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Italicum, rottura nel Pd Speranza si dimette
L'annuncio nell'assemblea con Renzi e deputati

Basilicata

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POCHE parole, prima del passo indietro: «Sull’Italicum sono in profondo dissenso». Nient’altro, se non l’ufficializzazione di quanto aveva annunciato nei giorni passati. Così Roberto Speranza si dimette da capogruppo del Pd alla Camera.
Tenendo fede alla linea condivisa con i circa 80 deputati di Area Riformista di cui è leader: no al voto di una legge blindata. Fino a mettere “a disposizione” il suo mandato.
Sceglie la leadership politica di corrente e non quella del gruppo alla Camera. Al termine di una giornata, ma più correttamente di mesi, di braccio di ferro tra maggioranza di partito e minoranza Dem. «Non sono nelle condizioni di guidare questa barca. Perciò con serenità rimetto il mio mandato di presidente del gruppo e non smetto di sperare che questo errore che stiamo commettendo venga risolto. Credo nel governo, credo nel Pd e nel gruppo. Ma in questo momento è troppo ampia la differenza tra le scelte prese e quello che penso». Sono queste le sue ultime parole da capogruppo.
Al termine dell’attesissimo faccia a faccia di ieri sera tra Renzi e i parlamentari Pd. Un finale che non era difficilissimo attendersi, date le premesse: un vero e braccio di ferro interno al Partito democratico, in vista del voto dell’Italicum alla Camera.
E alla fine il Presidente del Consiglio non ha lasciato nessun metro libero sul terreno del confronto. Fermo nella posizione di chiusura a qualsiasi ipotesi di modifica della legge di riforma elettorale. «Il governo è legato a questa legge elettorale, nel bene e nel male», ha esordito davanti ai deputati, spiegando i 5 motivi per i quali l’Italicum va votato così com’è. In qualità di leader di Area riformista, Speranza aveva giurato fedeltà alla linea della minoranza Dem tanto da dirsi disponibile a “mettere a disposizione il proprio mandato”. A nome degli 80 deputati è rimasto fermo sulla posizione annunciata da giorni: “non voteremo una legge blindata”. Gli ultimi tentativi di mediazione tentati ancora nella giornata di ieri non hanno portato da nessuna parte.
«La legge elettorale perfetta non esiste da nessuna parte - ha esordito il Presidente del Consiglio in apertura dei lavori - Chi voterà la proposta della segreteria parte dalla consapevolezza che non esiste la legge perfetta. Chi deciderà di votare contro dovrebbe comunque riconoscere un lavoro di mediazione e di cambiamento lungo 14 mesi».
Per Area riformista non solo una questione di merito, ma anche di merito. Anche dopo la rottura del Patto del Nazareno, il Presidente del Consiglio ha mantenuto la stessa linea: la maggioranza decide, la minoranza si adegui.
Poche ore prima dell’assemblea dei democratici, ieri sera, ara arrivato il niet di Lega, Forza Italia, all’ipotesi di porre in aula la fiducia alla legge di riforma del sistema elettorale. “Sarebbe un golpe”. E per scongiurarne il pericolo, i partiti di minoranza, ognuno per la propria parte, ha preso l’iniziativa: rivolgersi direttamente al Capo dello Stato. Contrarietà alla fiducia anche da parte di Ndc. Ma la risposta del premier arrivata nel corso dell’assemblea non sembra lasciare spazio a nessun dubbio: “Il governo è legato a questa legge elettorale, nel bene e nel male”. Insomma, se la minoranza Dem continuerà a mettersi di traverso, si ricorrerà alla fiducia. In mattinata lo aveva già detto, dalle colonne di Repubblica, Debora Serracchiani.

m.labanca@luedi.it

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