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L'avvocato, il molosso di Matera
Quello che dice la sconfitta di Adduce

Basilicata

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Due foto sintetizzano l’epilogo della campagna elettorale di Matera. La prima. Mi colpisce l’immagine del neo sindaco, l’avvocato Raffaello De Ruggieri, che beve a canna, nella notte della festa, da una bottiglia di spumante. Mi riesce difficile immaginare che l’abbia fatto altre volte nella vita. Perchè dell’avvocato ho un’idea, che rubo a un filosofo a lui caro e che è nel suo dna culturale, di un “nato già vecchio”. Il suo profilo di spessore borghese e perimetrato in una dimensione di importante tradizione cittadina, all’improvviso diventa popolare. Egli è nella folla che lo acclama, che lo issa in alto. In un tripudio di felicità contagiosa che spezza ogni inibizione. Come una tendenza che, nata di nicchia, si scopre patrimonio di largo consumo. Qualunque peccato di egocentrica altezzosità possa aver commesso nella vita, anche l’ultima reazione decisamente su di tono avuta alla fine della campagna elettorale ( quel “ti spello viva” con cui si è rivolto a una povera disgraziata che rumoreggiava sotto il palco), svaniscono nel sentimento di forte adesione emotiva che la città gli ha tributato.
Anche la Mastrosimone passa inosservata nella folla, l’ex assessore regionale, sì, lei che provocò più di tutti l’ondata forte di indignazione per rimborsopoli.
La materanità prima di tutto, una antica, inossidabile, profonda radice. Una strategia che ha funzionato, che ha fatto presa. Unita a una rassicurate esperienza che si accompagna alla convinzione che a un certo punto della vita essa – l’esperienza - deve per forza essere impiegata per il bene degli altri. Preferita - e questa è l’altra immagine che mi rimane - alla materanità di un gruppo di quattro giovani dotati di curriculum scelti da Salvatore Adduce come espressione di rinnovamento di una Giunta che non potrà fare. Quattro giovani che l’ex sindaco ha fatto salire simbolicamente sul palco, apparsi però subito come degli imprevisti fortunati a dimostrazione di quanto siano relative le discussioni quasi sempre apodittiche attorno all’esatto destino che vogliamo: se sei un "predestinato figlio di” generi rabbia, se sei un selezionato signor nessuno passi per fortunato e provochi la stessa, identica disapprovazione. Ricordate quante discussioni sulla Giunta di Pittella? Quattro esterni, quasi tutti (tranne uno) non giovanissimi, ed “esteri”. Un’offesa alla territorialità che ancora vanno gridando. Adduce ha proposto esattamente il contrario: giovani, donne, materane. Ma non ha funzionato. E’ stata una carta finale e affrettata, apparsa evidentemente poco credibile. La città ha preferito la garanzia del grande vecchio, l’aristocrazia che si si fa popolo, che illumina un percorso già tracciato, e che dal popolo viene acclamata come liberatoria. Quel popolo la cui rappresentanza – se questa parola ha ancora un senso – doveva essere patrimonio dei democratici. Un corto circuito. Perché?
1. Il Pd è andato di traverso a Renzi in tutta Italia. Ma anche le scelte di Area riformista non hanno dato risultato. In Basilicata da un paio di anni tutte le candidature che trasmettono l’idea di essere imposte crollano. Siano nomi nuovi (per esempio l’avvocato Petrone a Potenza), o nomi che hanno lunga storia alle spalle, come Salvatore Adduce. Il successo di Pittella contro Lacorazza è la controprova. Benché il governatore non sia nuovo alla politica, il fatto che abbia rotto gli schemi e le catene del vecchio partito regione lo ha imposto come l’uomo che andava premiato. Pittella pescò in un bacino elettorale che va oltre il serbatoio tradizionale del Pd ex Pci (cui tra l’altro egli non appartiene). Ed è evidente che molti di coloro che hanno votato De Ruggieri a Matera votarono Pittella alle primarie. Per esempio Bradascio. Né vale, ma proprio per niente, sventolare la bandiera giudiziaria. Di questo se ne ricordino i vecchi Dem che invece vengono da una tradizione secondo la quale il terreno della legalità formale viene prima di ogni altra cosa. De Luca (Napoli) docet. A Venezia, per esempio, dopo lo scandalo del Mose: perché non premiare un pm dalla reputazione irreprensibile come Casson? Evidentemente la politica è altro. E il sentimento popolare che l’accompagna è mutevole, a seconda dei contesti e delle stagioni. Se Cacciari può dire: bisognava mettere in campo forze nuove, forze giovani, c’è da concludere - e cito un film che mi ha suggestionato più volte in queste settimane, Youth di Sorrentino, - che la novità non è un fatto anagrafico. Il che può anche essere rassicurante in un momento nel quale, tutti i quarantenni d’Italia si sono sentiti dei dinosauri rispetto a quello sguardo di Renzi che sembrava dirti: torna a casa tu, che ormai hai fatto il tuo tempo. Proprio il premier esce sconfitto dalle amministrative. Anche se bisogna fare attenzione a polarizzare lo scontro, Pd, antiPd, centrodestra resuscitato. E’ probabile che ovunque ci siano stati tanti casi locali come Matera, molto complessi da decifrare secondo categorie semplicistiche. Sotto il simbolo delle civiche battono vecchie appartenenze. Ma è anche vero il contrario, e cioè che l’identità di un partito oggi è liquefatta. Così come la vecchia stagione dei sindaci, quando era impossibile che un uscente fosse sconfitto alla seconda legislatura. In questo panorama avanzano figure che potremmo definire “aspecifiche”, uomini (e poche donne) che interpretano un tempo che ci è dato. E la misura del tempo è quello che sentono i cittadini.
1. Nella gerarchia delle sconfitte Pd, Matera pesa più di Arezzo. Il Pd, che nel Mezzogiorno ha fatto il colpaccio alle regionali, ha perso la guida della città capitale della cultura. L’unica grande scommessa di innovazione culturale per il Sud e l’Italia dei prossimi anni. A Matera non si sono visti né Renzi né Franceschini, benché quest’ultimo abbia D’Andrea nella sua segreteria. Perchè Adduce non è un renziano? Più realisticamente non si sono infilati in una dimensione molto territoriale dello scontro, cosa invece che non hanno disdegnato di affrontare apertamente Gianni Pittella o Filippo Bubbico. La figura politica di Adduce partiva indebolita dal fatto che si sono persi mesi per decidere che fosse lui il candidato del Pd. Se Adduce fosse stato acclamato candidato sindaco a novembre, subito dopo la vittoria, unitariamente, sarebbe subito apparso con una forza tale da non essere messo in discussione. Le primarie, su questo Luongo aveva ragione, sono un metodo. Uno dei tanti. Chi ha indugiato ne ha messo a rischio la credibilità, ha consentito a quella fetta del Pd che si è spostata con Tosto e De Ruggieri di dire quello che ancora oggi ha dell’incredibile: voto contro il candidato Pd ma resto nel Pd. E’ evidente, allora, che accanto a “Pd non Pd” c’è dell’altro. Che non ha nulla a che vedere con gli ammutinamenti di partito e che Vincenzo Viti spiega dal suo punto di vista nel pezzo che potete leggere più avanti.
1. Il voto dice che la città non ha riconosciuto la vittoria che ha conseguito Adduce a ottobre e si è invece sentita garantita per il futuro da De Ruggieri. Il ragionamento che portava a compensare i limiti dell’azione amministrativa con il successo straordinario che doveva aggregare tutti attorno alla vittoria è stato oggettivamente smentito. In pratica l’ex sindaco ha avuto una vetrina mondiale ma ha perso a Matera. La città non gli è stata riconoscente, perchè? Non lo ha considerato il padre della vittoria o non si è sentita sufficientemente coinvolta nel percorso? Una città è poliedrica, segmentata, difficile da cogliere nella sua interezza. Lo scrittore Andrea Di Consoli ne racconta il dualismo. C’è tutta una fetta di città (anche se la cosa non riguarda solo Matera) che non legge i giornali, non parla inglese, che non usa twitter, che non sa bene cos’è un web team. Molti si sono spontaneamente messi in gioco, sapendo che i processi di trasformazione e di cambiamento dipendono dall’agire individuale. Un’altra parte ha camminato insieme per il traguardo storico e poi ha capito che poteva anche continuare da sola (tra questi il gruppo vincente) e infine un’ altra parte della città, che è la maggioranza, che si è sentita probabilmente espulsa da un’ ambizione, da una prospettiva, da una utopia, aspettando forse una cosa impossibile: una specie di compiti ad personam per Matera2019. Difficile che la costruzione del futuro possa essere questa, anche con de Ruggieri. Nè si può immaginare di avere pretese pedagogiche. Perchè se si vuole spiegare alla città chi era Alessandro il Molosso si rischia sui tempi lunghi di produrre lo stesso effetto di chi ha voluto spiegare cos’è un coderojo. La cultura non si insegna. Si rende accessibile. E la grande conquista della modernità che ha cambiato per sempre le relazioni sociali, nonostante il parere di Eco, è che dalla rivoluzione dell’accessibilità digitale non si torna indietro. Poi uno può rimanere un imbecille o diventare premio Nobel. Ricordo un bel pezzo di Ilaria D’Auria che spiegava che cosa Matera2019 non avrebbe portato. Ma la politica - quella che ha ruolo guida nelle istituzioni - per essere vincente, ha bisogno di numeri e di essere capita da tutti. La differenza di voti tra il vincitore e lo sconfitto non è bassa, come fu alle passate amministrative. Anzi, possiamo dire che questo turno rappresenta il compimento di un cammino iniziato con Buccico. Tosto perse per pochi voti, in una città che nel frattempo radicalizzava lo scontro politico dando grande affermazione al Movimento cinque stelle. De Ruggieri è la scelta di una ribellione finale. Anche rispetto a una politica apparsa sempre troppo dipendente da Potenza. Cos’è la materanità se non un grido di autonomia? E quando la protesta esplode in maniera così massiccia è doveroso prenderne atto. Ma ricodiamoci di un cosa. Non è vero che la città non ha colto cosa fosse Matera2019. Lo hanno capito fin troppo bene. Semplicemente Adduce non è stato ritenuto l’interlocutore adatto. Chi perde ha sempre torto. E dunque auguri di buon lavoro a Matera e all’avvocato De Ruggieri.

l.serino@luedi.it

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