Salta al contenuto principale

Il vizio delle Primarie
che troppo spesso non sono risolutive

Basilicata

Tempo di lettura: 
4 minuti 9 secondi

 

PRIMARIE, croce e delizia. Da quando sono state introdotte in Italia con la concomitante nascita del Partito democratico nel 2007 hanno spaccato l’opinione pubblica. E in molti casi anche lo stesso Pd a tutti i livelli. Per i suoi sostenitori, soprattutto per la legge elettorale a liste bloccate e senza preferenze, sono l’unico strumento in grado di garantire un minimo di scelta all’elettorato. Per i detrattori, invece, non sono altro che una caricatura del metodo americano. Utilizzate, in lingua italiana, più per propaganda che per reale volontà di delegare le decisioni.

Fatto sta che sono ormai 7 anni che  appena si parla di elezioni il Pd entra in fibrillazione mesi prima di farle (quando le si fanno) e si dilania al proprio interno.

Il più delle volte queste primarie  sono diventate una sorta di torneo di qualificazione prima delle elezioni vere e proprie. E molto spesso ormai più che semplificare il quadro interno ai democratici lo portano a livelli veri e propri di schizzofrenia politica.

Ma esistono: farle spesso è un problema, non farle è ancora peggio. E in sette anni sono state svolte quasi per tutto. Dalla scelta del segretario nazionale si è passati automaticamente a quelle per la segreteria nazionale e poi mano mano per l’individuazione dei sindaci, dei presidenti di regione, fino a quelle “strane” ribattezzate parlamentarie per la scelta della griglia di partenza dei candidati alla Camera dei deputati e al Senato. Fuor di metafora molto spesso hanno creato più disastri che percorsi virtuosi. Ma sull’opinione pubblica hanno sfondato e pur se fossero sbagliate non c’è politico e partito che riesca a prenderne le distanze tout court. Oltretutto per una politica che pare non riuscire più a decidere e governare fenomeni che pur sarebbero normalissimi come il rinnovamento automatico delle classi dirigenti le primarie in fondo sono una facile scorciatoia. Tanto che vengono ciclicamente sventolate anche fuori dal Pd. Quando c’è un problema di leadership il maniglione da spingere per l’uscita di sicurezza si chiama sbrigativamente primarie. Il Pdl per non averle svolte due anni fa perse Giorgia Meloni che si fece un suo partito. E in Basilicata sono state il motivo di scontro nel centrodestra potentino alle scorse amministrative ma pure nel centrosinistra.

Rimangono nell’immaginario però, e non solo, lo strumento “creato” dal Pd di Walter Veltroni. Pochi si ricordano che prima di lui qualcuno nel Lazio le aveva già praticate. In fondo però,  è stato il Pd (le ha poi sdoganate a tutta la coalizione di centrosinistra) che le ha fatte diventare fenomeno di massa e soprattutto di propaganda. E sulle primarie, negli ultimi anni si è scritto tutto e il suo contrario. In definitiva le primarie rimangono uno strumento neutro. Diventano un’arma quando vengono utilizzate in maniera “improria”. La loro natura non è nè buona e nè cattiva. Come le armi. Ed è questo il punto. L’Italia popolo di santi e di poeti e di viaggiatori forse non è proprio il Paese giusto per le primarie. Troppa creatività e troppa arguzia mal si coniuga con uno strumento che nato per far scegliere i cittadini dovrebbe rimanere asettico. Allo stato dei fatti è troppo spesso confuso con  sorta di “asilo” dove fare dispetti, dove creare alchimie, dove rigenerarsi e rigenerare in una sorta di surrogato della realtà dove in fondo non si rischia quai mai sul serio. A differenza delle elezioni quelle vere. Per certi versi sono il vero “vizio” in cui è caduto il Pd.

Ma ne è stato sottovalutato il portato: la finzione spesso supera la realtà. Non solo. Si svolgessero una volta ogni 5 anni magari la “finzione” sarebbe rimasta semplicemente utile al gioco reale. Con primarie una ogni tre mesi però, nemmeno i controllori più scaltri sono riusciti a non essere travolti dall’imponderabilità di una votazione di fatto priva di regole che diventa il campo non per esiti e soluzioni, ma per successive interpretazioni. Altrimenti le primarie vinte da Pittella l’anno scorso mai sarebbero state definite “un incidente della storia”. Il punto è che i big a furia di stare sempre in campagna elettorale sono “nudi” di fronte a queste primarie che in fondo non riescono a governare. Sono diventate prove muscolari a 360 gradi. In Basilicata ancora di più. Non si spiegherebbero altrimenti dati di affluenza così alti: si vota meno alle elezioni vere ma alle Primarie le decina di migliaia anche in un sabato di luglio sono sempre garantite. Certo la mancanza di regole e paletti favorisce anche trucchetti e alchimie. Alla fine vince solo il tesoriere che incassa gli immancabili due euro. Ma a chi serve una politica così?

s.santoro@luedi.it

 

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?