Salta al contenuto principale

Non è più tempo di scontri con lo Stato
La Regione ha perso, e non da oggi, credibilità

Basilicata

Tempo di lettura: 
4 minuti 15 secondi

DICIAMOCI la verità: senza gli studenti, la manifestazione a Potenza di sabato scorso contro lo Sblocca Italia sarebbe stato un flop, confermato il giorno dopo a Scanzano dal Movimento 5 Stelle che non conosce nemmeno chi lo ha votato. L’idea del premier Renzi di avere a che fare con qualche comitatino, messo in piedi per pescare qualche jolly nella futura rappresentanza politica, senza passare per la palestra dei partiti (Grillo docet), è chiaramente fondata.
Purtroppo, non sono i comitati antisistema che possono preoccupare, è la classe politica regionale nel suo insieme che si mostra inadeguata ad affrontare la questione petrolio e con essa lo “Sblocca Italia” approvato di recente, chiudendosi , in un rivendicazionismo localistico sterile, tra l’altro, stando ai risultati fin qui conseguiti. Li si è affrontati sostanzialmente con piedi, solleticando emotività, paure spesso irrazionali e spendendo in modo dissennato i proventi del petrolio, attivando un welfare assistenziale ed elettorale che continuerà ancor più nel futuro.
Il petrolio lucano è una risorsa nazionale strategica per l’economia nazionale e per uscire dalla crisi al quadrato che stiamo da lungo tempo attraversando.
Le maggiori estrazioni dei giacimenti rappresentano un vantaggio per lo Stato, per la Basilicata e dunque per le famiglie e le imprese.
Ma questa realtà poco importa alla politica regionale che non si rende conto che, essendosi irrigidita in posizioni irragionevoli, ha costretto Renzi ad avocare a sé compiti che sarebbero potuti rimanere alla regione , se avesse mostrato un minimo di consapevolezza e responsabilità sulla questione in esame.
Accertare, con le trivellazioni, quantità, qualità e localizzazione del petrolio esistente nel sottosuolo è operazione necessaria, ancorchè non sufficiente, per definire termini, tempi, modalità del suo eventuale sfruttamento. Opporvisi è il sintomo di fumisterie ideologiche, azioni “a prescindere”, come direbbe Totò.
È appena il caso di rilevare che la battaglia condotta dal ceto politico circa le maggiori risorse (il 30 per cento dell’Ires ) va valutata positivamente, a condizione di destinarle ad investimenti e non a spesa corrente come si fatto finora. Spero che Renzi tenga la battuta su questo concetto, controllando rigorosamente le future politiche regionale su tale tematica.
La classe politica ha sostanzialmente commesso due gravi errori:
1) essersi chiusa in un’ottica regionalistica, meglio sarebbe dire provincialistica, senza raccordarla ad interessi nazionali, rifugiandosi nella posizione tante volte occupata dalle regioni italiane dei singoli staterelli o, se si vuole, delle piccole patrie, contrapposte di fatto all’unità ed allo sviluppo del Paese, un rischio, già paventato a suo tempo dai grandi meridionalisti come Nitti, Fortunato, chela istituzione delle regioni ha reso ancora più concreto. In questo scenario, a ben vedere, il petrolio è un caso di scuola.
2) Non ha saputo mettere sul tavolo delle trattative col Governo nazionale le vere problematiche che vertono intorno alla questione petrolio: analisi concreta dei costi e benefici conseguenti alle estrazioni petrolifere; un progetto di sviluppo auto sostenibile regionale, verso cui tendere con l’intervento dello Stato e delle multinazionali del petrolio.
Certo che l’insediamento di aziende petrolifere ha un forte impatto ambientale, investe un bene non negoziabile che è la salute dei cittadini, a meno che non si voglia seguire la tesi del sen. Massimo Mucchetti di trasferire altrove la popolazione insediata nelle aree petrolifere, replicando la storia degli indiani d’America.
In materia di tutela ambientale, la scienza ha fatto notevoli passi in avanti, individuando nuove tecnologie per ridurre in termini fisiologici l’inquinamento. Hanno costi elevati, ma vanno imposte alle società estrattive che devono mettere da parte quelle finora attivate. La soluzione va quindi ricercata in un nuovo equilibrio tra prezzi del petrolio e costi di estrazione dello stesso. Se le aziende riescono a starci, bene, diversamente i giacimenti petroliferi costituiranno una riserva di ricchezza in attesa di momenti migliori.
Inutile nasconderselo: il petrolio mette in discussione l’immagine complessiva della Basilicata, ha riflessi negativi su significativi e strategici settori economici (turismo ed agricoltura) ed ambientali. Ha dunque un costo molto alto per la Basilicata, ma è anche una opportunità. Sono due facce della stessa medaglia che deve tradursi in un nuovo modello economico- territoriale.
La palla oggi passa alla regione. Non è più tempo di scontri frontali con lo Stato: la regione ha perso, e non da oggi, credibilità politica, può riconquistarla, prendendo misure impopolari e sottraendosi al facile populismo.
Si avrà il coraggio di scrollarsi di dosso il demone del consenso immediato, dandosi finalmente un progetto di sviluppo, in cui raccordare le risorse naturali con quelle umane?
Se è vero che il 60 per cento delle territorio regionale è interessato da giacimenti petroliferi, quale migliore occasione c’è per fare un piano territoriale che ridefinisca le tematiche su come riorganizzare le potenzialità esistenti e tessere una trama urbana più forte a sostegno dell’economia, disegnando una perimetrazione puntuale e coerente dei giacimenti del petrolio?
Un consiglio, anche se non richiesto, al governatore Pittella: faccia una volta tanto il renziano.

 

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?