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La controrivoluzione (finito il tempo del silenzio)
Piero Lacorazza rompe il fronte pittelliano

Basilicata

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POTENZA - Torna a parlare di politica. E decide di farlo nel momento più delicato. Per il Pd nazionale e per la Basilicata politica e non. Le prossime amministrative che hanno la loro massima espressione a Matera sono un appuntamento che mette sotto i riflettori le divisioni dem. E poi c’è l'annunciato rimpasto di giunta regionale con Pittella già impegnato a tirare le somme e depennare nomi di papabili. In questo contesto, il presidente del Consiglio, Piero Lacorazza decide di “vuotare il sacco”. Scontata la prima domanda.
Ma si è davvero aperta la crisi di giunta?
«Pittella ha detto che si è chiusa una fase. L'interrogativo a questo punto è capire perché. Per me non è chiaro. Capisco che per i giornali arrivare subito ai nomi e alle formule politiche sia un modo per fare sintesi. Ma non credo che si possa ridurre il problema alle caratteristiche della giunta (esterni, interni). Quindi, se il problema è la “fase”, dobbiamo chiederci perché questa fase si è chiusa. Perché non siamo stati (ognuno con il proprio ruolo) all'altezza? Perché non abbiamo saputo interpretare la complessità dei problemi? Perché non siamo riusciti ancora a definire, in questa fase iniziale della legislatura, le strategie che la Regione dovrà perseguire nei prossimi anni, a partire dalla programmazione dei fondi europei 2014 – 2020? O perché non siamo riusciti a gestire bene unitariamente con posizioni di sintesi la vicenda dello Sblocca Italia e del petrolio? E il tema delle risorse idriche, del governo del territorio, il futuro delle Province, della sanità, delle politiche agricole? E Matera 2019, che richiede un protagonismo nostro, della Regione, per portare al confronto le altre Regioni meridionali e il Mibact? Ecco, se parliamo di “fase” dobbiamo porci queste ed altre domande, e non cadere subito nella solita storia della giunta di interni o di esterni».
Sta facendo lei le domande...
«Voglio dire soltanto che non si apre una nuova fase senza una discussione ordinata e chiara sulle scelte di fondo della legislatura».
Forse si tenta di chiudere definitivamente quello strappo politico in cui non si riuscì a trovare la sintesi tra Pittella e il Pd la cui conseguenza fu la giunta degli esterni. Non può essere questo il motivo?
«C'è una responsabilità della politica, del centrosinistra, del Pd. E c’è una responsabilità del presidente della Regione. Ma soprattutto c’è la necessità di una maggiore condivisione, nel rispetto delle prerogative di tutti, come del resto è emerso nella riunione di maggioranza di qualche giorno fa. In questi 15 mesi Pittella ha avuto il sostegno leale del gruppo Pd e della maggioranza di centrosinistra in Consiglio regionale, anche se non sempre alcuni consiglieri condividevano proprio tutto. E questo anche grazie al ruolo sintesi svolto egregiamente da Roberto Cifarelli. Io stesso, nelle forme possibili e consone al ruolo che svolgo, ho sostenuto lealmente Pittella in questi quindici mesi e continuerò a farlo».
Intravede dei rischi?
«Se non si è pronti ad aprire una nuova fase su nuovi presupposti questo secondo me potrebbe generare nuove fragilità e instabilità sul piano politico».
Stoppa un suo possibile ingresso in giunta?
«Le istituzioni sono una cosa seria, e io cerco prima di tutto di svolgere il ruolo che mi è stato assegnato, che è un ruolo di garanzia per l’intero Consiglio. Poi naturalmente le cose possono cambiare, ma senza un’analisi politica e un mandato chiaro tutto si risolverebbe in un semplice cambio di persone. E non è ciò di cui abbiamo bisogno».
Ma le è stato chiesto?
«Mi è stato chiesto più volte e ovviamente mi fa piacere, ma a volte penso che si personalizzi eccessivamente. I problemi e le opportunità di questa regione sono superiori all’idea di questa o quella singola persona, specialmente se non ci sono i luoghi collegiali in cui le questioni vengono affrontate. Per quanto mi riguarda, non intendo sfuggire alle responsabilità (non è mia abitudine) ma sono perplesso per i motivi che ho già detto. Di sicuro non farò parte di una futura giunta che non sia il frutto di una riflessione vera a approfondita su quanto accaduto in questi mesi. Poi, se dovessi essere scelto, vorrei avere la fiducia del presidente Pittella, rispettare il suo indirizzo ma allo stesso tempo misurarmi pienamente con le mie prerogative, sapere qual è il quadro politico programmatico nel quale dovrò operare».
Ma intanto l'iter è partito. Si parla di Braia ormai come cosa fatta per restare al Pd...
«Se Pittella vuole fare qualche aggiustamento in corsa può farlo senz’altro. Ma se vuole completare tutta la squadra con un profilo e con un ragionamento politico allora serve una discussione seria e profonda».
Ma che giunta ha in mente Pittella secondo lei?
«Non lo so. Leggendo i giornali, però, colpisce il clima che accompagna la discussione sulla nuova giunta, con una evidente confusione di ruoli che attraversa trasversalmente forze politiche e parti sociali, impegnate in questo momento in un’opera più complessiva di riassetto dei poteri. Insomma, meglio sarebbe se ognuno facesse il proprio mestiere. Altrimenti la politica rischia di perdere il suo primato, e paradossalmente lo stesso presidente rischia di perdere le sue prerogative».
Si riferisce anche alla vicenda della Camera di Commercio?
«Non entro nel merito di cose che attengono alla libera dialettica delle parti sociali, mi limito a affermare che l’unità delle forze economiche e sociali è un elemento essenziale per la nostra regione, anche quando si ragiona su scelte che attengono ad alcune rappresentanze istituzionali. Scelte dalle quali la politica deve restare fuori, in una logica di reciproca autonomia».
In che senso?
«Dalle parti sociali ci si aspetta che venga dettata l’agenda delle priorità economiche e sociali e non che si propongano di determinare gli equilibri politici. Anzi, così si potrebbe far perdere la forza e la spinta di una rivoluzione democratica nel processo di governo».
Che fine ha fatto la rivoluzione democratica?
«Senza politica non ci può essere nessuna rivoluzione democratica. Non parlo della politica stantia dei vecchi riti e dell’eccesso di equilibrismo. Ma penso che l’idea che si cambi senza la partecipazione ed il confronto, senza la fatica democratica, sarebbe senza futuro. Il segretario del Pd è Antonio Luongo e al momento non è previsto nessun congresso. Ma serve un Pd che elegga la direzione regionale, convocando anche la conferenza dei segretari di circolo e degli amministratori, previste dalla Statuto, e lanciando per fine anno una conferenza di programma per conferire, insieme alle altre forze politiche del centrosinistra, un mandato politico al presidente della Regione. Poi, avvalendosi ovviamente delle proprie prerogative, il presidente assumerà le sue decisioni. Queste riflessioni sono il frutto degli incontri che quasi quotidianamente faccio nelle piazze reali e virtuali con gli iscritti, i segretari di circolo, gli amministratori, i cittadini, e le forze economiche e sociali».
La responsabilità quindi non è solo del presidente della Regione ma anche di un Pd che non riesce nemmeno a convocarsi per definire i propri organismi?
«Non c'è dubbio: le responsabilità sono combinate. Purtroppo questa è una fase che richiederebbe un passo diverso da parte della Regione come istituzione e da parte del Pd. Siamo chiamati tutti in causa. E se c’è realmente e lealmente l’idea di dare un passo diverso in una fase così complessa (e qui nessuno ha la bacchetta magica) bisogna aprirsi al confronto vero e costruttivo».
Un anno fa non si fece sintesi per questione di nomi. Braia e Santochirico su tutti. Ora?
«Le responsabilità vanno condivise invece di dividersi fra chi non riesce a consegnare la sintesi e chi utilizza le prerogative accelerando. Quello che mi chiedo ora è se ci sia davvero la volontà di farlo, aprendo un nuovo ciclo per uscire da questo intoppo. Un gruppo dirigente è tale se, individuata la montagna, non ha paura di scalarla e ha coraggio e la capacità di superarla».
Non è che questa accelerazione è per fare prima di qualcosa. Delle manifestazioni sindacali o per chiudere prima delle elezioni amministrative?
«Secondo me non è che un sindacato organizza una manifestazione e si cambia la giunta. Un sindacato legittimamente esprime le proprie critiche e propone delle piattaforme. La politica deve saper interloquire, fornendo risposte adeguate alle istanze che vengono proposte e poi scegliendo la traiettoria di governo che ogni classe dirigente deve saper intraprendere. E facendo anche le mediazioni. Ma non credo che il sindacato chieda di cambiare la giunta. Magari lo fanno altri».
C'è però anche tutta la pagina delle elezioni...
«Emblematico è il caso di Matera. L'altra volta espressi qualche perplessità sulla candidatura di Adduce. Nel tempo questo ha creato anche nei miei confronti qualche fibrillazione. Oggi dico che Adduce è stato sindaco di una città che durante il suo mandato è stata designata capitale della cultura 2019. A questo obiettivo hanno concorso tutti. Hanno concorso anche coloro che oggi sono contro Adduce. Hanno concorso la Regione e gli altri amministratori. Ma non c'è dubbio che il sindaco è stato quello che più di altri ha creduto in Matera capitale della cultura e sarebbe sbagliato e ingeneroso non riconoscergli questo merito. Mi piacerebbe quindi che, a partire da qui, Adduce adesso costruisca gli elementi di un nuovo equilibrio che consenta anche agli altri di sentirsi protagonisti in questo percorso. Non lo dico per questioni di caselle e postazioni ma perché è proprio nella traiettoria di Matera 2019 che serve un fronte largo e unito per vincere la sfida».
Quanto Matera e nuova giunta sono incastrate. E quanto rischiano di indebolirsi a vicenda?
«Non c’è dubbio che si incastrano perché generano un clima di divisioni, di sospetti, di conflitti. E’ naturale che la capitale della cultura 2019 per la sua importanza e per la sua strategicità per la Basilicata viva un momento delicato. Come è naturale che tutte le problematicità politiche e le conflittualità si scarichino sulla Regione. Per questo suggerisco prudenza. Siamo in un passaggio molto delicato della nostra storia. Come tale deve essere affrontato. Pagheremmo in caso contrario un prezzo molto alto. Non ce lo possiamo consentire».
Se il Pd dovesse perdere Matera, la classe dirigente dovrebbe prendere atto di un fallimento totale?
«E’ un discorso da fare eventualmente a posteriori. Dico che c’è ancora tempo. Certo siamo ai “supplementari” ma c’è tutto il tempo e la forza per vincere».
Da Matera a Potenza. La sconfitta brucia ancora…
«Il tema del capoluogo non è tecnico ma politico. Ci vuole un luogo di confronto vero per progettare il futuro della città, che esca da un certo approccio di rivendicazione. La strada è quella di una politica per gli enti locali, erogatori di servizi essenziali, di un disegno generale di quale regione vogliamo per definire in quale ambito far pulsare il cuore della città. In questo quadro l'emergenza può essere affrontata senza che altri amministratori e cittadini lucani vedano questa attenzione come esclusiva e non virtuosa».
Renzi. Come sta il Pd nel complesso?
«Renzi continua a interpretare una domanda di cambiamento che c’è in Italia. E quindi penso che è un errore rispondere a Renzi dando l’idea che si vuol ricostruire il Pci. Lo dico perché, avendo avuto un papà socialista e un nonno comunista, mi sento parte di quella storia che vivo come eredità e che non rinnego pur non avendola vissuta direttamente. Ma è chiaro sto dentro quel solco politico. L’idea che oggi ci sia una minoranza, peraltro divisa, che dia la sensazione di agire con linguaggi e strumenti vecchi, non mi convince. Insomma non mi convincono le istanze della minoranza dem».
E quindi?
«Diciamo che io sarei a favore di un’area politica che non la pensa proprio come Renzi ma che comunque stia in una chiara direzione di cambiamento. E’ qui la sfida vera, che si costruisce nel rapporto con i territori. Mi piacerebbe stare in un Pd in cui la mia area politica sia competitiva nel merito con Renzi. Vorrei che non ci fossero nominati in Parlamento, che i consiglieri regionali facessero i consiglieri e non anche i senatori, che le Regioni e le autonomie locali avessero più poteri e che fossero ridotti della metà i parlamentari. Tutti eletti direttamente dal popolo. Ma bisogna stare attenti a come si dicono queste cose perché a volte si rischia di passare come quelli che sono contro il cambiamento. Per questo io penso che alcune personalità della minoranza che io ho sempre stimato e continuo a stimare come Bersani e D’Alema oggi abbiano segnato il passo».
E quindi arriviamo a Speranza?
«Se Roberto Speranza, come mi pare che in questi giorni stia facendo, avendo le caratteristiche per farlo, costruisce questa traiettoria politica, credo sia una strada interessante. Dentro il Pd e non fuori come invece magari auspicano persone come Civati e altri».
Lei non era civatiano al congresso regionale?
«Ho sostenuto la candidatura di Dino Paradiso perché era un momento in cui volevo segnare un distinguo. Anche perché se vogliamo dire le cose con franchezza non mi pare fosse così fuori dal mondo sostenere un terzo candidato che rideterminasse un equilibrio. Senza contare che se questa operazione fosse stata fatta 20 anni o 30 anni sarebbe stata definita coraggiosa e intelligente. Oggi invece ci si limita a mettere etichette come nel mio caso definendomi civatiano. La verità è che io non ci ho mai parlato con Civati. Quella di Paradiso insomma è stata un’operazione tutta regionale il cui senso mi pare chiaro».
Rimane dunque Speranza e Area riformista?
«Lo ripeto. La sua mi pare una visione sostenibile. Aggiungo che le recenti posizioni sulla legge elettorale sono pienamente condivisibili».
Si sta iscrivendo agli speranziani?
«Faccio una battuta: al netto dei rapporti di amicizia che mi legano a Roberto, per il mio carattere sono uno che difficilmente si affida totalmente ad una persona. E poi è sbagliato anche dire speranziani come non mi permetto mai di chiamare i miei amici i lacorazziani. Questo è un problema legato alla personalizzazione della politica. Mi convince l’idea invece di una ripresa di slancio della sinistra autonoma nel Pd. Una sinistra moderna e riformatrice».
Non mi ha convinto. Insomma se Area riformista diventa quello che lei chiede, è pronto a entrarci?
«Non c’è dubbio. In questi mesi ho taciuto e non mi sono mai iscritto a nessuna corrente nazionale. Sono rimasto con le mie posizioni e le mie opinioni. Ed è chiaro che se Area riformista, che è guidata da un lucano a cui voglio bene (anche se ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto diverse opinioni come nell’ultimo congresso regionale o sullo Sblocca Italia) si struttura sul territorio e diventa una forza competitiva nel merito con la proposta Renzi, allora sono pronto a entrarci».
Lei è anche legato a Zingaretti…
«E’ vero. Abbiamo rafforzato il nostro rapporto anche per le visite della memoria nei campi di sterminio con gli studenti. Lo ritengo un ottimo governatore. E’ una persona onesta, seria e capace ma qui non si tratta di mettere in piedi un’alternativa a Renzi. Qui si tratta di cambiare il Paese e quindi non è che si aspetta Zingaretti per fare il cambio della minoranza».
Lei parla di una minoranza divisa. Lo stesso accade in Basilicata. Dove al netto dell’area Pittella – Margiotta - Antezza che sotto lo stesso ombrello renziano sembrano uniti almeno negli obiettivi, dall’altro lato quelli di tradizione ex diessina oggi non sono in sintonia. Mi pare che sia come la politica dei “quattro cantoni” con Folino, Lacorazza, Speranza e Bubbico ciascuno nel proprio fortino elettorale. E’ invece possibile che si torni tutti insieme?
«In Basilicata ci sono molte più variabili, e soprattutto tra di noi ci sono buoni rapporti. Il che lascia ben sperare il futuro. Ovviamente questa sintesi deve essere favorita dai luoghi della discussione, consentendo a personalità significative della nostra politica, tra cui Vincenzo Folino, di rientrare nel Pd lucano. Credo che le sue posizioni politiche possano essere utili alla discussione politica del Pd e della Basilicata. Ma è chiaro che non si unisce un’area se un pezzo sta fuori dal partito. Io comunque credo che siamo sulla buona strada. E in più vorrei aggiungere che il renzismo qui da noi assume un profilo piuttosto delicato».
Perché?
«Perché impatta in maniera forte con la questione petrolio, anche in virtù della riforma del Titolo V. Poi c’è tutta la questione legata alle macroregioni. Magari non sarà materia di questa legislatura anche grazie allo stop di Speranza, ma rimane un tema in campo. Allora se Renzi dovesse dire: la Basilicata la spacchiamo poi che succede? Poi ogni qualvolta si produce un’azione di razionalizzazione della spesa sul piano nazionale, in Basilicata per l’effetto del rapporto tra demografia e geografia si producono perdite in termini di presidi».
Perché per molti oggi “essere di sinistra” o peggio essere stati comunisti diventa imbarazzante?
«La sinistra è quella europea. E il Pd sta nel Partito socialista europeo. Quindi sinistra non è una brutta parola. Il problema piuttosto è quello di evitare di dare l’immagine di voler ricostruire una sinistra antica. Anche se voglio bene a quella storia e ancora mi emoziono quando rivedo i funerali di Berlinguer».
Petrolio pagina ancora tutta da scrivere in Basilicata?
«Dal decreto Sbloccaitalia in poi sono stati fatti passi in avanti. Grazie ai parlamentari, in particolare Speranza e al presidente Pittella. Ma questo non significa che non ci sia nodi aperti. Poi c'è da fare in Basilicata: rigore e investimenti nei controlli, nel monitoraggio e nelle prevenzione ambientale e della salute, tavolo della trasparenza, una riflessione attenta sull'utilizzo delle risorse che coinvolga tutto il territorio regionale che non può prescindere da quel principio di prossimità che è insito nelle “compensazioni ambientali”.
Nuovo Statuto. Il tema si incrocia anche con la giunta sul riferimento all’incompatibilità tra assessore e consigliere regionale. Lei cosa ne pensa in merito?
«Non possiamo fare uno Statuto piegato sulle vicende politiche interne. Se ci sono scelte politiche da fare si faccia una discussione politica nelle sedi deputate e si agisca poi di conseguenza Dico solo che bisogna tener conto che a breve ci sarà la Riforma del Titolo Quinto che rischia di limitare i poteri delle regioni e dei territori. Per questo invito tutti a riflettere sia sull’elezione diretta del presidente e sia su tutte le possibilità dall’incompatibilità definitiva dei ruoli, alla sospensione temporanea».

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