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Dopo il dissesto come ripartire?
Magari dalla cultura

Basilicata

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IL dissesto finanziario del Comune di Potenza mette in agitazione i cittadini che non sono ancora consci di quello che accadrà, anche per una classe politica debole e incapace di suscitare un minimo di attenzione e che ultimamente ha sopportato con fastidio quelle poche manifestazioni di dissenso per quanto riguarda l’articolo 38 e le questioni petrolifere.
Chi come me si occupa di questioni culturali avverte ancora di più il pericolo di regressione rispetto all’attuale situazione: si sa che se c’è crisi i primi settori a pagare le conseguenze sono quelli culturali ritenuti “superflui e inutili”.
Un primo aspetto che bisogna cogliere dell’avventura Matera 2019 è che così non è, e che anzi la cultura può essere un elemento importante per una comunità in termini di senso e di prospettiva futura.
Un altro aspetto riguarda l’occasione che Matera 2019 apre per l’intera regione, che ha molto investito sul successo dell’operazione, e per la stessa città di Potenza che deve cercare di porsi in termini originali. Sarebbe interessante riflettere sulle diversità delle due città.
Mentre Matera gioca molto del suo ruolo sull’aspetto storico, urbanistico antropologico, Potenza proprio per la sua indeterminatezza urbanistica può essere più disponibile a confrontarsi con i linguaggi della contemporaneità senza scimmiottare o rincorrere false identità storiche che corrono il rischio di farla cadere in un imbarazzante folclorismo di maniera o rifugiarsi dietro schemi estetici da luogo comune, per confrontarsi con più consapevolezza con il sentire contemporaneo.
Inoltre potrebbe essere punto di cerniera con il versante campano intraprendendo un dialogo più serrato con Salerno e Napoli. Tutte prospettive, queste, da costruire.
Si tratta di elaborare sinergie tali da non lasciare alla deriva patrimoni che si sono accumulati nel tempo e aprire prospettive future interessanti per un tessuto culturale “potentino” che da tempo elabora proposte che vanno fuori dai meri confini provinciali.
Allora come ripensare la dimensione culturale?
Ritengo che lo sviluppo culturale vada legato strettamente allo sviluppo sociale ed economico della città.
Bisognerebbe agire su tre forme della città che identificherei, con la città che apprende (learning city), la città solidale, la città democratica.
La conoscenza è diventata la base strategica delle città, ciò che fa la differenza tra le diverse città al di là di fattori meramente materiali o dimensionali. E tale conoscenza è sia globale che locale.
«La prima è astratta e decontestualizzata, la seconda, invece, è concreta e contestuale, legata cioè allo specifico milieu locale che la produce». Le città devono perciò diventare consapevoli e «riflessive», proprio come se fossero dotate di una struttura cognitiva: una specie di cervello sociale. Nel linguaggio di Norman Longworth, «città che imparano». Di qui la necessità che tutte le agenzie della conoscenza e dell’apprendimento formale e informale possano trovare punti di contatto per progettare in comune per mettere in relazione il locale con il globale, tenendo presente lo sviluppo delle nuove tecnologie e dei new media
La seconda forma, la città solidale, indica la necessità d’invertire i processi di individualismo ed esclusione che la crisi e vecchi retaggi comportamentali hanno causato, creando un diffuso sconforto. Ne viene fuori un’incapacità di realizzare fini comuni o porre soluzioni a comuni problemi, agendo sul tessuto associativo sia inteso in senso tradizionale. Ma anche su quei processi che tendono a costruire comunità effimere d’interesse, che sempre di più assumono l’impegno di prendersi cura della città o lo scambio di tempo e servizi.
La terza forma riguarda il ribaltamento della condizione della cittadinanza in una dimensione attiva di cura e presa in incarico dei beni comuni in un momento in cui si manifesta così acutamente la crisi della politica e il rischio di perdita democratica.
Ho sottolineato questi aspetti perché mi sembra che su questi i soggetti culturali più vivi stiano agendo con tanti interventi.
Che cosa ci aspetta dunque?
Elenco alcune questioni che bisogna affrontare in un momento di assenze legislative, di piani e proposte istituzionali sia da parte della Regione che del Comune.
Un quadro legislativo coerente con le innovazioni introdotto a livello ministeriale per non disperdere o rendere inutilizzabili i fondi pubblici.
Predisporre criteri trasparenti di accessibilità tenendo presente soprattutto le nuove modalità di costruire tra i giovani piccole imprese temporanee con varie professionalità.
Il rafforzamento e l’internazionalizzazione delle capacità produttive.
Costruire piattaforme in grado di avere una gestione unitaria e strategica dei fondi e di realizzare connessioni dinamiche con i programmi europei.
Non ci sembra che attualmente vi siano grandi novità. Ai proclami si ripetono vecchi schemi di subordinazione della cultura all’intrattenimento senza distinguere cosa è cultura e cosa è intrattenimento, e come le due cose possono intelligentemente essere coniugate.
Bisognerebbe smetterla con frasi fatte del genere: turismo emozionale, cultura emozionale (le emozioni vanno accompagnate dall’intelligenza), eventi fotocopia. Insomma non immaginare la città come un insieme di villaggetti turistici con annessa animazione. Già il modello fin qui proposto è stato esattamente questo. Solo che il tutto poi evapora con la fine dell’estate e con la grande illusione di aver realizzato la grande bellezza (altro termine molto in voga).
La città di Potenza deve ritrovare un ruolo significativo in questo processo di grandi trasformazioni e di crisi, altrimenti il futuro può risultare oscuro.

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