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Il commissario? C'era anche in epoca romana
Il dissesto del capoluogo si ripete

Basilicata

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«L’ARRIVO a Potenza del commissario nominato dal prefetto è notizia di questi giorni. Non tutti sanno, però, che a pochi passi dal Palazzo di Città, precisamente in largo Pignatari, si conserva il ricordo di un dissesto finanziario ben più antico e di un altro funzionario, nominato questa volta dall’imperatore, chiamato a porvi rimedio».
Il racconto è di Domenico Colucci che sulle iscrizioni latine presenti a Potenza ha costruito una ricerca interessante, realizzando la tesi e aggiungendo così un nuovo pezzetto di conoscenza del patrimonio storico e identitario della città.
Curiosare in questo breve racconto di Colucci significa anche sorprendersi a scoprire che alcuni principi di trasparenza e rigore sul controllo della spesa pubblica risalgono a secoli fa. Ogni tanto, già all’epoca venivano messe in discussione.

La storia di questo personaggio dal nome altisonante, Marco Elvio Claro Verulano Prisco, è abbastanza particolare anche per la sua epoca (fine II, inizi III sec. d.C.). A partire dal Traiano gli imperatori, preoccupati di evitare il fallimento dei municipi, cominciarono a inviare nelle città italiche e provinciali afflitte da gravi problemi finanziari dei “curatori”. Tale carica poteva essere ricoperta da qualsiasi “buon cittadino”, per cui abbiamo esempi di senatori, cavalieri e membri delle classi dirigenti municipali.
La regola, per una questione di neutralità visto che il curatore doveva controllare gli appalti, le alienazioni dei terreni e degli immobili pubblici, i resoconti dei magistrati, era che il funzionario appartenesse alla classe dirigente di un altro municipio.
Il nostro caso (insieme a soli altri 5 in tutto l’impero, relativi ovviamente alla sola documentazione conservata) rappresenta invece un’eccezione: Marcus Elvio Claro, fu nominato curator della res publica Potentinorum, nonostante fosse nativo della città, e benché avesse qui rivestito tutte le cariche previste dal “cursus honorum” municipale.
Tra queste (tutte diligentemente registrate nella dedica del magistrato alla dea Mefite Utiana) spicca quella di questore, cioè proprio di quel magistrato che aveva “il diritto e il potere di fare recuperare i fondi comuni, di utilizzarli, di custodirli, di amministrarli e di distribuirli ad arbitrio dei magistrati superiori”: in pratica il nostro Marco Elvio andava a verificare i suoi stessi conti!

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