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Se perdiamo
Patria e Onore

Basilicata

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SE CI riflettiamo un attimo tutta questa storia del petrolio, a ben guadare, al momento, ha tutta l’aria di una riforma molto italica. Di quelle che cambiano tutto per tornare al punto di partenza. Lo spiegava bene, sia pure in un sintentico tweet, il sottosegretario De Filippo, per ora rimane tutto come sta e questo sta diventato il limite del meccanismo delle riforme a ogni livello in Italia, per esempio le province).
Ci sono dei risultati ottenuti, saranno spiccioli, come dicono gli avversari di Pittella, e saranno anche collegati a un meccanismo complesso interministeriale, ma è oggettivo che un po’ di royalty sono state tirate fuori dal patto di stabilità. Ed era una delle rivendicazioni di cui in passato la politica ha più discusso.
L’aumento della produzione futura (benchè già pattuita), per la piega che le cose stanno prendendo nel mondo, è tutta da vedere, le compagnie potrebbero anche mutare le strategie per la diminuita convenienza a estrarre con un prezzo tenuto basso dai paesi arabi. Ma lasciamo quest’aspetto. E tralasciamo anche la posizione estrema, legittima ma discutibile, del no aprioristico alle estrazioni.
Riassunto delle puntate precedenti: che cosa chiedevano i cittadini del movimento 4 dicembre? Secondo me chiedevano altro rispetto alla questione petrolio, ma stiamo a quanto dichiarato: la rivendicazione dell’autonomia decisionale dei territori e il coinvolgimento partecipativo nelle decisioni. O no? Questa è una posizione legittima che attiene a una visione dell’equilibrio dei poteri in una democrazia (a proposito, ma non siamo già in un presidenzialismo?) perplessità lascia la reazione sulla visione contraria, e cioè che “il primo motore immobile” sia lo Stato.
Quando il municipalismo veniva teorizzato, più di 20 anni fa, da forze antagoniste e sperimentato da molti sindaci autenticamente in urbe, questo tipo di politica veniva sbeffeggiato da una destra nazionalistica e patriottica. La quale oggi – attenzione, perchè il rischio è molto serio, ovviamente per chi ha una cultura liberale come me – va incrociando i lepeniani di tutt’Europa in una nuova saldatura individualistica che dovrebbe mettere in allarme chi ha un minimo di consapevolezza storica. Oggi la destra – guardate il grido che lancia l’instancabile Gianni Rosa: “la Lucania ai lucani” - ricordate che diceva l’Italia agli italiani? - rovescia la piramide apicale affrancandosi dall'idea dello Stato che è proprio della sua cultura politica e immagina una geografia dei territori non si capisce bene in quale disegno autarchico, se federativo regionale, se secessionista, di certo non europeo. Quest’Europa ci ha tenuto lontani da conflitti internazionali, come ricordava l’altra sera, commosso, Luigi Berlinguer.
Ma è figlia dell’economia e non della politica. Non si capisce bene cosa ci prospetta il 2015: il muro di Berlino non è crollato, si è solo spostato verso la Russia. E in questo clima da guerra fredda, avanzano le disuguaglianze e le sofferenze sociali, che è il vero problema che avvertiamo. E cerchiamo soluzioni, ubriachi, dentro il cono di luce del lampione, per dirla con Fitoussi. Da dove ricominciare nessuno lo sa, però continuiamo a essere diffidenti della democrazia e continuiamo a ragionare su modelli che hanno fatto il loro tempo, a partire dalle regioni. In questa storia tutta lucana emerge, emerge un rancore istintivo, ancestrale, il rancore verso lo Stato, ripiegando l’idea dell'affidabilità, paradossalmente, con quello che contestiamo tutti i giorni, i comuni, la regione.
E qui la discussione è davvero da contratto sociale: perchè dovrei fidarmi di più di una regione e non dello Stato? Irrompe una visione bellica del concetto di intesa percepita come impossibile e immaginata come una ineluttabile pugnalata dello Stato alle spalle di una sua vertebra. Siamo proprio sicuri che il problema vero di tutta questa discussione che stiamo facendo da mesi sia questo?
P.S. Buon Natale

l.serino@luedi.it

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