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Il sindaco di Melfi, Livio Valvano, non si dimette
Oggi D’Amelio dal gip: «Risponderà a tutto»

Basilicata

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POTENZA - Verrà interrogato questa mattina nel carcere di Potenza l’architetto Berardino D’Amelio, arrestato martedì mattina nell’ambito dell’inchiesta sulla “variante melfitana”. E per il suo legale, l’avvocato Giuseppe Colucci: «Parlerà e offrirà tutti i chiarimenti del caso».
E’ il capo dell’ufficio tecnico del comune federiciano l’uomo al centro del “sistema” messo a fuoco dagli agenti della Mobile di Potenza. Un meccanismo ricostruito partendo dai suoi rapporti con Antonio ed Emilio Caprarella, due costruttori considerati vicini al clan Di Muro e per questo nel mirino dell’Antimafia.
Registrando le conversazioni che avvenivano in Comune all’interno del suo ufficio gli investigatori hanno sentito più volte in viva voce gli imprenditori. Anche quando “dettavano” al dirigente le giustificazioni da sottoporre alla giunta per ottenere una variante «del 20% del valore appaltato, pari a circa 400mila euro, per i lavori di realizzazione di “36 alloggi di edilizia popolare” nella zona Bicocca (ex 167) del Comune di Melfi».
Nel 2009, quando l’appalto era stato aggiudicato al Consorzio Eragon con un ribasso “monstre” del 37%, i Caprarella ne erano appena entrati a far parte, «sottoscrivendo quote per un totale di 100 euro». Ma di fatto avrebbero sempre agito come rappresentanti del Consorzio, nonostante formalmente l’amministratore risultasse un altro.
«Che cosa andiamo a mettere nella variante?» E’ l’interrogativo rivolto da D’Amelio a Caprarella padre e al figlio il 19 marzo del 2013. Al che i due facevano dapprima riferimento «ad errori progettuali». Un suggerimento subito raccolto dall’architetto («E’ stato un errore progettuale mio, va bene...») Poi «a modifiche normative intervenute nel frattempo in materia» subito trasfuse nella proposta di delibera proposta dall’architetto il giorno successivo al sindaco Livio Valvano, finito ai domiciliari, e all’ex assessore alle infrastrutture e mobilità Antonio Corbo.
Anche questa conversazione, che il gip Tiziana Petrocelli definisce «significativa quanto incredibile», è stata registrata dalle microspie piazzate nell’ufficio del capo dell’ufficio tecnico. Come la risposta di D’Amelio di fronte alla perplessità dell’assessore sull’«assurdo» per cui «era stato gestito e affidato un appalto da 2 milioni di euro con un ribasso molto elevato (circa il 38%) già sapendo che ci sarebbe stata una perizia di variante». Un “mea culpa” dell’architetto, proprio come concordato il giorno prima con Caprarella, che avrebbe chiamato in causa a giustificazione del “buco” nel progetto col rischio di perdere i finanziamenti regionali. «Per bloccare il finanziamento alla Regione». Spiega il dirigente a sindaco e assessore. «Allora dice questo è il progetto che riusciamo a fare, con questo riusciamo a rientrare nelle spese. In realtà sapevamo già che la muratura non era adeguata alla normativa, che non c’erano gli ascensori, che non c’era... che l’infisso era questo semplice infisso qui... Per legge è necessario dal 1989 per legge tutti i fabbricati che hanno un altezza di tre elevazioni devono essere dotati di ascensore. Però siccome non ce la facevamo con i soldi io non li ho fatti prevedere cioè ho fatto lasciare il buco... Poi quando ci sta la disponibilità economica li avremmo fatti. Mò in questo caso c’è».
Secondo il gip Petrocelli «le ragioni addotte dal D’Amelio paradossalmente finivano per convincere il sindaco Valvano che si dichiarava favorevole alla concessione della “variante” ai lavori solo nel caso in cui l’impresa provvedesse all’installazione di almeno due ascensori».
Buona fede? Non per gli inquirenti.
«Il fatto che il sindaco Valvano avesse inizialmente manifestato malumore per l’appalto originario aggiudicato con un eccessivo ribasso - spiega ancora il gip - non integra affatto circostanza idonea ad escludere in capo allo stesso la sussistenza dell’elemento soggettivo». S’intende il dolo del reato di «turbata libertà del procedimento di scelta del contraente».
Il punto non è solo la variante in sè, ma che a svolgere i lavori relativi dovesse essere sempre la ditta dei Caprarella. Un’affidamento di «natura chiaramente illecita» secondo gli inquirenti. Tant’è che in seguito D’Amelio avrebbe chiesto ad Antonio Caprarella di evitare di parlarne al telefono. «Chiaramente è meglio parlarne direttamente e non per telefono... perché mi sembrava una cosa un po’... fuori luogo parlarne a telefono».

l.amato@luedi.it

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