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Lo Sblocca Italia(anche modificato) non può bastare
Vincenzo Folino interviene sul decreto

Basilicata

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SENTENDO le recenti dichiarazioni di Matteo Renzi in risposta a Legambiente (“…se c'è petrolio in Basilicata sarebbe allucinante, soprattutto in questa situazione internazionale, rinunciarvi”), un cittadino di Rovigo, magari non molto informato sulle vicende della Basilicata, avrà pensato forse che

continua a pagina 10 nella nostra regione c’è il petrolio ma non viene estratto. Analogamente, le dichiarazioni rilasciate qualche giorno prima dal premier (“È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”) potrebbero indurre a pensare che in Basilicata non si estrae il petrolio, o magari che la produzione petrolifera è minima o, ancora, che è bloccata per l’azione di soggetti sociali che si oppongono alle estrazioni.

Le cose non stanno così, e lo sanno molto bene i lucani, che del petrolio parlano di più di vent’anni. Ma forse è un bene partire proprio da questo equivoco, generato probabilmente dall’inarrestabile estro comunicativo di Renzi (che a volte finisce per oscurare le cose buone che pure fa, mentre a volte diventa esso stesso sostanza politica), per ristabilire i termini corretti della questione.

E per chiarire, a noi e agli altri, che la produzione petrolifera e di gas naturale in Basilicata è piuttosto considerevole, anche se non ha ancora toccato il massimo previsto dal protocollo d’intenti firmato nel 1998 da Regione ed Eni (per una produzione massima di 104 mila barili al giorno, mentre oggi siamo intorno ai 90 mila) e dal successivo accordo del 2005 fra Regione e Total (circa 50 mila barili al giorno quando entrerà in produzione).

In totale a regime stiamo parlando di circa 160 mila barili al giorno, che in base alle previsioni (implicite) del Memorandum, a determinate condizioni sarebbero potuti arrivare a 180 mila, pari a circa il 10 per cento della produzione petrolifera italiana.

Quindi (andrebbe detto innanzitutto al premier, ma anche a quanti si attardano ancora in discussioni ideologiche) il problema non è (e forse non è mai stato) “petrolio si” o “petrolio no”, ma è quello di capire che dopo vent’anni, gli impegni dello Stato e delle compagnie petrolifere vanno verificati e aggiornati, per capire cosa non ha funzionato e cosa di diverso occorre fare per consentire lo svolgimento delle attività petrolifere in un quadro di tutela dell’ambiente e della salute ed offrendo allo stesso tempo alla Basilicata infrastrutture ed opportunità di sviluppo.

Come? Con una nuova intesa istituzionale (ipotesi peraltro fatta propria dal Governo ed accolta dal Parlamento che nel novembre scorso ha approvato un ordine del giorno dei deputati lucani del Pd), che parte da una valutazione obiettiva di questi vent’anni.

Anni in cui la Basilicata ha dato un contributo significativo all’Italia, ricevendo risposte parziali e inefficaci in termini di investimenti reali. Va detto che la stessa Basilicata, e le istituzioni del territorio in primo luogo, hanno palesato in certi frangenti limiti e difficoltà nel tentativo di mettere a frutto le risorse pubbliche provenienti dalle royalties. Ma ciò non significa che lo Stato abbia fatto il suo dovere. Tutt’altro. E un discorso analogo si potrebbe fare per le compagnie petrolifere, che hanno tratto ingenti profitti dalle attività petrolifere, lasciando sul territorio investimenti poco significativi in termini di occupazione e sviluppo.

Ecco perché le risposte parziali contenute nel decreto Sblocca Italia (almeno per quanto se ne conosce, anche con i miglioramenti ufficiosamente annunciati) non sono sufficienti: l’ipotesi di sganciare dai vincoli del patto di stabilità interno le sole risorse relative alle nuove estrazioni, oltre che vagamente ricattatoria, non è sufficiente a risolvere i problemi esposti in maniera emergenziale dal presidente della Regione, che dispone di risorse che si potrebbero immettere subito nel circuito economico ma sono appunto bloccate dal patto; le modifiche alla disciplina dell’art. 45 della legge n. 99/2009 (card idrocarburi) e le risorse precedentemente previste in attuazione dell’art. 16 della legge n. 27/2012, conosciuta come “cresci Italia” non sono sufficienti.

Serve, appunto, una nuova intesa istituzionale, che preveda investimenti aggiuntivi per le infrastrutture e lo sviluppo. E servono investimenti ed azioni per rendere più efficace la catena dei controlli ambientali e l’attività di tutela della salute e dell’ambiente. Si può anche comprendere la necessità di rendere più rapide le procedure autorizzative che riguardano le attività produttive e quelle petrolifere in particolare.

Ma, quand’anche si dovesse marginalizzare (e io non sono d’accordo) il ruolo delle Regioni nelle procedure Via, anticipando per decreto la sostanza della riforma costituzionale in discussione, non cambierebbero comunque i termini del principale problema che abbiamo di fronte: quello dei controlli ambientali, che lo Stato (non contro, ma insieme alla Regione) ha il dovere (oltre alla competenza, che a questo punto sarebbe quasi esclusiva) di organizzare e garantire sul territorio attraverso l’attività di enti efficienti e indipendenti. Tutto ciò andrebbe fatto in maniera rapida ed efficace a maggior ragione dopo i recenti episodi di allarme al centro Oli di Viggiano, la cui attività è peraltro oggetto di attenzione da parte della magistratura potentina, cui va il mio sincero apprezzamento perché opera da tempo nel delicato rapporto fra ambiente, salute ed attività produttive.

La Regione Basilicata negli ultimi anni ha tenuto una condotta incerta, tanto nei rapporti con il Governo e lo Stato, quanto sulle questioni attinenti all’ambiente. In questo avvio di legislatura regionale la situazione si è ulteriormente complicata e tutto ciò rende nei fatti poco affidabile per i cittadini lucani la classe dirigente del Pd e rischia di far perdere al Pd e al centrosinistra la funzione di punto di riferimento per la tutela degli interessi fondamentali della Basilicata che ha esercitato per molto tempo.

Tuttavia, a mio giudizio, vi sono ancora il tempo e lo spazio per recuperare (al di là del merito specifico delle norme adottate dal Consiglio dei Ministri il 29 agosto, che pure potranno essere migliorate in sede di esame parlamentare) il terreno perduto ed approdare ad una nuova intesa istituzionale, organica, che definisca tutte le questioni, compresa la presenza dello Stato e dei suoi presidi essenziali (Corte d’appello, Tribunali, Prefetture, Corpi di pubblica sicurezza, Sovrintendenze), per recuperare così la dignità della nostra Regione rispetto allo Stato. Questo non è il momento delle distinzioni e delle sottolineature, dobbiamo lavorare tutti per superare questo momento difficile. Tra due mesi dovremo tirare le somme ed assumerci, tutti ed ognuno, le proprie responsabilità.

*Deputato Pd

 

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