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La sua "banda armata"

Basilicata

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FU colpa di un ascensore. Non l'aveva mai vista, non ce l'avevano neppure loro, benchè figli benestanti, un maschio e tre sorelle, del farmacista del paese. Al collegio dei gesuiti a Napoli dove l'avevano spedito vide quella strana giostra che andava su e giù. Si infilò dentro, era divertente salire e scendere in continuazione. A un certo punto l'ascensore si bloccò, dentro il muro. Ci volle un po' perchè il ragazzo fosse tirato fuori. La punizione fu esemplare e lunga. Ogni sera, per dieci sere, fu costretto a stare in ginocchio per mezz'ora sotto la campanella. I compagni frettolosi passavano nel corridoio, uno sguardo furtivo per non compromettersi. Mimì aveva dieci anni. Si sentì umiliato, ingiustamente. Fu così che divenne un ribelle. Approfittò di un’uscita e scappò dal collegio, direzione Lauria.

 

Don Mimì Pittella non sorride mai quando parla. E neppure ti guarda in faccia. Sguardo dritto, attraverso la porta del suo studio, oltre la vetrata del salone, fuori, su quella terra che ha amato e da cui è amato, in uno scambio assoluto, in una coreografia da romanzo. Sa che l'incontro con una giornalista mette in moto il racconto. La cosa bella di quest’incontro è trovare un uomo che “non si preoccupa” di parlare.

La sensazione di subire una punizione ingiusta sarebbe stata in agguato più volte nella sua vita, pur piena di successi, di potere, di discendenza. Lauria è sempre rimasta il suo fortino di protezione. Potenza? Sì, certo, ma sente ancora le sirene delle auto della polizia che lo accompagnavano agli arresti al San Carlo. Un stanza d'ospedale trasformata in cella, avevano anche risistemato le aperture. “Tutte quelle sirene, una carnevalata”. Era la metà degli anni Ottanta, don Mimì era stato arrestato il 4 ottobre dell’ 83, era in detenzione anticipata, sarebbe arrivato libero al processo che lo avrebbe condannato a più di dieci anni per banda armata. Un rivolo del Moro ter, nella tarda primavera del 1993.

 

Tre legislature da senatore, l'onda socialista dal feudo di Lauria era diventata inarrestabile in tutta la regione. Potere, avversari, guerre interne ed esterne raccontano un'epoca non molto diversa da oggi. Ma era un'altra Italia, nel pieno dell'ermergenzialismo legislativo e giudiziario. Craxi non si sarebbe fatto scrupolo ad escludere le persone scomode. Capitò con don Mimì. Fu così anche in Calabria con Giacomo Mancini.

 

A Lauria, negli anni della tensione armata, passò l'avvocato Tommaso Sorrentino, un penalista di Cosenza (molto vicino a Mancini, morto da qualche anno) che ha continuato a fare soccorso rosso nella sua città a favore di giovani antagonisti. Era di Pittella una clinica avanzatissima, con tre sale operatorie. Sorrentino portò Natalia Ligas, aveva un proiettile conficcato nella gamba. Don Mimì la operò, il giorno dopo la terrorista partì. Aveva la coscia in cancrena, guarì. «Mi fu detto che la paziente si era ferita accidentalmente pulendo al pistola non denunziata. Sono laureato dal 1957, il peggior atteggiamento che un medico può avere è quello dell'omissione di soccorso, che non ho mai messo in atto». Non ci fu referto, perché avrebbe arrecato pericolo alla libertà della donna. E l'omissione è prevista dalla legge.

 

Fu l'inizio della tragedia della sua vita. I pentiti giravano per le carceri. La procura risalì all’identità del chirurgo che aveva operato. Con l'indagine in corso era già arrivata al senato la richiesta per l'autorizzazione a procedere. Don Mimì non fu ricandidato. Senza immunità era solo questione di giorni. Fu arrestato.

 

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Nel mirino, oltre alla libertà, c’era la clinica. Pittella era stato un medico che aveva attrezzato l' auto come un'ambulanza, con due borse di ferri e una farmacia itinerante. Ed era il politico che aveva costruito di tasca sua le strade delle contrade di Lauria. Poi aveva messo su una casa di cura con tre sale operatorie che sarebbe diventata l'obiettivo immediatamente successivo dei suoi avversari politici. Ne aveva molti, all'interno del suo partito, nel Pci e nella Dc. Quando gli nomini la Dc non è a Emilio Colombo che pensa, ma a Sanza. Il Pci era quello di Violante e della strategia del 7 aprile.

 

Condannato definitivamente in Cassazione Pittella scappò in Francia, a Parigi e poi a Nizza, «per guardare l'Italia», beneficiando della dottrina Mitterand. Aveva lasciato una Regione che si era costituita parte civile contro di lui e che, con estremo accanimento, decise che doveva distruggergli anche la clinica. Il racconto di quello che successe in una riunione di Giunta, resta nell'amarezza del silenzio. «La memoria dei morti si rispetta, io sono ancora qui, vivo», dice «ma la giustizia con me è stata iniqua». Don Mimì non si arrende. L'avvocato Taormina raggiunse Natalia Ligas in carcere a Messina. Ne raccoglie la testimonianza. «Io di Pittella non ho mai sentito parlare, non rifiutò il mio ricovero, anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma non ha mai avuto nulla da spartire con la nostra organizzazione». Una dichiarazione precisa, che lo riabilitava completamente, ma i magistrati non vollero riaprire il processo e don Mimì ritornò in Italia, si costituì per un fine pena ridotto e fu costretto ad accettare la grazia (molte ve ne furono in quel periodo che sembrava avviarsi a una pacificazione sociale, il Guardasigilli era Diliberto). «Io non ho mai commesso quei reati».

 

Si chiede ancora perchè, guardando i libri di medicina del suo studio, fumando e tossendo. All'improvviso irrompe un ragazzo, i ricci, la macchinetta ortodonzica, sbracciato a novembre, di ritorno dalla scuola. «Papà», gli grida e lo abbraccia. E' l'unico momento in cui l'ho visto sorridere. Marcello arriverà in serata, Gianni non si sa, ha poi due figlie, Elisa è fuori per l'Erasmus, Erika gli ha appena telefonato annunziandogli una buona notizia. «Una bella banda armata», gli suggerisco. Concorda, si diverte. 

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