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«Proteggere il sistema Basilicata»
Intervista al neo segretario del Pd lucano

Basilicata

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«È STATA e dovrà continuare ad essere una democrazia protettiva, la nostra». Lascia intendere, Antonio Luongo, neo segretario Pd, non dice espressamente. «Con tutte le debolezze, le patologie, le derive di malagestione, ma se la Basilicata ha potuto conservare l’integrità del sistema di protezione sociale evitando altre deleghe è stato grazie alla politica e al ruolo della classe dirigente».

Orgoglio di diversità. Una Basilicata non contaminata da ingressi criminali in un Sud che ne consente la circolazione da tutte le parti. La conferma, del resto, viene dai dati della Dia dell’altro giorno. «Tenere insieme classi dirigenti, costruire la Basilicata come sistema e continuare il processo di europeizzazione. Ecco soprattutto questo, l’europeizzazione. Se dovessi individuare un tratto comune che va da Di Nardo a Pittella lo vedrei in questo, un’europeizzazione altrove non riuscita». E la battuta viene facile: «A prescindere dal fatto che Gianni Pttella è lucano».

È di buon umore, il segretario, come si può essere di buon umore il giorno dopo una vittoria. Telefonino (antico) che squilla, la spesa, la compagnia della figlia neo liceale con la quale ha scambi dalla musica al latino, la mente alla lunga cavalcata delle ultime settimane. È un anarchico, ma solo esistenzialmente, figlio dei normanni.

La rivincita di una parte politica?

«No, questo schema va evitato».

Mai tanta partigianeria per l’elezione di un segretario di partito.

«Perché eravamo imbrigliati nel risultato delle primarie che hanno portato poi alla vittoria di Pittella».

Appunto, una parte politica continua a considerarla un incidente. E lui continua a ripetere che non è così.

«L’ho detto più volte, la vittoria di Marcello rappresenta una novità perché non avviene all’interno di una designazione di mediazione. Il presidente ha oggi una doppia relazione, con il partito e con chi lo ha eletto. È il compromesso del partito che non c’è stato. Finora era stato diverso, dal partito eri designato e al partito dovevi rispondere. Ciò detto sbaglia chi vuole interpretare la Basilicata con lo stesso schema dell’Italia».

Un attimo solo, a proposito di rivincite. Se non è la rivincita di una parte politica, la sua sicuramente.

«Un riconoscimento, direi, il che fa sempre piacere. Ma ho affrontato questa sfida con totale serenità. Chi mi conosce lo sa».

Allora, dicevamo, la Basilicata non è l’Italia.

«È il problema del rapporto tra premiership e leadership. Renzi è stato legittimato da un settanta per cento, la vittoria netta che consacra l’avanzata di un sindaco che si impone con una sua cultura politica. In Basilicata siamo dentro lo stesso ciclo politico, pur con la novità della vittoria di Pittella. Cambiano le gerarchie, questo sì. Ma la legittimazione democratica deve essere saputa leggere. Non bisogna chiedersi solo perché Braia non raggiunge la maggioranza, ma sapersi interrogare anche sul risultato che converge su di me. Quest’analisi, però, deve essere un punto di partenza per un’obiettivo comune: l’unità».

Facile a dirsi, ci sono ferite.

«Bisogna distinguere il partito società dal partito istituzione. C’è una responsabilità degli eletti, penso al dovere di governo dei consiglieri regionali, e c’è un arcipelago, molto frammentario e diffuso, di identità, di sensibilità, di appartenenze, di circoli, di individui, di municipi. Essere regista super partes e connettere insieme questo vasto mondo è il mio compito. Questo Pd non è più espressione di una cultura politica d’appartenenza che dall’alto si propagava e teneva insieme i più. Oggi l’identità e l’appartenenza sono attorno a sensibilità, uomini e leader, anche culture diverse che bisogna mettere a sistema, tenere insieme. Non è solo la tifoseria tra tre candidati, è qualcosa di molto più complesso. È indubbio che siamo pieni di lacerazioni e divisioni, ma c’è una priorità: proteggere il sistema Basilicata, riconoscere che l’obiettivo del presidente Pittella non può non essere lo stesso del Pd, ragionare sulla necessità di farsi aiutare sui temi strategici (perché sì, abbiamo persone in gamba che possono farlo)  con l’orgoglio di una regione strategica in un mezzogiorno al quale non pensa più nessuno».

Parla dei toscani che avanzano?

«Guardi, Pittella si trova ad essere governatore della Basilicata in un momento di grave congiuntura e di grandi trasformazioni. La fine del regionalismo e la riforma del titolo quinto, la delegittimazione della classe politica travolta da scandali vari, l’assenza di una strategia meridionalistica. Sa, ognuno è figlio della sua storia. La Toscana? È lì che nasce la cultura delle città Stato, in fondo la riforma del senato respira quel tipo di inconscia, inevitabile, ancestrale cultura politica. È per questo che dico che la Basilicata deve fare sistema nel mezzogiorno, dai grandi temi come quelli del petrolio a tutto il resto. Tenere unito il Pd significa tenere unite alleanze politiche, economiche e sociali che consentano di continuare a riconoscere alla nostra regione quella stima nazionale che ha sempre avuto».

Se avesse vinto Braia?

«Avremmo dovuto prenderne atto. L’errore di Braia è stato quello di convincersi che avendo avuto una maggioranza alle primarie (apro e chiudo parentesi: il nostro è l’unico partito dove il primo che passa può votare il segretario) sarebbe dovuto diventare automaticamente segretario. Quello è un criterio, non un automatismo».

Fu così con Speranza.

«C’è differenza. L’elezione di Speranza nasceva da quello schema politico di mediazione che portò De Filippo alla presidenza. La novità di Pittella, ripeto, è nella rottura di quello schema. Fosse dipeso da me avrei atteso un commissario per smaltire rancori e lacerazioni. E se proprio dovessi vedere una comunanza di visione tra chi ha sostenuto la mia candidatura e quella di Paradiso la vedrei in questo, un riequilibrio nel rapporto di distinzione tra premiership e leadership».

Cioè, non è stata strategica la candidatura di Paradiso per un risultato finale?

«No, poi tutte le dietrologie sono legittime».

Braia si è commosso alla fine.

«Ne ho grande rispetto, e capisco la delusione rispetto a mesi di campagna elettorale. Lo sforzo del risultato dell’altra sera, grazie anche all’equilibrio del presidente, non è di poco conto. Ora bisogna ricucire tutto il resto attorno. Le varie anime. I vari territori. E ricontaminare un partito con il suo territorio».

La principale contestazione era sul piano del rinnovamento. Alla fine ha spiazzato tutti con quell’epitaffio sul tempo. Se l’era preparato?

«Non preparo mai nulla. È stato spontaneo ma dà il senso di una posizione. È ovvio che la sconfitta di Bersani è una sconfitta storica di cui noi siamo i superstiti. Ma il tempo nuovo va accompagnato in uno schema di alleanze. Questo ha detto la Basilicata. Ora la tentazione più grande dalla quale bisogna stare alla larga è di pensare che si sia costituita una maggioranza e che con essa bisogna fare i conti».

C’è stata una guerra in tutti questi mesi.

«È finita, deve finire».

l.serino@luedi.it

 

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