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L'analisi
Perché Potenza non cresce

Basilicata

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PER capire con cognizioni di causa che cosa sta succedendo a Potenza e più in generale in Basilicata consiglio di leggere due recenti libri, il primo di Daron Acemoglu e di James A. Robinson intitolato “perché le nazioni falliscono” ed il secondo dello storico Emanuele Felice che ne applica le teorie socioeconomiche al Mezzogiorno d’Italia che porta come titolo “Perché il sud è rimasto indietro”. Entrambi gli studi si rifanno ad una copiosa letteratura socio-economica che si sta imponendo al livello accademico internazionale e non solo, secondo la quale alle origini della prosperità o povertà risiedono le istituzioni politiche ed economiche che le nazioni e i singoli territori si danno, suddividendole in due categorie, le istituzioni estrattive e quelle inclusive.
Le prime sono caratterizzate da classi dirigenti impegnate esclusivamente a difendere i propri privilegi, limitandosi ad estrarre risorse dalla società, le seconde sviluppano percorsi di benessere per tutti.
Le prime difendono lo status quo, ancorchè arretrato, vedono con preoccupazione e fanno di tutto per ostacolarlo qualsiasi disegno di crescita perchè minerebbe il loro potere, le seconde accettano la sfida della modernità e dello sviluppo, sapendo che una maggiore ricchezza generale è obiettivo politico ed economico primario da perseguire, indipendentemente dagli interessi di parte, e può derivare soltanto da uno sforzo sinergico di tutti gli attori sociali.
La gran parte delle istituzioni lucane va collocata tra le istituzioni estrattive e non ci vuole molto per dimostrarlo. Il declino demografico, la recessione che dal 2007 ha fatto seguito, aggiungendosi, alla stagnazione economica di lungo periodo, l’utilizzo della spesa pubblica per ottenere consenso elettorale a vantaggio esclusivo delle elite dominanti, la crescita delle vecchie e nuove povertà, l’esistenza di apparati amministrativi asserviti a logiche politiche assistenziali e clientelari, la concentrazione delle risorse pubbliche sulla spesa corrente e/o su investimenti fini a se stessi sono altrettanti fattori che convergono verso il possibile fallimento della regione Basilicata.
La città di Potenza non si sottrae a questo andazzo, finendo col rappresentare il simbolo più evidente di questo modello. Da sempre il capoluogo regionale ha drenato risorse pubbliche in funzione della conservazione del potere dominante nella città e nella regione (lo stesso slogan Potenza città-regione è emblematico della organizzazione del potere regionale), ponendosi come istituzione estrattiva strategica a tutela di un sistema parassitario più complessivo che parte dall’ente regione Basilicata e si articola in molteplici strumenti di conservazione della situazione esistente (consorzi di bonifica, Asl, ecc.), facendo appunto sistema.
E quando a Potenza si è ritenuto che non fossero più sufficienti i fondi pubblici statali e/o europei , si è fatto ricorso al debito, provocando ben due dissesti finanziari in 20 anni. Di fronte a questo sfascio finanziario che fa il paio con quello urbanistico (i guai non vengono mai da soli), nella logica delle istituzioni estrattive i responsabili hanno fatto carriera, si sono trasferiti nei vertici dell’ente regione e sono in predicato di diventare assessori: il dissesto conviene ad alcuni, molto meno alla maggioranza della popolazione che dovrà fare non pochi sacrifici avanti al prevedibile taglio della spesa per i servizi spesso sovradimensionati e caricati di esuberi di personale e alla tasse comunali che già oggi sono tra le più elevate d’Italia.
Le forze politiche si stanno adoperando, e se ne capisce il perché, per scongiurare nuove elezioni. A mio avviso è un errore gravissimo. Molto prevedibilmente sarà la pietra tombale sulle cause del debito e del dissesto finanziario. Il sindaco De Luca non può contare oggi su una massa critica per cambiare, è prigioniero di un sistema che ha mille trappole per difendersi. Ricomporre quadri politici, date le caratteristiche istituzionali prima descritte, non può che confermare lo status quo.
Al contrario denunciare le cause del dissesto è la premessa per avviare la trasformazione di una istituzione estrattiva in una inclusiva. Il momento è favorevole: il consistente astensionismo delle ultime due elezioni , i fermenti che stanno affiorando nel mondo cattolico e nel volontariato, lo stesso movimento 5 stelle, se saprà fare realmente politica e non semplice e vuota protesta, le forze giovanili ancora rimaste nella regione sono risorse cha sono in attesa di essere coinvolte in un processo che finalmente mandi a casa la attuale quanto vecchia nomenclatura regionale e comunale.
De Luca ne colga le potenzialità politiche. Occorre una scossa: la crisi è una opportunità per cambiare.
Gli studiosi citati all’inizio fanno notare come sono proprio le congiunture critiche a dare il via a cambiamenti radicali, di cui abbiamo estremo bisogno per non fallire definitivamente.
In questa ottica, fare accordi con i protagonisti del fallimento è soltanto un modo per rinviare ed aggravare il problema.

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