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La materanità perduta
e il turismo 3.0

Basilicata

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RISALENDO via Don Minzoni, pochi giorni fa, noto un signore di una certa età, con una borsa della spesa fermarsi a guardare un gruppo di turisti cinesi che sull’altro lato della strada scendevano verso il centro. ‘Negli anni ’60 anche un semplice straniero per noi era quasi un extraterrestre’, borbotta a voce alta ‘figurati questi Cinesi’. I nostri sguardi si incrociano, sorrido e gli chiedo: ‘E oggi, che sensazione ha nel vedere tutta questa gente arrivare a Matera?’. ‘E’ come si ci rubassero un po’ di intimità’ mi dice ‘quasi profanassero qualcosa che ci appartiene, come se mettessero gli occhi su una figlia’. Scambiamo altre due parole, ci salutiamo e proseguo verso la stazione, verso il piazzale oggi pieno di autobus turistici. Queste parole fanno pensare, mentre negli occhi e nelle orecchie vedo e sento risuonare parole di campagna elettorale che richiamano alla ‘materanità’. Siamo stati scelti come Capitale Europea della Cultura, ma ancora, nella comunità cresciuta nella schizofrenica ‘gravina’ che divide la vergogna dal sito Unesco - l’ombra della antica povertà dal senso di luce di riconoscimenti internazionali - è l’intimità ‘perduta’ il valore di riferimento.
Non voglio entrare ora nelle polemiche della campagna, la strumentalizzazione emotiva che si fa di questo sentimento: vorrei invece riflettere insieme rispetto al rischio, più volte sollevato, della potenziale emergenza turistica che si sta vieppiù scatenando nelle nostre strade. Sassi invasi, città impreparata, mezzi di trasporto ancora inefficienti, mentre i riflettori di Matera 2019 spingono sempre più altri cittadini del mondo a venire a scoprirci.
Poche settimane fa abbiamo avuto ospite all’Università uno dei massimi esperti di management turistico, l’olandese Frank Go: ci è venuto a trovare dopo aver letto il dossier, perché rimasto colpito dalla capacità di mediare fra il recupero del senso di comunità locale e l’apertura alle innovazioni internazionali. Gli studi sul turismo hanno di recente coniato un nuovo termine, ‘Turismo 3.0’, riconoscendo che da un fenomeno di ‘consumo’ si è passati ad un diverso trend, dove i viaggiatori (quelli che noi chiamiamo ‘cittadini temporanei’) ricercano una dimensione locale, quel senso di comunità che hanno smarrito nei grandi centri internazionali da dove spesso provengono. Non si cerca più il luogo/vetrina da comprare, ma l’esperienza che ti faccia sentire parte di un vissuto, nella quale le relazioni umane riacquistino un valore genuino, un’intimità che la frenesia delle megalopoli non riesce più a darti. Frank Go è stato di recente chiamato dal sindaco di Amsterdam per fronteggiare una grande crisi che sta attraversando la comunità dei residenti del centro storico, in piena ribellione verso i turisti: 80.000 residenti nel centro storico non vogliono fare la fine di Venezia, spopolata e in mano a flussi di turisti che stanno svuotando Venezia della sua essenza, data non solo dai monumenti ma da chi la viveva (dagli anni ’60 la popolazione del centro storico si è ridotta a quasi un terzo). Ed è sul laboratorio Matera che Frank Go vuole puntare, per capire come la ‘cittadinanza temporanea’ possa essere modello per il futuro del turismo, trovando una nuova armonia fra locali e ‘stranieri’, coniando una nuova comunità allargata.
E’ su questo progetto, riconosciutoci da fuori, che ci giochiamo il futuro non solo di Matera e la Basilicata, ma, come modello, dell’Europa e del mondo intero. Per far questo dobbiamo necessariamente lavorare insieme a ridare un senso profondo alle nostre comunità, restituendo ‘normalità’ (intesa come giusta armonia), ai quartieri delle città così come ai paesi del territorio. Vuol dire, per i Sassi, usare gli strumenti che il Comune ha in mano (proprietà demaniale) per evitare la conquista di alberghi e b&b, e ridare attività ‘normali’ ai cittadini che vi risiedono; così come aiutare i quartieri ‘storici’ a riconquistare una propria identità e quella narrazione che sappia anche coinvolgere cittadini temporanei. Una narrazione di sé che peraltro è quella dei Sassi, del rapporto con un territorio vissuto anche nelle sua drammatiche dinamiche. Per coinvolgere i nuovi cittadini, dovremo convincerli a vivere più tempo con noi, e allo stesso tempo capire come limitare le invasioni dei gruppi, che seguono ancora dinamiche di consumo (peraltro con una scarsa ricaduta economica locale) del ‘bello’ finto. Il ‘bello’ sta anche altrove: innanzitutto sta nel recupero delle nostre relazioni che costruiscono la comunità, sta in un uso della cultura che aiuti i processi di partecipazione e di costruzione, sta infine in una cura della qualità dell’ospitalità e dei rapporti, non solo per i turisti, ma, come comunità allargata, prima di tutto per noi residenti.Facendo questo, saremo in grado forse di recuperare quel senso di intimità perduto, e diventeremo veramente un laboratorio internazionale ed un modello (materinternazionale) che altri potranno, da tutto il mondo, iniziare a sperimentare con noi. Per far rivivere la nostra ‘figlia’ terra, dono dell’umanità.

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