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Il congresso regionale del Pd
spogliato dei rodati rituali della politica

Basilicata

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POTENZA - Lotti sì. Lotti no. Braia o non Braia. Luongo per unire. Paradiso per cambiare. Braia per la rivoluzione. Luongo per condividere e poi Paradiso per riconnettersi. E ancora. Apri il Pd. Chiudi con il passato. E via discorrendo. Una infinità di parole. Molte senza senso. Molte altre messe in circolo ad arte per far girare il congresso regionale del maggior partito del centrosinistra regionale - e cioè il partito che ha su di sè la responsabilità anche del governo della Basilicata - come fosse una giostra. Tutto sembra a questo punto, ma non certo un appuntamento congressuale.

Onestamente si inizia a far fatica a ricordare -  prima a se stessi - che si tratta di una competizione interna a un partito (per quanto importante) e non l’elezione della super carica di un super ente di una super nazione. Ma alla fine (o alla chiusura della giostra se qualcuno preferisce) è pur sempre una carica di partito quella di cui si sta discutendo. E non è la prima volta che si rinnovano cariche interne a un partito. Magari sfugge: ma i partiti con i congressi esistono da prima di Braia, Paradiso e  Luongo.

Insomma non è lo sbarco sulla Luna. Dovrebbe essere tutto “normale”. Rodato. In fondo anche semplice. Ma questo congresso  regionale per l’elezione del segretario regionale del Pd sfugge a qualsiasi logica normale. Una cosa però è certa: ogni congresso ha una sua dialettica e un suo processo politico che dovrebbe essere interna. Anche perchè il segretario di un partito non è un amministratore. Al massimo coadiuva la linea politica dei vari amministratori facendo da collante tra identità e base del partito ed eletti. Tutto qui. In un Paese e in una Regione normale. In Basilicata questo congresso  è diventato un caso molto poco politico. Una sorta di prateria dove impazzano apprendisti stregoni e profeti. Sciamani e indovini. Esperti e consulenti. Non a caso è il congresso di un partito che vive uno dei suoi momenti più complicati che indugia quasi fino al masochismo politico. Purtroppo non dovrebbe essere un gioco: non si telefona alla Carra per indovinare quanti fagioli ci sono in un barattolo. O meglio non dovrebbe essere così. Per questo forse è meglio partire dal principio. Magari può servire.

Il Pd deve scegliere il successore di Vito De Filippo (tecnicamente reggente) che a sua volta è subentrato per decisione nazionale a Roberto Speranza che dopo aver fatto per alcuni mesi in contemporanea il segretario regionale e il capogruppo del Pd alla Camerà lasciò l’incarico a settembre 2013 poche settimane prima delle Primarie per la scelta del candidato alla Regione che vide lo scontro tra Marcello Pittella e Piero Lacorazza.

I candidati alla segreteria sono tre. Luca Braia che è espressione politica dell’area Antezza più quella di Pittella e di Margiotta con i renziani della prima e della seconda ora. Antonio Luongo che è sostenuto dall’area politica che faceva riferimento a Bersani: da Folino a De Folino, da Speranza a Bubbico fino a Chiurazzi e Adduce. Dino Paradiso dell’area civatiana del Partito rafforzata dal sostegno di Piero Lacorazza che ha abbracciato  la  linea politica del rinnovamento spinto.

Le primarie per la scelta del segretario regionale per la seconda volta consecutiva si sono rivelate non sufficienti per l’elezione popolare del leader del Partito democratico. Se si vuol proseguire su questa strada sarebbe opportuno cambiare le regole. Il precedente: anche nel 2009  i candidati erano tre (Adduce, Speranza e Restaino) a capo rispettivamente delle mozioni “Bersani due”, “Bersani uno” e la “Franceschini” che si divisero l’elettorato per poi trasferire la decisione all’assemblea degli eletti. Allora prevalse la logica di premiare il più votato alle primarie di un paio di settimane prima (Speranza) con il patto della cogestione. Se l’operazione dovesse essere ripetuta il segretario diventerebbe Braia che il 12 luglio ha ricevuto più consensi di tutti fermandosi però al 43 per cento. Per l’elezione diretta serve il 50 per cento più uno.

Una delle cause di questa situazione di caos è la concomitanza dell’apertura della fase congressuale con le elezioni regionali dello scorso novembre e poi con lo svolgimento del congresso nazionale che hanno stravolto i vecchi assetti. L’elezione di Marcello Pittella alla Regione e quella di Matteo Renzi alla guida del Pd hanno cambiato radicalmente le carte in tavola. Da allora è stato un susseguirsi di eventi e di colpi di scena. Con il centrosinistra e il Pd che hanno pure perso le elezioni amministrative nel capoluogo lucano. In tutto questo il congresso regionale è stato derubricato quasi a elemento di “fastidio” con rinvii a ripetizione.

La classe dirigente storica è parsa sempre in ritardo con le scadenze. Alla fine si è arrivati a ridosso della presentazione delle candidature quasi per caso. I tre candidati finali (i renziani all’inizio erano addirittura 4; insieme a Braia c’erano anche Margiotta, Polese e Mitidieri) si sono trovati sui nastri di partenza se non casualmente quasi. In tutto questo  il dibattito politico vero è proprio è mancato a favore di un confronto quasi sterile ed eccessivamente polemico concentrato solo su altri possibili rinvii e sulle interpretazione dei regolamenti. Tanto che fino a qualche giorno prima della celebrazione delle Primarie non era esclusa una riapertura di tutti i giochi congressuali. Candidature incluse.

L’incapacità del livello locale a dotarsi di una linea comune anche su questioni semplici come date e interpretazione delle regole ha delegato molte decisioni a Roma che un pò per partigianeria un pò per “disturbi”  sulla comunicazione interna hanno complicato  il quadro. Tanto che a quattro  giorni da quello che dovrebbe essere l’epilogo congressuale con la riunione dell’assemblea dei delegati la soluzione più “votata” potrebbe essere quella di tapparsi naso, orecchie e occhi e rinviare tutto alla chiusura della stagione estiva. Ma rimane da eleggere un segretario, non il presidente della galassia.

 

 

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