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Il caso Margiotta e la classe dirigente democratica
"Il Pd non è più un partito garantista"

Basilicata

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MI fa un po’ impressione lo zelo con il quale il capogruppo Pd del Senato, Luigi Zanda, ha accettato le dimissioni del senatore Salvatore Margiotta dagli incarichi di partito e della commissione di vigilanza Rai.
Un partito, il Pd, che sta rincorrendo il consenso dell’antipolitica, e che sta delegando alla magistratura la legittimazione della propria classe dirigente. Ora lo sappiamo con certezza: il Pd non è più un partito garantista. Chiunque incappi in un’indagine, oppure in una condanna prima del definitivo pronunciamento della Cassazione, verrà scaricato con solerzia da una classe dirigente che è sottomessa ai voleri giustizialisti del web e alle attività della magistratura.
Una classe dirigente forte e seria, al contrario, i propri uomini li conosce, li valuta, li valorizza e li difende in base a un ragionamento politico che valuta l’attività di un uomo politico diacronicamente. Altrimenti, il rischio è quello di farsi dimezzare i propri uomini apicali senza battere ciglio, assecondando gli umori di un popolo rancoroso, dozzinale e pre-politico che non comprende la complessità dei meccanismi democratici e l’estrema difficoltà di stare tra la gente dalla mattina alla sera ascoltando innumerevoli problemi e richieste.
Il Pd sembra contento, di questa scelta. E scarica, con infinito gaudio, i suoi migliori dirigenti: ora Penati, ora Errani, ora Veltroni (trattato vergognosamente come un capo cravattaro), ora D’Alema, ora Bassolino. E, appunto, Salvatore Margiotta, riconosciuto all’unanimità in Rai come l’unico che avesse voglia e capacità di occuparsi concretamente della più grande azienda culturale senza menare sentenze tranchant, figlie, spesso, dell’ignoranza.
Con la scomparsa dalla scena politica di Silvio Berlusconi, il garantismo si scopre orfano. Politici come Margiotta vengono dati in pasto ai commenti web di chi non sa far altro che dire “tutti a casa”, ignorando che in Italia un’inchiesta giudiziaria la si “ottiene” con un nonnulla: ormai basta una stretta di mano non calcolata o una telefonata non meditata. Questo premia chi si nasconde, chi si imbosca, chi non ascolta e non vede nessuno, e danneggia chi lavora, chi si sporca le mani, chi ci mette la faccia pensando ancora in vigore il principio del primato della politica.
Ma in Italia non c’è più, il primato della politica. Purtroppo esiste soltanto il primato dell’intercettazione telefonica e ambientale. E su questo crinale nessuno è al sicuro, e il rischio è quello di salvare solo i più inerti e i più vili, quelli che, come Ponzio Pilato, “se ne lavano le mani”.
Il Pd rischia molto, a non essere più un partito garantista. Rischia molto perché in Italia un politico attivo e responsabile prima o poi finisce sempre tra le fauci della magistratura. Un partito forte analizza le inchieste sui propri dirigenti caso per caso, valuta l’intero percorso dell’uomo sotto tiro e, studiata nell’insieme la sua storia, decide se difenderlo o “emarginarlo” in base a un ragionamento politico complessivo. Ma non dovrebbe mai farlo per automatismi giustizialisti.
Perché in Italia un’anomalia esiste, e non è stata denunciata soltanto dai vari Fabrizio Cicchitto, ma finanche dalla sinistra cosiddetta riformista e di governo, quella, tanto per essere chiari, che si è riconosciuta intorno alla leadership di Massimo D’Alema. Ma per fare questo ci vuole coraggio, e quando sei sottomesso alla stampa forcaiola e alla magistratura, il coraggio non puoi averlo.
E dunque non difendi i tuoi uomini, anche se poi in privato ti rammarichi e ti indigni per la scomparsa della cultura garantista nel tuo partito. Pongo solo una domanda: cosa accadrà se il senatore Margiotta venisse assolto in Cassazione così come fu assolto in primo grado? Chi ricompenserà uno “sfregio” che blocca una carriera politica brillante nel bel mezzo del suo svolgimento? Il danno, intanto, è fatto.
E nessuno si domanda per quale ragione una seconda sentenza abbia ribaltato la prima in assenza di elementi nuovi. Quello che conta è aver esposto nella pubblica piazza l’ennesimo capro espiatorio di un odio e di un rancore sociale che ha raggiunto livelli inaccettabili. Siamo certi che politici quali Roberto Speranza e Filippo Bubbico sapranno porre al centro del dibattito del Pd il tema del garantismo, non fosse altro perché in tempi bui per la nostra storia giudiziaria e politica regionale il partito seppe stringersi intorno ai suoi dirigenti anche quando i colpi della magistratura furono pesanti (pensiamo all’arresto di De Filippo).
Un uomo politico, precisiamo, può anche essere allontanato per indegnità. Ma a deciderlo deve essere il partito, appunto, non i giornali o le inchieste. Altrimenti la politica istituzionalizza la propria fragilità, e tutti non potranno far altro che nascondersi, sperare di non essere presi di mira dai tanti amanuensi con la cuffia in testa, e dunque vivacchiare nella paura e nell’ignavia. L’Italia, al contrario, ha bisogno di una politica forte.
Ma senza garantismo la politica è debole, molto debole. E il "caso Margiotta" lo testimonia fino in fondo.

 

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