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Serve subito
la scissione del Pd

Basilicata

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POTENZA - L’evidenza politica di un blocco perdurante nella politica italiana ruota da oltre un anno intorno ad una figura detestabile, quella di un piccolo dittatore senza freni morali alle sue smodate ambizioni, e di un altrettanto detestabile partito gelatinoso i cui margini di appartenenza paiono essere del tutto slegati da qualsiasi formula di idealità. Stiamo ovviamente parlando di Renzi e di quello che sempre di più è il “suo” Pd, rieditando nella sua gestione formule proprietarie che già furono di Berlusconi e diktat imposti attraverso una buona conoscenza delle alchimie di tifoseria, conformismo e paura di non essere riconfermati in ruolo che paiono essere le sue chiavi di volta nella costruzione di un partito plebiscitarista più a misura dei suoi progetti che di ciò che ci si attenderebbe dalla politica, il dialogo e la condivisione nella libera pluralità delle opinioni.
Il punto è che il vincitore delle primarie, quindi il segretario di un partito ha imposto se stesso come continuazione di una formula di governo ideata dall’ex presidente della repubblica Napolitano e a lui particolarmente cara, sovvertendo ognuno dei principi che pure erano stati alla base di quella scelta operata all’indomani dello stallo in Parlamento derivante da una sostanziale non-vittoria del Pd alle elezioni del febbraio 2013, la governabilità del paese nonostante i numeri a disposizione, e lo ha fatto nella maniera violenta che tutti ricordiamo. I numeri interni al Pd gli davano ragione e Napolitano gli dette ragione, nominandolo premier (...).
Un premierato forte che, in attesa della conclusione dell’iter legislativo di modifiche costituzionali che sembrano avere quell’unico fine ed in attesa di una legge elettorale costruita su misura degli interessi di confermare il Parlamento come “camera di assenso” a una tendenza decretativa che diviene improprio strumento di legislazione, si fonda ad oggi sul ricatto che si opera su deputati e senatori pd attraverso il mantra recitato dalla parola unità, che declinata caso per caso molto più spesso è il significante della continuità delle singole postazioni che il significato di una comunanza di intenti.
La parola unità cioè è stata la foglia di fico utilizzata per coprire la sostanziale dittatura renziana nel partito e lenire in forma di auto-medicamento la sofferenza di una componente ancora determinante dello stesso, impropriamente definita sinistra dem, se non nei numeri dell’assemblea nazionale, nei numeri in Parlamento in rapporto alla continuazione sia delle riforme costituzionali, sia del percorso della legge elettorale dopo la rottura del Patto del Nazareno, In altri termini oggi quei deputati e senatori Pd servono più che mai per garantire una sopravvivenza del governo, non avendo Renzi la matematica certezza di un rientro al suo talamo di un Berlusconi ormai alle prese con una guerra interna al suo partito che ne mina i numeri (...).
Ma Renzi, dopo l’elezione del Presidente, più che aver fatto tesoro degli eventi e giocare così a ricompattare il partito (...) spinge sempre più sull’accentuazione di questo tratto monocratico, determinando sui decreti delegati al cosiddetto jobs act una ulteriore forzatura che pone questa volta però la minoranza dem di fronte ad un bivio non più ignorabile, avendo di fatto “toccato” violentemente e spudoratamente un tratto genomico alla sinistra, una certa visione del mondo del lavoro che, pur limitata dalla mediazione, si era affermata nei lavori delle commissioni parlamentari e nelle indicazioni che ne erano scaturite da riportarsi o di cui tenere conto all’interno dello spazio aperto che la legge delega affidava ai decreti attuativi.
Renzi ancora una volta rompe ogni patto, ma questa volta pone la sinistra dem di fronte ad un bivio non eludibile, poiché appunto sul lavoro e sulla sua regolamentazione si gioca una partita di identità dai toni significativi, una visione del mondo non ricomponibile in alcun appello all’unità, e non certo un semplice tassello di legislazione da digerire in nome di un interesse ulteriore, sia esso la bieca propria sopravvivenza personale almeno fino al 2018 o un più generale interesse a fare il modo che sui numeri del Pd “tenga” il Paese. Il bivio cioè è oggi evidente nella sua biforcazione alla sinistra dem, e che ci sia giunti attraverso la volontarietà della provocazione continua del premier e del suo governo per mettere fuori dal partito ogni opposizione interna e così inseguire liberamente un progetto di partito-nazione che si palesa sempre più come una grande democrazia cristiana (...).
In altri termini non ci sono più margini di trattativa o di dialogo, potendosi semmai discutere solo di tempi e modi in cui operare una scissione senza danneggiare il Paese. (...)
In sostanza che una scissione possa condizionare Renzi nella sua opera di governo, limandone le asperità ultra - liberiste e la relativa demagogia con la necessità di trovare sostegni reali e programmatici a sinistra, o che si mandi in crisi lo schema delle larghe intese, forse ritornando ad un voto che oggi più che mai appare necessario per ridare base di volontà popolare espressa in Parlamento al terzo governo consecutivo non direttamente sostanziato dalla stessa volontà popolare, una scissione nel pd è oggi più che mai necessaria per impedire una deriva liberista e semi-autoritaria che appare sempre più chiara.
Praticarla salva il Paese. E serve farlo ora (...).

 

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