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Intervista a Gioacchino Genchi
Quando il superconsulente prese le distanze

Basilicata

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L’INTERVISTA concessa al Quotidiano da Gioacchino Genchi a marzo del 2011, vigilia della prima udienza del processo per “i tabulati dei parlamentari”.

POTENZA - «L’unico magistrato di cui nella mia vita mi sono veramente innamorato è mia moglie. Si chiama Tania Hmeljak. Insieme abbiamo un figlio che si chiama Walter».

Mette subito in chiaro una cosa Giocchino Genchi, il superconsulente delle inchieste “Toghe lucane” e “Why not”. Ha lavorato per anni nell’oscurità per le procure di mezza Italia. Luigi De Magistris gli ha regalato la celebrità, ma gli è costata tanto, molto di più di quanto si aspettasse. Per cominciare la sospensione dal servizio in polizia. Quindi un processo che inizierà lunedì per «lo scandalo più grande della storia della Repubblica».

Così l’aveva annunciato nientedimeno che il presidente del Consiglio Berlusconi. Acquisivano, elaboravano e trattavano illecitamente i tabulati telefonici di otto parlamentari della Repubblica senza chiedere l’autorizzazione alle due camere. Poi c’è l’accusa di concorso in abuso di ufficio, perchè «agendo tra loro con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso arrecavano intenzionalmente un danno ingiusto (ai parlamentari, ndr) consistente nella conoscibilità di dati esterni di traffico relativi alle loro comunicazioni».

Sentito dal magistrato che ha condotto le indagini, De Magistris ha scaricato le responsabilità sul superconsulente. «Ci tengo poi a far presente - ha dichiarato - che avendo maturato una lunga esperienza come pm mai avrei consapevolmente disposto l’acquisizione dei tabulati di un parlamentare (...) Mi fidavo della professionalità di Genchi e mai avrei potuto sospettare che le utenze indicatemi da lui fossero dei parlamentari».

Se c’era stata intesa in sostanza è finita da un bel pezzo, anche perchè Genchi racconta tutta un’altra storia, ossia che allora non si sapesse che quei numeri telefonici appartenessero a dei parlamentari, e quando si è scoperto è stato fatto presente al pm (De Magistris) che si è regolato per conto suo.

Quanto all’inchiesta sulle “Toghe lucane” Genchi tiene a precisare il senso del suo lavoro.

«La mia relazione - risponde al Quotidiano - conta di oltre 30.000 pagine, più allegati. Dall’acquisizione e dallo sviluppo dei tabulati, dall’analisi dei numerosi cellulari e personal computer in sequestro, dall’analisi e dall’incrocio delle intercettazioni telefoniche e delle dichiarazioni fiume dei testi escussi, non ho trovato alcun riscontro - dico nessuno - alle postulazioni accusatorie profilate dal p.m. e dalla polizia giudiziaria».

Non è soltanto una presa di distanza, ma l’inizio di un vero e proprio sfogo.

«Invero gli unici riscontri positivi, da me rilevati e valorizzati, riguardano il possibile uso indebito di un cellulare di servizio (in uso al magistrato di turno) della procura della Repubblica di Potenza, con cui - oltre a numerosissime conversazioni di indubbia finalità privata - erano state eseguite numerose chiamate, in orari e in giorni ben precisi (che rendevano agevole l’individuazione dell’autore), a una numerazione di una hot-line, con l’addebito all’erario di costi sensibili. Verosimilmente doveva trattarsi di una cartomante» (...)

Genchi risponde anche a un’insinuazione pubblicata dal gip della storica inchiesta sulla scalata Unipol-Bnl, Clementina Forleo, che ha attaccato De Magistris dalle pagine del suo blog di indicibili «compromessi e doppopesismi», citando un’episodio in particolare in cui si intravede una figura che per molti aspetti assomiglia alla sua (...)

«A proposito delle dichiarazioni di Clementina Forleo e Luigi De Magistris mi sovviene una espressione di Giovanni Falcone che non dimenticherò mai. Un giorno, rientrando dalla Toscana da una trasferta per una indagine su un presunto traffico d’armi su cui indagava un magistrato del luogo, Falcone, commentando il mio scetticismo su quell’indagine (e non solo sull’indagine.) mi disse: “Caro Genchi, sono più d’aiuto alla mafia i miei colleghi che pensano di avere vinto il concorso per Dio di quanto non lo sono taluni affiliati, che con i lori errori ci consentono di combatterla”. Purtroppo rilevo che ancora oggi ci sono dei magistrati (ed ex magistrati) che pensano di “avere vinto il concorso per Dio”. Per quanto mi riguarda ogni indagine è ricerca della prova e accertamento della verità su una “notitia criminis” (notizia di reato, ndr). L’indagine non può e non deve essere lo strumento per cercare o creare la “notitia criminis”. L’indagine è anche fantasia ed è normale che in quell’ambito si possano profilare degli indizi che necessitano di approfondimenti finalizzati alla ricerca della prova. Ecco perché ritengo - sempre come sosteneva Falcone - che la più più grande virtù di un investigatore non è quella di non sbagliare mai nel seguire una pista, ma è quella di sapere fare tanti passi indietro di quanti se ne sono fatti in avanti quando ci si accorge di avere sbagliato strada. Tutto qui».

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