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Trivelle, una ricchezza per chi?

Basilicata

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DIVERSE amministrazioni comunali, nelle settimane scorse, hanno adottato delibere con le quali hanno chiesto al presidente della Regione di impugnare lo “Sblocca Italia” e, segnatamente, l’articolo 38. Molte altre, probabilmente, lo faranno nei prossimi giorni. Vi è un “non detto” in questa vicenda delle estrazioni petrolifere che spaventa più di quello che si evince dal testo della legge e dalle dichiarazioni ufficiali di coloro che la difendono come un buon compromesso, foriero di effetti positivi per la Basilicata.
Si è andata affermando, sapientemente alimentata negli ultimi mesi, una corrente di pensiero che sostiene l’esistenza di un rapporto decisivo e di proporzionalità diretta fra le chance di sviluppo del “sistema Italia” e l’aumento delle estrazioni petrolifere in Basilicata, il pozzo dei pozzi.
Se questo è il postulato, l’immancabile corollario si sostanzia nell’affermare che chi si oppone a nuove estrazioni, specie da noi, si oppone allo sviluppo del Paese. Messa così la partita si mette male e l’ordine del giorno a firma Folino-Speranza-Antezza, ottimo nelle intenzioni, rischia di avere la consistenza di un argine di sabbia a fronte delle tentazioni predatorie che si scorgono all’orizzonte. I nostri parlamentari hanno provato a mettere una pezza, emendando il testo del DL 133/2014 e portando a casa alcuni buoni risultati, ma la filosofia di fondo del provvedimento resta intatta e contiene in se la capacità di decidere le sorti della nostra regione per molti decenni. La marginalizzazione del ruolo della Regione e degli enti locali nel procedimento autorizzatorio esprime nient’altro che un approccio dirigistico alla materia che trova il suo solido “ubi consistam” giuridico nell’affermazione che “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi (..) rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”.
Alcune delle argomentazioni a sostegno di questa tesi sono condivisibili. Altre appaiono strumentali. Molto del ragionamento sta nella constatazione che l’Italia estrae internamente circa il 10 per cento di quello che è il suo fabbisogno nazionale di petrolio. Maggiori estrazioni, dunque, andrebbero a ridurre questa differenza che determina uno svantaggio competitivo per il nostro sistema produttivo. Se comprendo bene il senso del ragionamento, questo significa che le due partite, quella dell’estrazione di petrolio e quella della sua utilizzazione, andrebbero a compensarsi, riducendo, in questa maniera la bolletta energetica. O, perlomeno, dovrebbe significare che le imprese del nostro Paese riceverebbero, per i loro utilizzi, energia a pressi più bassi rispetto ad oggi, per il semplice fatto che sul territorio nazionale si estrae più greggio.
E’ veramente così? Hanno avuto qualche beneficio, le imprese italiane, per il fatto che in Basilicata si estrae petrolio, da diversi lustri? Hanno forse pagato di meno l’energia utilizzata? O, forse, sta solo nelle royalties e nelle possibili maggiori entrate fiscali il ritorno vero, per lo Stato e gli Enti Locali? Non sembrino questioni di lana caprina. A me pare che siano interrogativi non eludibili per capire veramente se la partita del petrolio, valutata in termini di costi e di benefici, sia conveniente. Che determini effetti economici poderosi è indubbio, resta da capire in che modo e per chi. Pagare un prezzo, per un territorio, può forse essere accettato se è in gioco la ripresa economica di un intero Paese. Diversamente, le cose cambiano.
Ragionando da lucani, ci sono almeno due cose che lasciano interdetti: la prima è quella fastidiosa istigazione alla contrapposizione territoriale che la vulgata recente ha introdotto nel dibattito su questi temi. Un intero Paese viene aizzato strumentalmente contro una parte del suo territorio, il nostro. Il giochino deve aver prodotto dei risultati se è vero, come a me pare, che quasi tutti i nostri rappresentanti istituzionali di maggioranza, hanno introiettato il postulato dell’interesse generale da salvaguardare. Sarà forse il meccanismo psicologico del senso di colpa che si è fatto strada o magari si ritiene che nelle estrazioni petrolifere c’è il futuro della regione, del suo sviluppo, di una maggiore occupazione? E’ un interrogativo non da poco e che probabilmente merita un dibattito condiviso e diffuso. Il secondo elemento di riflessione attiene all’influenza che la vicenda petrolifera ha sulla traiettoria di sviluppo della nostra regione. Sono almeno venticinque anni che la Basilicata investe in maniera corposa risorse economiche pubbliche per sostenere uno sviluppo che si basi, in larga parte, su agroalimentare, turismo e cultura. Gli avanzamenti, su questo fronte sono evidenti. In questo arco di tempo tanti privati cittadini hanno investito in tali settori immaginando di essere piccoli ingranaggi di un disegno più grande e comune. Cosa ne sarà di tutto questo? Potrà essere, la Basilicata, la regione dei parchi e del petrolio? Potrà essere la terra dei castelli, della natura incontaminata, dei mari, dei villaggi turistici, della cultura ed anche la terra di tante, troppe fiammelle accese nell’aria?

*sindaco di Campomaggiore

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