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«Pronto a morir in battaglia»
La sfida di Marcello Pittella

Basilicata

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MARATEA - «Ricordo a chi cambia verso che la Basilicata sta per morire», tuona nella neutralità dell’iperuranio digitale il deputato Vincenzo Folino sottolineando che lui sta sempre dalla stessa parte. «La Basilicata sta per morire» dice il presidente Marcello Pittella a Maratea. Sarà vicina la fine, a ottobre, presto, prestissimo se non si sblocca l’Italia, se non si risolve con i vincoli del patto di stabilità, se non si decide la partita del petrolio.
Dunque è tutto un funerale annunciato, un coro di prefiche che piange. Chi trova un respiratore piuttosto che attendere la fine? Se sulla Corte d’appello che potrebbe essere sottratta a Potenza il governatore si lascia andare anche a un pezzo di grandeur su eventuali spese da sostenere, se temporeggia sulla riforma del titolo V dubitando dell’imminenza dello stravolgimento istituzionale, se si irrigidisce sul risarcimento che la Basilicata attende ancora dalle compagnie lasciando porte aperte su trattative future, su un punto va, more solito, come un treno: chi cerca di mettere sgambetti non ha ancora capito che questo è il suo tempo.
Il suo, del presidente Marcello Pittella, fratello di Gianni «che amo moltissimo». Il pittellismo - dice - è un’invenzione comoda e suggerisce procinetici di nuova generazione a chi non riesce a digerire la sua vittoria. Il riferimento agli avversari interni del Pd è evidente.
In questo scorcio di fine estate, di prassi linguistiche non proprio eleganti all’interno del variegato e mai composto mondo dei democratici, il governatore torna a Maratea dove aveva chiuso la campagna elettorale per far una chiacchierata con Luca Telese, nella piazzetta del Gesù, tra le luci che illuminano il festival del cinema. Omaggia il segretario Luongo («anche se la pensiamo diversamente») alla scuola del quale pensa che potrebbe anche mandare un figlio per capire come vanno le cose della politica; racconta di essere sereno per l’indagine in corso («sono serio, onesto, temo solo interpretazioni estensive»); dice di non essere ricco contrariamente a quello che si pensa («ho 25 mila euro sul conto corrente, da medico guadagnavo di più»); riduce il pittellismo a un’invenzione comoda (evidentemente per chi lo contesta) e racchiude ancora una volta su stesso tutta la forza di una battaglia politica.
Trova la frase ad effetto alla fine: sono pronto a morire in battaglia, dice il presidente. Sbloccare il patto di stabilità, spingere Renzi (col quale non parla spessissimo) a capire che questa non solo è una regione che esiste, ma che va rispettata e risarcita. I temi sono quelli della lettera scritta al premier, con toni severi e confidenziali al tempo stesso perché - e questo è un altro refrain - «ho sovvertito ritualità, è il mio carattere, il mio modo di essere e la ritualità della politica deve essere derubricata».
Telese lo incalza sulla vita privata, e il presidente si racconta con facilità. Ma è il contorno di una piazza che è venuta ad ascoltarlo, che cerca da lui toni decisi per gridargli che nella marcia su Roma «noi saremo con te».
Il tema del petrolio non è tra i più semplici e neppure Telese può aver chiaro il quadro di quello che è successo o sta succedendo in Basilicata. Come sono state spese le royalty? Cosa manca alla Basilicata ? Il gap infrastrutturale? Sono oggettive le contraddizioni di una storia politica che accompagna un territorio che pure in molti (quasi tutti quelli che la scoprono) cominciano ad amare proprio per la sua irraggiungibilità, come pure spiega spesso Joseph Grima, il direttore di Matera 2019.
Ci sono ancor 20 anni di estrazioni davanti e forse - questo è il punto - per la Basilicata adulta, quella che ha capito ormai il ciclo biologico della sua terra e del suo sottosuolo, è l’età delle scelte definitive.
Pittella, dal cuore del suo potere, nel salotto più bello e conosciuto della regione (sconosciuto solo a Google come lucano) non fa finta di niente.
Marca il territorio, candidamente gode anche della capacità di rispondere a domande imbarazzanti, se sia solo o in compagnia di quali alleanze politiche ancora non è chiaro, fa i conti della ricchezza lucana e osserva che non bastano, 166 milioni all’anno non bastano. E finora sono stati spesi anche in maniera dubbia. Così come anche i criteri della «spartizione». E fa l’esempio dei 26 milioni in cassa a Viggiano. Se ne riparlerà, prima dei funerali.
Un’ora all’imbrunire scelta da Pittella in un’afosa giornata d’estate per dire che lui c’è. Che ha cambiato verso con Renzi ma che non accetta ricatti dallo Stato, unico interlocutore sul petrolio (non le compagnie).
Si riaprono le danze del dibattito politico autunnale. Luongo è in vacanza per una settimana. Poi dovrà sfoderare tutta la sua arte per trovare parole giuste tra tanti comprimari. Nel frattempo a Maratea sfilano altre star.
l.serino@luedi.it

 

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