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Condanna confermata anche in Appello
Matacena attacca: «Non sono un corruttore»

Calabria

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ROMA - Dopo la condanna definitiva a tre anni per concorso esterno in associazione mafiosa, per Amedeo Matacena, ex parlamentare di Forza Italia da più di un anno latitante a Dubai, è arrivata un’altra cattiva notizia: la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la condanna che gli era stata inflitta in primo grado per corruzione in atti giudiziari per il procedimento denominato «Mozart».

«Non sono un corruttore: mi sono state fatte richieste di denaro per addomesticare la sentenza incriminata; è cosa ben diversa!», ha replicato oggi da Dubai Matacena. «Ormai - ha aggiunto - mi condannano anche quando sono chiaramente vittima di un’azione subita e non un attore». «Sono sbigottito e prostrato. Tuttavia, prima di qualsiasi commento resto in attesa di leggere le motivazioni che hanno condotto i giudici della corte d’Appello reggina a confermare la sentenza di primo grado». L’ex deputato azzurro ricorda infatti che il procuratore generale, Alberto Cianfarini, aveva chiesto la sua assoluzione «evidenziando che potrebbe essere stata ordita, ai miei danni, una truffa. Non è escluso che il pg Cianfarini ricorra in Cassazione» contro la sentenza, ha concluso Matacena. Il pg aveva chiesto l’assoluzione per tutti gli otto imputati del procedimento denominato Mozart. In appello, invece, ha trovato conferma la ricostruzione della Procura reggina, secondo la quale, nell’autunno 2005, l’ex presidente del Tar di Reggio Calabria, Luigi Passanisi, avrebbe accettato la promessa di ricevere 200 mila euro per favorire Matacena in alcuni ricorsi presentati contro i provvedimenti con i quali l’Ufficio Marittimo aveva respinto richieste avanzate dalla Amadeus Spa, società operante nel settore del trasporto marittimo di proprietà dell’ex parlamentare. In primo grado, nel 2012, Matacena e Passanisi erano stati condannati, rispettivamente, a 4 anni ed a 3 anni e 6 mesi di reclusione.

La latitanza di Matacena è finita al centro di una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha portato a processo l’ex ministro dell’Interno ministro Claudio Scajola, la moglie di Matacena Chiara Rizzo e Politi. Il dibattimento nei loro confronti, accusati a vario titolo di avere aiutato Matacena a sottrarsi all’esecuzione della pena e di avere mascherato i suoi beni per evitarne il sequestro, è in corso di svolgimento davanti ai giudici del Tribunale di Reggio Calabria. La sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria «è un ulteriore fatto gravissimo, che conferma che questa vicenda merita l’attenzione da parte dello Stato e della stessa Commissione parlamentare Antimafia», ha tuonato oggi il senatore Giuseppe Lumia, capogruppo del Pd in Commissione Giustizia e componente della Commissione parlamentare Antimafia. «Auspico che la Commissione Antimafia porti a termine quanto prima l'inchiesta iniziata la scorsa primavera e che il Governo insista per l’immediata estradizione, facendo valere con gli Emirati le diverse ragioni per accondiscendere senz'altro a questa richiesta», ha affermato Davide Mattiello (Pd) membro dell’Antimafia. «Vogliamo fare una serie di audizioni per vederci chiaro - ha aggiunto il capogruppo M5S in Commissione Antimafia, Francesco D’Uva - vogliamo capire di chi sono le responsabilità per cui Matacena è a Dubai e non si riesce a far tornare, potrebbero esserci responsabilità istituzionali. Io credo ci siano». 

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