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L'inconscia vendetta
di rancori non sopiti

Basilicata

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LE cronache del congresso del PD trasudano di episodi che avremmo preferito non osservare e non giudicare. La violenza di alcune invettive, che sono talvolta l’inconscia vendetta di rancori non sopiti, danno l’idea della profonda incomprensione che ancora governa le analisi su quel ch’è accaduto in Basilicata dopo ben tre primarie: tutte vinte da un movimento di opinione largo, assai più forte delle “famiglie”, sia quelle prodotte dagli accidenti biologici sia quelle politiche, filiere di stretta osservanza regolate dal nerbo di un potere inossidabile e spesso anch’esso ereditario.

Si può opinare, come pure si è sentito nel dibattito, sulla “purezza” del voto delle primarie, un’analisi del sangue cui nessuno potrebbe sottrarsi per i tanti “affluenti” peraltro noti che hanno irrigato e contaminato le urne. Ma finchè le primarie, strumento irrinunciabile, saranno la norma ( peraltro da definire nella certezza dei diritti, superando l’analisi truffaldina delle tessere ) sarà ad esse che competerà di validare chi vince e chi perde. E quando i numeri non soccorreranno, dovrà la politica, se ha ancora qualità e dignità, riprendere nelle mani il corso degli avvenimenti.

La convulsa giornata di lunedì, oltre le vicende da saloon che l’hanno animata, ha detto due cose non banali. La prima è che nessuno può immaginare di assumere la guida del PD “contro” il sentimento largamente maggioritario della sua comunità politica. Basterebbe mettere insieme le diverse piattaforme progettuali, ed espungerne le più vitali proposte innovative per rispondere ad una domanda di cambiamento qual è nelle cose e nel voto che si è liberamente espresso.

La seconda è che i meccanismi regolamentari obbligano, alla ricerca di un’intesa che non potrebbe essere in controtendenza rispetto al movimento che il voto ha interpretato. I pochi giorni che separano dalla definizione degli assetti di governo del PD dovranno essere perciò spesi per trovare modi, contenuti e soluzioni equilibrate che tengano conto delle forze in campo e della qualità ed esperienza degli attori che si sono misurati.

Il riferimento all’unità non può essere un espediente retorico o sentimentale. L’unità è un processo che deve fondare su coordinate chiare ed assecondare il senso del voto. Ci vorranno lealtà intellettuale ed intelligenza autocritica per far fronte ad una sfida che non voglia rimettere indietro le lancette degli orologi. E ci vorranno esperienza e coraggio ( cioè la rinuncia a gestire baratti, a seminare trappole e ad avvelenare pozzi ) e soprattutto un’attitudine al servizio che può venire solo da chi comprenda l’altezza del passaggio cui si accinge e l’impegno a sostenere il duro lavoro del Governatore. Al cui equilibrio ( così come alla mediazione di altri ) credo si debba l’apertura di una possibilità di intesa, sia pure in tempi e termini che appaiono troppo ravvicinati.

Un rapido memorandum per l’eligendo Segretario interpares del PD. Sul presupposto, peraltro prevedibile, che conosca fatti, antefatti e misfatti di una vicenda che si è protratta troppo a lungo e, per le cose a cui abbiamo assistito, con recite a soggetto e con ardite incursioni sul tema sdrucciolevole del cambiamento. Sicchè chi, per consuetudine domestica, conosce storia e miracoli di un partito realmente mai nato, non dovrebbe nascondersi che la prima cosa da fare è costruirlo leggendo lucidamente il senso dei tempi. Fatica improba che non può non impegnare per intero una nuova generazione selezionata per qualità e trasparenza.

Sono queste ragioni per le quali sarebbe grave sacrificare i tratti “essenziali” della competizione promossa dalle primarie, in nome di una urgenza normalizzatrice affidata in mani “sicure” ed in funzione della “divisione dei ruoli” fra Governo regionale e partito. Divisione che derubricherei, crocianamente,-in “distinzione” per un ruolo, quello del partito, che non può essere affidato a ristrette convenienze numeriche. Soprattutto in un tempo che esige la rifondazione e il recupero di una dimensione alta e profetica della politica.

Sicchè, come il Governo regionale dovrebbe ( credo debba ) essere il Governo di tutti, così il PD non potrebbe essere “dato in affidamento”, ma essere concepito come un “bene comune”, proprietà cioè di una comunità solidale che sappia ritrovare il senso di una missione che va oltre il governo, oltre le alleanze. Esso deve rispondere oltre che al “senso della Nazione” a quello delle “Regione”. Se per “Regione” intendiamo uno spazio comunitario nel quale possa fecondare il germe di quello che Michele Prospero in un bel articolo sull’Unità ( e scrivendo dell’Italia ) descriveva come un progetto capace di “strutturare” il consenso in una matura trama di “solidarietà, di condivisione, di fiducia in un comune destino”attivando “nuovi legami sociali, etici, culturali, perfino religiosi”, e costruendo un “nuovo vincolo culturale e politico”. Questo parrebbe il senso vero da conferire all’”unità” che il PD è chiamato a ricercare qui da noi in Basilicata, tale che essa sia frutto di un  processo e non uno slogan ad effetto.

In conclusione : una regione che non voglia vivere l’esperienza di un “riformismo dall’alto” credo debba porsi il tema di un progetto pensato elaborato e costruito con modalità democratiche e fuori dalla cruenta contesa sui numeri delle primarie che pure una graduatoria avevano disegnato. Va inoltre considerato che la conta delle truppe e lo sferragliare delle armi, se avessero prevalso, avrebbero finito con l’annebbiare il profilo di ogni idea vera di rinnovamento e col premiare invece quelle “utilità marginali” e quelle truppe di confine che in qualche caso coltivano rendite o aspettative di profitto : cose anche queste già viste nell’eterna saga del potere. Anche in quella modesta che ci tocca di vivere in Basilicata.

Si lavori ora alla definizione di un profilo alto del PD che verrà, possibilmente tonificato da un intesa plenaria che lo porti a migliorare le performance della difficile sfida nella quale Pittella è impegnato.

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