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La Leopolda di Marcello
(Eravamo io, Juncker e Schultz)

Basilicata

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ERAVAMO io, Juncker e Schultz. È la prima uscita dell'Era Politica, ora che ufficialmente la parentesi tecnica – intesa come giunta – pare finita. “Ma non aspettatevi nomi”. Marcello Pittella esce da un “tavolo” da Prima Repubblica e si tuffa in un acquario ancora più orizzontale della Leopolda renziana. Qualcuno storce il naso davanti a questa specie di Patto dell'Aglianico in cui la consultazione dal basso rischia di scavalcare le decisioni polverose delle stanze chiuse.
Ma funziona così e anzi, ai seduti a quel tavolo, il presidente lo aveva anche anticipato. Già senza giacca, poi subito via la cravatta, camicia a righine che fa poco Giglio magico, ma pancetta à-la Matteo. Pittella ci prende subito gusto. La speranza è che la richiesta a Peppone di “prosciutto a tocchetti” a favore di telecamere non finisca nel montaggio-tritacarne degli inviati de La Gabbia di Paragone&Co su La7.
Renziano nel rivolgersi al pubblico chiamando il singolo per nome: “Paolo”, “Mario”. Anti-renziano nel rapporto con la tv (“Non so perché sono finito ad Agorà”), ma di nuovo renziano nel lessico (slide etc.) e nell'idea dei rapporti di forza imposti dalla politica (non tiene conto dei sindacati ma “sopporto dove necessario il loro dissenso”) e in quelli con il pachiderma burocratico: “Sono un socialista riformista ma non me ne fotte niente: i dirigenti possono essere licenziati”, tuona in risposta, alla fine dei tempi supplementari (da cui il “fotte”) all'ultima domanda di un professionista che invoca maggiore protagonismo per gli ordini e le competenze. Torna “uomo di partito e presidente della Regione” quando gli chiedono delle primarie di Matera e del rischio che si trasformino in un “Potenza bis”: “Sto con Adduce, si può vincere. Al primo o al secondo turno. Ma il rischio frazionismo c'è”. A proposito, come si salva Potenza? “In due modi: responsabilità e trasparenza. Da un lato i consiglieri comunali hanno una responsabilità morale e il Pd è l'azionista di maggioranza, dall'altro c'è bisogno di un'operazione di open data, di contabilità trasparente nell'amministrazione: servono tagli per 15-16 milioni nella spesa corrente, che va ridotta della metà”. A fronte di un debito di 49 milioni si devono “conferire funzioni al capoluogo con dei servizi avanzati e un utilizzo virtuoso dei fondi Ue”, entrando più nello specifico “il sistema di trasporto pubblico locale deve passare da 14 milioni alla metà” e “il piano di rientro va spalmato in 4 anni più il 2014, due anni sono proibitivi”. Ancora una volta, nell'eloquio pittelliano il livello di realpolitik e quello dell'idealismo s'intersecano. Di certo, il presidente fa pesare il ruolo della Regione, che in materia economica conta eccome soprattutto se si parla del decreto Enti locali.
È molto renziano anche intestarsi una buona sorte – il famoso “Fattore C” – che non guasta: ecco le cifre della crescita occupazionale nell'ultimo anno, i 2500 posti di lavoro alla Fiat “in una botta (di culo, ndr) sola”, i tirocini, la Garanzia giovani e i bonus che fanno altri 3000 posti e speriamo che non li formiamo e li inseriamo nel mercato del lavoro per poi vederli partire; per non parlare del traino-Matera (stimato un aumento del Pil del 10%). Le cifre ballano ed è difficile orientarsi, soprattutto dopo qualche bicchiere di Aglianico, tanto che a volte risulta persino fuorviante avventurarsi nel terreno semantico dei barili.
Intanto, sulla lavagna della saletta adiacente capannelli di bevitori sovrastati dalla massima di Totò: “A proposito di politica... ci sarebbe qualcosa da mangiare?”. Pittella si riguarda, non foss'altro per i noti e recenti problemi di salute (colecisti), che nella politica 2.0 non sono un dato sensibile ma un tassello nella costruzione dell'icona di leader vicino alla gente – dall'infarto di Cirino Pomicino all'uveite dell’ex Cavaliere.
I petrol-bond mietono consensi disinteressati, e sulle estrazioni l'autocritica velata di Pittella sta tutta in una cifra: in un'eventuale consultazione referendaria, secondo lui le posizioni non favorevoli toccherebbero il 90%. Ma a molte domande sul tema petrolio risponde, rivendicandolo con forza, che si sta parlando di decisioni “del 1998 e del 2006”, come dire che qualcuno forse sta prendendo di mira il bersaglio sbagliato.
Al netto del furore da ring – ma le oltre due ore al Cibò, con Mariateresa Labanca a moderare, sono davvero una palestra di democrazia partecipata che in altre regioni avrebbe esiti non così coinvolgenti – e dei cittadini che giocano alla Politica – ma non si scade mai nel populismo gentista, anzi molti dati e riferimenti precisi – c'è talmente tanta gente che spritz e cocktail fanno il giro dal retro della cucina ed entrano da fuori. Il grado alcolico sale e dunque è un peccato davvero veniale scivolare, nel pubblico, in un “vie” per declinare il plurale di “Via” (Valutazione d'impatto ambientale). Due battute da segnalare, però, tra quelle riferibili: “Il presidente parla di visione perché è un visionario” (estensibile a Renzi) e quando si fa il (solito) nome di “Braia” come innesto in squadra qualcuno chiosa “a mare”. Risate a denti stretti come quando si parla dell'inglese di Gianni a Strasburgo. Un altro fratello, nel senso d'Italia (Ramunno), si sorprende, ma non appare offeso, anzi, nel trovarsi d'accordo col governatore su molte posizioni. Il giornalista Edmondo Soave, in zona Cesarini: “Mi ero promesso di non intervenire”, risate. Risposta: “Già il fatto che mi consente di rispondere è importante”, doppio delle risate ed applauso. 2-1 per Marcello e un “brindisi a questa splendida serata”.

e.furia@luedi.it

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