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Le due Matere

Basilicata

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LA classe dirigente del Pd – non tutta, per fortuna – pensa che la propria complessità dorotea coincida con la complessità della società, che oggi è sempre più sincretica, instabile, liquida, in movimento, anche con spinte regressive che malamente si mescolano con le spinte innovative. Le elezioni comunali – quelle di Potenza ieri, quella di Matera oggi – confermano questa frantumazione del quadro sociale, che solo in minima parte si riconosce in organizzazioni partitiche e sindacali o in classi sociali ben definite storicamente (cos’è oggi la borghesia, piccola, media o grande? Cos’è il proletariato? Cos’è la classe media? Hanno ancora senso queste categorie sociali?).
Un fenomeno però sembra delinearsi nettamente, nelle grandi città del Sud dell’era post-industriale: una divaricazione che potremmo definire ipotizzando da un lato una “società culturale” e dall’altro una “società popolare” (ovviamente spezzoni dell’una tendono a confluire e a confondersi nell’altra). Prendiamo come esempio Matera. Perché ha perso Salvatore Adduce, dignitoso esponente del progressismo materano? Perché una parte della città – inutile nasconderlo: Matera è divisa in due – non si sente protagonista di questa nuova stagione “culturale” post-industriale, spesso liquidata, trasversalmente a livello sociale, come egemonia del “club dei supponenti” (copyright Nicola Buccico), degli acculturali figli della borghesia politicizzata, dei cerchi magici radical-chic (coloro che odiano l’antipolitica perché, dalla politica e dai rapporti sociali che hanno, traggono ancora motivo di soddisfazione).
Da un lato, dunque, la Matera più profonda e insondabile: a-ideologica, diffidente, rabbiosa, ma anche gaudente, spesso pacchiana, indifferente socialmente, laboriosa senza progettualità politica, economicamente fragile o, al contrario, economicamente egoista, culturalmente “basso-televisiva”, ma anche “alta” e conservatrice, e che guarda al “boom” dei Sassi con frustrazione, perché sente o pensa che saranno “i soliti noti” a guadagnarci. Dall’altro, la Matera progressista e modernista: registi, intellettuali, impiegati qualificati, studenti, artisti, politici, esponenti dei poteri economici, figli della spesa pubblica, ecc., che sanno che la “nuova Matera” dipenderà fin in fondo dalla capacità di governare lucidamente e razionalmente questo processo di epocale trasformazione.
Forse, Adduce ha più voti a Roma che non a Matera (a Roma, per dire, tra l’intellighenzia di sinistra che ha a cuore le sorti di Matera). De Ruggieri, pur essendo uomo di alta cultura (come, a suo tempo, il suo amico Buccico), è, a differenza dei cosiddetti radical-chic, figlio di una cultura severa, rigorosa, accademica, antichistica, anche retorica, per carità, ma che nulla ha da spartire con la emergente “cultura” comunicazionista-eventista-spettacolarista-pubblicitarista della sinistra egemone, benché questa sinistra, a onore del vero, ha portato a casa il trionfo di Matera Capitale della Cultura europea 2019.
Insomma, esistono due Matere e, dal risultato elettorale, si evince che la Matera “normale”, profonda, nascosta, refrattaria, delusa, che poco si sente coinvolta dalle opportunità che offre l’essere “capitale deldila cultura”, è la maggioranza della città. De Ruggieri, come Buccico ieri, soffrirà molto per la poca organizzazione e compattezza rappresentativa del proprio mondo sociale di riferimento, e dovrà fare i conti, amaramente, con una ideologia culturale fondata sull’effimero, sull’evento in sé, sul sogno di una “belle époque” degli acculturati che cinguettano ma, come Buccico ieri, rappresenterà positivamente i non rappresentati dal Moloch Pd, e dunque determinerà una battuta d’arresto della sbornia festaiola e un riequilibrio di poteri tra la “società culturale” e la “società popolare” (a vantaggio di quest’ultima).
Cos’ha da imparare la politica dalla sconfitta di Adduce? Che non basta fare i padri della patria solenni e olimpici ben acquartierati nei ministeri solo perché, magari, per ceto e per censo acquisito, non si è più costretti a soggiacere o a fare i conti con sentimenti pre-politici quali la rabbia, la collera, la visionarietà, la nostalgia, la diffidenza verso la modernità, il pessimismo, ecc. E che non basta essere programmaticamente moderni (city manager, banda larga, turismo avanzato, design rupestre, crowfunding, società dello spettacolo, ecc.) se non si ha la capacità di coinvolgere tutti in questo processo e, soprattutto, di far sentire tutti all’altezza e degni di questo processo.
Gli intellettuali possono permettersi la solitudine o l’essere minoranza, ma la politica no, e questo Adduce avrebbe dovuto saperlo, anche se gli va dato atto che probabilmente, per entusiasmo e generosità, ha raccontato la nuova Matera meglio fuori dalla Basilicata che non tra i propri rioni e quartieri, chiusi spesso in una vita ordinaria dura, agra e grigia, ritenuti superflui per la realizzazione del “grande disegno” (ma, lo ripetiamo, i romani del quartiere Prati non votano a Matera, quelli di San Giacomo e Agnia invece sì).
La politica è l’arte di capire, governare e guidare il popolo. Pensare di fare tutto questo senza calare le proprie idee, benché nobili e progressiste, tra il popolo, è un lusso che in Basilicata nessuno può più permettersi essendo tramontata quasi definitivamente la “società dell’assistenza”.
De Ruggieri avrà molti problemi da risolvere, e la sua sindacatura sarà accidentata e complessa, ma nessuno avrà vita facile in futuro se non si tornerà ad amare il popolo, finanche machiavellicamente, per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse in base ai nostri studi e alle nostre raffinatezze politiche. Senza popolo non si va da nessuna parte, non solo a Matera. Per questo la politica è difficile, altrimenti la farebbero tutti.

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