha sgomitato e alla fine ha trovato la strada. «Il cabaret è una cosa seria», sorride Dino Paradiso, affidando all’ironia una consapevolezza.

Comico con lunga gavetta e una carriera in ascesa, candidato alla segreteria del Pd con i civatiani. Ma come si conciliano i due profili? «Come sempre, per attaccamento a questa terra. Il mio territorio torna nella vita e nella comicità, ne faccio un valore, affettivo certo, ma anche politico».

Aveva quindici anni quando ha fondato a Bernalda, la sua città, la Sinistra giovanile. Militanza, gavetta di partito, l’impegno nel consiglio comunale e nel governo locale. «Poi però ho fatto un passo indietro, sono il primo a credere nel limite ai mandati». Punto che sviluppa anche nel suo programma per la segreteria regionale del partito. Vale pure per l’incompatibilità tra ruoli istituzionali e incarichi di partito. «O sei una cosa o sei l’altra».

Sposato, papà di un bimbo di due anni e mezzo, una laurea in scienze politiche e la gavetta alla scuola di Serena Dandini, poi gli spettacoli, le convocazioni, l’ultima grande vetrina con la trasmissione televisiva Made in Sud.

Quando racconta della sua vita è anche per sintetizzare il messaggio della sua candidatura alla guida del Pd di Basilicata: «Per rimanere in Basilicata ho puntato sul talento: ci ho creduto, ho fatto del cabaret la mia professione. Nell’inseguire una passione ci sono tante variabili da mettere in conto, ma bisogna sempre puntare sul talento, studiare e provarci, con tutte le forze».

Anche il cambiamento è così, anche il cambiamento che spetta (dovrebbe) alla politica, al Partito democratico in particolare.

«Dal Pd dei dirigenti, al Pd delle sezioni», dice. «In ogni posto dove arrivo spiego che al centro del partito vorrei vedere i militanti, i paesi, le comunità locali».

Sarà che ha vissuto la militanza e l’impegno politico nelle sezioni quando il partito poggiava su una struttura diversa, sarà che è cresciuto in periferia con la sezione che era scuola e ritrovo tutto insieme. «I tempi sono cambiati, le nostre relazioni sono cambiate, c’è Internet, comunichiamo in tempo reale. Certo che dobbiamo adeguarci ai tempi, ma la sezione deve rimanere lo spazio in cui le persone possono portare istanze e trovare chi è capace di raccoglierle e tradurle in proposte per le istituzioni».

Insomma, «non puoi immaginare di avere una struttura che funziona se la base non è solida. Girando in questi giorni di campagna elettorale - racconta - ho incontrato tante persone deluse perché non partecipano più alle scelte».

Poi sul come arrivare a quelle scelte, alla partecipazione, aggiunge un principio: le regole. «Funzionano decisamente più delle deroghe», ironizza. E poi spiega che la polemica nata, soprattutto nel dibattito online, sui ritardi della consegna delle liste per l’assemblea democratica è stata un momento «quasi prevedibile» della campagna elettorale per la segreteria. «Ma c’è un organo di garanzia del partito che controlla e a cui bisogna affidarsi».

Dice anche che il clima in giro è buono. Sul risultato peserà il sostegno ricevuto da due dirigenti come il presidente del consiglio regionale Piero Lacorazza e il suo predecessore Vincenzo Santochirico: «Io ringrazio chi mi appoggia, la mia candidatura nasce fuori dagli schemi, raccoglie molta voglia di esserci, innovare e credo sia rappresentativa di una comunità di giovani e meno giovani che ha voglia di partecipare. E no, non è questione di età. È, invece, una storia di condivisione quella che vorrei narrare».

Ecco che torna, così, il linguaggio da palcoscenico. «Vede, la politica e il cabaret hanno una cosa in comune: il pubblico, le persone. In teatro c’è la quarta parete, nel cabaret con il pubblico è invece un rimando continuo, uno scambio costante. Anche in politica: se chiedessi fiducia e non scambiassi attenzione, non avrebbe molto senso».

Come cambiare il Pd, allora?

«Dalla consapevolezza che le persone sono stanche di una classe dirigente che ha ricevuto per anni la delega di fiducia senza restituire. La teoria che le cose possono cambiare con gli stessi non credo funzioni». È tempo di mettere mano ai problemi «che toccano la carne viva delle persone e chiudere il ragionamento che si è avvitato su elite e rivoluzioni annunciate».

A poche ore dal voto di queste primarie aperte si dice fiducioso: «Io ho messo la faccia e una squadra di nomi nuovi, vogliosi di costruire un partito diverso». Peccato, spiega, che «mancherà il voto di opinione, che era un pezzo importate della mia candidatura. Il Partito - conclude Paradiso - non ha fatto neanche un manifesto, ed è chiaro che così viene tutto più facile a chi è più radicato. Ma resto sereno, qualcosa può cambiare».

@saralorusso1

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