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La riflessione dello storico Giordano Bruno Guerri
«Io sto con Pagliaro, creiamo più regioni»

Basilicata

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GIORDANO Bruno Guerri è uno storico illuminato, ma di macroregioni non vuol sentir parlare. Direttore di giornale (L’Indipendente), opinionista (de Il Giornale), professore universitario di Storia contemporanea, è un senese ed ama il sud. E’ stato assessore (nel 1997) in un piccolo Comune della Calabria, Soveria Mannelli con una delega speciale al “dissolvimento dell’Ovvio”, i suoi atti erano provocatori, ma significativi. Si dimise poco dopo per «eccesso di cene ufficiali», dice. Quando ha saputo di Matera città della cultura, pur parteggiando per la Toscana, ne è stato lieto. Conosce i Sassi. Ne percepisce il mistero, l’alone atemporale che rende quel pezzo d’Italia unico. E forse anche per questo a lui la proposta dei deputati Pd, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci di dividere la Basilicata, unirla a Calabria e Campania non piace. Oggi è docente di Storia contemporanea all’Università di Roma e non smette di viaggiare.

Professore questa proposta del Pd crea scompiglio. Ma in fondo non ritiene che il sud abbia una sua identità storica? Non può unirsi? Magari per programmare uniti le risorse europee?

«Vede il popolo meridionale è avventuroso e dinamico, ha nelle sue carni impressa la piaga dell’emigrazione, per andar via dalla propria terra bisogna aver coraggio e chi nasce al sud, è temprato, guerriero, coraggioso. Ridurre le regioni? Follia. Io sono per la proposta di Paolo Pagliaro, presidente del movimento Regione – Salento, che non vuole ridurre, ma aumentare. La centralizzazione non serve, anzi desertifica, ancor di più, interi territori».

Si spieghi meglio. Dobbiamo creare più carrozzoni?

«No. Aboliamo per davvero le Province e facciamo arrivare a trenta le regioni. Vede unire non significa cancellare l’identità storica, quella non va via, la cultura di un popolo è un continuo fluire, lo dice la storia, non bisogna averne paura. Unire può avere un senso se accade come in Europa dove si sta avviando un progetto simile, per l’area della costa, ma così prendendo spezzoni da un lato o dall’altro non ha alcun significato. Poi si immagini che cosa accadrebbe nel dover scegliere il capoluogo della nuova macroregione? Napoli, Reggio Calabria, Potenza? Bah. Questa idea mi ricorda piuttosto quella di Benedetto Cairoli che pensava all’Italia divisa in tre, un centro, un sud e un nord. Io ritengo che la riduzione delle Regioni vada nella direzione opposta di quella della autodeterminazione dei territori ed esaspera i livelli di attrito tra nord e sud».

Però professore in nome delle riforme e dei tagli non ritiene che sia necessario snellire, invece di moltiplicare gli enti?

«Guardi che l’idea di Pagliaro riduce le spese attuali al 50 per cento. Io non mi meraviglio comunque che ci sia stata di fronte a tale proposta una levata di scudi di sindaci e governatori, almeno così come appare strutturata la proposta dei due deputati. Viviamo di campanilismo. Pensi che a Siena la città è divisa in contrade. Ciò detto però la pubblica amministrazione è altra cosa».

E la possibilità, se uniti, di pensare a progetti comuni, magari in materia di trasporti, di fondi europei?

«Non è necessario centralizzare per questo. Basterebbe incontrarsi. Avere governatori che, con una precisa cognizione del proprio territorio, abbiano le idee chiare e pensino a progetti insieme».

Insomma l’Italia non è pronta alle macroregioni, l’Europa sì.

«Sì, forse è così. Dico che bisogna snellire la burocrazia. L’Italia è una. Unita. Ha pecularietà che non vanno cancellate e in fondo il progetto di Pagliaro di 31/ 36 regioni omogenee sul piano delle dimensioni fisiche e attente alle ragioni storico – culturali ed eco ambientali ha un senso, ma questo non significa creare ingombranti carrozzoni. Ne abbiamo già tanti. La proposta di Morassut e Ranucci sarà bocciata, ma aggiungo che è bene parlare di questi argomenti. Servono a confrontarci, a svegliarci, ed è ora».

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