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Mollica spiega perché ha deciso di pagare
senza aspettare la Corte dei conti

Basilicata

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POTENZA - Nessuna ammissione di responsabilità, per comportamenti molto diversi da quelli «ben più gravi» addebitati ad altri. Solo un calcolo economico tra l’ammontare «irrisorio» delle contestazioni e quello delle spese giudiziarie che «anche in caso di assoluzione» sarebbero state «di gran lunga» superiori.
Lo ha voluto precisare dopo la prima sentenza della Corte dei conti sui rimborsi pazzi del parlamentino lucano il consigliere regionale Franco Mollica (Udc), che a luglio ha scelto di restituire quanto gli venivano contestato e chiuderla lì.
Mollica ha deciso di pubblicare la lettera inviata alla presidenza della Corte dei conti, dove non perde occasione per denunciare il «grosso disdoro» subito, che ha «segnato psicologicamente» anche la sua famiglia.
Il consigliere spiega di aver chiesto da subito al procuratore regionale di spiegare le sue ragioni, anticipando l’intenzione di restituire l’addebito nel caso in cui non fossero state raccolte.
«Tale valutazione era anche commisurata a un giusto bilanciamento con eventuali clamori mediatici con l’inevitabile ludibrio dell’opinione pubblica».
Eppure nonostante la sua richiesta «ben tre mesi prima della notifica della citazione i mass media hanno dato ampia diffusione del rinvio a giudizio accumunando il sottoscritto a comportamenti, di altri, ben più gravi».
Tanto, a detta del consigliere, in violazione del «principio di segretezza e delle leggi costituzionali ed europee sul giusto processo».
La sentenza della Corte dei conti ha stabilito che 22 consiglieri regionali ed ex (tra cui Mollica non figura) devono restituire quasi 200mila euro di rimborsi incassati in maniera indebita. Tra questi spiccano il governatore Marcello Pittella, il suo predecessore e sottosegretario alla Salute Vito De Filippo e il deputato Vincenzo Folino.
Il collegio presieduto da Maurizio Tocca (consigliere Giuseppe Tagliamonte ed estensore Vincenzo Pergola) ha rivisto al ribasso le contestazioni per tutti, sulla base delle giustificazioni portate in udienza dai difensori. Ma in sostanza ha confermato l’impianto dell’accusa per cui i beneficiari del rimborso per le spese di segreteria e rappresentanza, oltre 2.500 euro al mese, avrebbero dovuto rendicontare non solo l’esborso, presentando il relativo scontrino (o fattura), ma anche il nesso tra la spesa e l’attività politica svolta. A cominciare dai pranzi, le cene, i caffè, e i pernottamenti in albergo. In caso contrario devono restituire al Consiglio regionale le somme utilizzate. E non spetta alla procura contabile dimostrare a cosa siano serviti realmente quei soldi, ma viceversa.
«Più in particolare - spiegano - , se per le spese univocamente riferibili “all’esercizio del mandato” - come ad esempio, quelle relative alla stampa di pubblicazioni divulgative, ovvero rappresentate in fatture esplicitamente riportanti che la spesa era relativa a nolo sale per convegni (...) - può essere sufficiente la mera allegazione del documento fiscale sufficientemente analitico, altrettanto non può ritenersi per le spese di ristorazione, bar, o alloggio alberghiero (che costituiscono la preponderante parte delle spese contestate dall’attore), o gli acquisti di beni o servizi, in quanto privi di un’oggettiva ed immediata riferibilità alle esigenze “di rappresentanza”. Risponde, infatti, a criteri logico - giuridici di immediata percezione, nonché ai consolidati principi generali innanzi richiamati, che per quest’ultima categoria di spese, non distinguibili da quelle di carattere privato o effettuate per finalità di personale propaganda elettorale, il legittimo e trasparente utilizzo del denaro pubblico non possa prescindere da una adeguata dimostrazione del collegamento tra l’esborso sostenuto e l’ attività svolta per fini istituzionali».

 

 

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