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Pd, le spine di Magorno fra primarie e "papa nero"

Calabria

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"Ma le primarie si faranno?". E' la domanda più frequente che si sente fare in questi giorni tra gli elettori di centrosinistra. Su questo strumento, previsto dallo Statuto del Pd per selezionare la classe dirigente e i candidati, è riposta la speranza di evitare una profonda frattura nel partito e nel centrosinistra a pochi mesi dalle elezioni regionali. Nonostante le rassicurazioni della segreteria nazionale, prima Lorenzo Guerini e pochi giorni fa Debora Serracchiani, nutriamo però, molti dubbi che il 7, il 14 o il 21 settembre gli elettori di centrosinistra potranno scegliere tra Mario Oliverio, Gianluca Callipo e Gianni Speranza chi sarà il candidato alla presidenza della Regione. Così come nutriamo dubbi che il 3 settembre possa riunirsi l’assemblea regionale del Pd per deliberare una qualsiasi decisione, se prima non si trova una maggioranza tra i 300 membri eletti su una proposta. E infatti a meno di 24 ore, l'assemblea non è ancora stata convocata.

Questa nostra convinzione è supporta da più indizi: a) negli ambienti renziani, si dice chiaro che il candidato sarà “calato” dall’alto e ai calabresi non sarà data la possibilità di scelta perché il partito è ancora “influenzato” e la malattia che ha causato il commissariamento nel 2010 non è stata del tutto debellata; b) da Roma è stato deciso che per la Calabria c’è la necessità di un “profondo rinnovamento” che riguarda non solo il nome del candidato alla presidenza, ma anche la composizione delle liste e il metodo con cui fino ad oggi ha agito il Pd alla Regione e nella società calabrese. 

Ernesto Magorno, diventato il parafulmine dello scontro in atto, sostiene da giorni, che non ha nulla di “personale nei confronti di Oliverio”, ma sta solo eseguendo le indicazioni di Roma. Oliverio, al canto suo, non ha alcuna intenzione di farsi prepensionare a tavolino “da chi confonde il rinnovamento con il sostituismo”, e chiede che siano gli elettori calabresi, attraverso le primarie, a pronunciarsi. 

Il punto in cui ora si trova il partito è assai delicato, il vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini, dimostrando saggezza in tempi non sospetti, sia in occasione di una riunione la sera del 30 giugno dopo l’assemblea regionale, che nelle precedenti a Roma, ha sempre sostenuto che “il candidato si sceglierà con le primarie e noi renziani dobbiamo trovare un candidato capace di vincerle, battendo Oliverio”.

La difficoltà di Magorno in questi mesi è stata proprio questa, fare sintesi in una maggioranza posticcia che lo ha sostenuto alla segreteria, composta da “renziani della prima ora” e da quelli che sono saliti sul carro dei vincitori all’ultimo momento. Proprio questi ultimi, ancora oggi, sono la vera spina nel fianco di Magorno perché non rispondono con convinzione alla sua chiamata alle armi; l’esempio più lampante è stato quando ha chiesto le dimissioni in massa dal Consiglio il giorno della condanna di Scopelliti e il gruppo regionale non lo ha nemmeno ascoltato.

E’ in questa area che per mesi sono state alimentate aspettative poi miseramente fallite. Si è partiti con Demetrio Naccari fino a Mario Maiolo. Quest’ultimo per due volte ha lavorato con Nicola Adamo e il sostegno di tutto il gruppo regionale per mettere in campo le primarie istituzionali, in un primo momento con l’avallo convinto anche del centrodestra, che voleva avvalersi dello strumento e poi puntualmente boicottate alla vigilia della presentazione delle liste. Destra e sinistra uniti ad esaltare la trasparenza delle primarie istituzionali e poi, sempre all’unanimità, a modificare la legge e, dopo pochi giorni, a denunciarne gli alti costi. Dimenticando che la democrazia ha un costo (anche i partiti hanno un costo) così come pochi sanno che le elezioni regionali costano 15 milioni di euro e nessuno grida allo scandalo. Infatti dai 400 mila euro reali di costo (compensi per i presidenti di seggio e la stampa delle schede), si è arrivati a dire che alla fine costeranno un milione (il senatore Gentile) o addirittura 2 milioni (Gianluca Callipo). Un modo per spararla grossa per evitare che il centrosinistra scelga e per fare impaurire Franco Corbelli che si ostina a farle. Quest’ultimo, che conosciamo per persona altruista, vicino agli ultimi e più deboli della società, non ci sta a passare per lo scassinatore delle casse della Regione e chiede solo il rispetto di una legge votata, fa notare da tutto il consiglio regionale.

Tornando alla domanda principale - “Le primarie si faranno?” - la nostra risposta è: dipende dalla capacità politica di Ernesto Magorno di fare sintesi. Il segretario ha confidato ai suoi amici che, come estrema ratio, sarebbe pronto a dimettersi se dovesse fallire nella missione che gli è stata affidata da Roma. Fino ad oggi ha messo in campo tutti gli espedienti possibili per far saltare le primarie, ad esempio far credere che il centrodestra volesse andare al voto il 12 ottobre. Addirittura su questa data, ha (volontariamente o involontariamente?) “fatto sponda” con settori del centrodestra che hanno giocato ad alimentare le divisioni nel campo avverso. 

Ora, l’ultima via democratica rimasta al segretario, sarebbe stata l’assemblea che dove dovrà portare una candidatura largamente condivisa, sottoscritta da almeno il 66% dei membri dell’assemblea, in modo da far prendere atto a Mario Oliverio che non ha più i numeri per andare avanti e non ha alternative al passo indietro al quel punto auspicato. 

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Oliverio potrà contare su 153 firme, Callipo su circa 140, specchio fedele di un partito diviso a metà. Una nuova proposta, (il “papa nero”) potrà cambiare tutti gli equilibri e riportare il partito all’unità. Una via alternativa, non democratica, potrebbe portare alla balcanizzazione del pd e alla probabile sconfitta elettorale del centrosinistra.

 

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