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L'INTERVISTA - Si può? «Sì», dice Folino
Questo Pd non è più in grado di dare risposte

Basilicata

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Si può anche in Italia? Sì, dice Vincenzo Folino. Perché niente è immodificabile. Con una canzone viene meglio. Che poi è quella che lo ha accompagnato in altri momenti di crisi con la politica. La cantava Pino Daniele, un inno alla sua terra: «Nun è overo nun è sempe 'o stesso Tutt'e juornë po' cagnà'. “Terra mia – dice il parlamentare (Pd o non Pd lo vediamo tra un attimo) – la terra che va difesa, confrontandosi con i corpi sociali, ascoltando i bisogni, tenendo conto delle nuove domande».

Lei ha votato no alla legge sulla scuola. Si era già autosospeso dal Pd, ma è rimasto nel gruppo parlamentare. In maniera, diciamo, indisciplinata. Non credo che Renzi la prenda bene.

«Io spero ancora che Renzi nei prossimi mesi possa cambiare rotta. Le riforme devono essere fatte in maniera ragionata, senza supponenza. Vi sono nel paese ceti, soggetti, bisogni di cui occorre tener conto».

E Renzi non interpreta questi bisogni?

«Ha coraggio, ma c’'è anche un eccesso di semplificazione. A volte il rimedio è peggiore del male, come nel caso delle Province, dove non c’è certezza per i servizi ai cittadini e preoccupazione tra i tanti lavoratori di quegli enti. E così anche per gli enti locali, compreso l’ultimo decreto».

Quello del salva Potenza. Ma lì cosa è successo, un dispettuccio politico?

«Spero di no, sarebbe un danno alla città motivato da beghe politiche interne. A quanto ne so il decreto è partito dal Ministero dell’Interno con l’ipotesi di spalmare i debiti in cinque anni, ed è stato modificato a Palazzo Chigi. Aspettiamo la conversione al Senato per un commento definitivo».

Lei è nel gruppo dei pregiudizialmente contro.

«No, mi baso su valutazioni di merito, come ho fatto sullo Sblocca Italia. Ricorderà che il 9 dicembre 2013, subito dopo le primarie, dissi: "Ora siamo tutti del Pd di Renzi". Oggi sono abbastanza deluso dalla linea del Pd, e nonostante il fatto che la sinistra di governo in questi anni si sia arenata su ritardi e contraddizioni, ciò non toglie che quei valori e quelle idee restano fondamentali e vanno resi attuali. E’ di questi giorni l’enciclica del Papa. Leggendola, il pensiero è tornato a certi discorsi di Berlinguer degli anni ‘70».

Insomma lei è tra quelli che se ne stanno andando insieme a Fassina?

«Vedremo, non so. Intanto dal Pd se ne sta andando una parte significativa del nostro popolo. Con Fassina vi sono mondi dell’accademia e della cultura che osservano lo scenario internazionale e seguono meno gli hashtag renziani».

Non mi risponde, ci torno. Intanto questo scenario internazionale. Certo è sotto gli occhi di tutti l'affanno dell'Europa e quello che ci dice il referendum greco. Una bella spinta per chi pensa che "si può"

«No, io rispondo e sono sincero, ma in una situazione incerta non è facile rispondere con un si o con un no. Le istituzioni europee hanno dimostrato tutta la loro inadeguatezza, sull'immigrazione innanzitutto (e qui Folino mi indica il mappamondo alle sue spalle aggiungendo: noi siamo solo un puntino. Lo tengo in bella mostra perché ogni giorno ci sia questa consapevolezza). I conservatori europei si rinchiudono nell’Europa del Nord, sono tentati di alzare i muri, il Pse è debole e vuole solo abbassarli o accorciarli. C'è bisogno, invece, di fare ponti. C'è bisogno di più Europa, più democrazia e meno oligarchie finanziarie. Ricordo ancora quello che disse qualche anno fa l'ambasciatore del Marocco a Potenza: non c’è solo l’Europa continentale, c’è anche il Mediterraneo che nella sponda Nord ha perso milioni di posti di lavoro. E la sponda Sud, fra tante contraddizioni, esprime una vocazione alla crescita e allo sviluppo nel rispetto dell'ambiente e dei diritti. E così in Europa avanzano partiti e movimenti diversi da quelli tradizionali, Podemos, Syriza, e in Italia i Cinquestelle. Sono popolati da giovani e giovanissimi che sono per lo più fuori dal mercato del lavoro. La vicenda del debito greco era e rimane drammatica, ma la scelta di Tsipras di tenere il referendum ci dice che devono contare i popoli e che c'è bisogno di politiche adeguate di sviluppo sociale per ripartire».

E l’Italia?

«Alcune cose buone sono state fatte, ma occorre fare di più. Gli 80 euro di Renzi sono un segnale positivo al ceto medio, ma sono poca cosa senza misure di sostegno come il reddito minimo finalizzato a fluidificare il mercato del lavoro. Il jobs act si può anche comprendere (con molta sofferenza), ma i posti di lavoro sbandierati per effetto degli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato sono, per ora, solo l’emersione (positiva, ma non sufficiente) del precariato. Perché il lavoro si cera con politiche industriali adeguate».

Non mi pare che Renzi sia in disaccordo su questo

«Non vedo una spinta, un’adeguata determinazione, per esempio mi sarei aspettato che Renzi a Melfi, oltre a dire ‘bravo Marchionne’, dicesse che il governo parallelamente finanzierà un contratto di programma rivolto all’ammodernamento delle aziende dell’indotto Fca, per consolidare l’occupazione esistente e crearne di nuova, evitando quindi, come sta accadendo, di fermare la produzione della Fca per mancanza di componenti. Si può fare crescita ma serve una strategia industriale adeguata e non la svendita dei gioielli del settore ferroviario, dall'Ansaldo Breda alla Firema di Tito».

Torniamo un attimo alla politica. I Cinquestelle sono l'equivalente italiana di Podemos?

«Non proprio, sono certamente una novità, hanno avviato un meccanismo di partecipazione un po’ chiuso ma che tuttavia si va evolvendo. Ma non hanno un profilo politico strutturato e nitido. Io penso che nei prossimi mesi irromperà sulla scena italiana un insieme di movimenti, e verrà fuori dal mondo del lavoro , dalle università, dai centri di cultura e dell'arte, dalle associazioni, dagli ambientalisti».

E che rapporto avrà questo movimento con il Pd e con i Cinquestelle?

«Nella politica italiana navigano alcuni bastimenti populisti, quelli di Salvini e Berlusconi, che saranno tenuti insieme dagli interessi economici e sociali del Nord (Veneto docet), quello di Grillo e Casaleggio, con le caratteristiche che ho indicato prima, e il Pd del semi-populista Renzi che procede però senza una rotta precisa. Vedo poi sul molo tantissimo popolo di sinistra ma anche cattolico in attesa di un vascello e di un equipaggio con il quale salpare. Il capitano arriverà alla fine».

 E insomma, in concreto, lei sta dicendo che si collocherà fuori dal Pd?

«Io sostengo Speranza e altri amici che si battono perché il Pd cambi rotta, ma la vedo complicata. Una delle questioni è l'Italicum, non l’ho votato non solo perché non permette ai cittadini di scegliere adeguatamente gli eletti, ma perché prevede un bipartitismo in un'Italia che è tripolare. Avrebbe dovuto prevedere quantomeno l’apparentamento al secondo turno. Il futuro politico dell’Italia si gioca su questo punto: bisogna recuperare alla fiducia e al voto quel vasto popolo di sinistra che sta aspettando sul molo con due possibili esiti, il dialogo con il Pd per tornare allo spirito ulivista del centrosinistra (cosa che io auspico, se Renzi decide di tornare al dialogo con un un pezzo significativo della società italiana anziché con Verdini) o il coraggio di un dialogo con il Movimento cinque stelle per dare una spinta di cambiamento fortissima al Paese».

 In pratica lei cede un po' del suo migliorismo a favore di un nuovo movimentismo.

«Ho iniziato a fare politica con gli studenti e i braccianti di Pietrapertosa. Oggi non ci basta più ‘la Ditta’, bisogna rinnovare l'elaborazione politica della sinistra in rapporto ai nuovi ceti e ai nuovi bisogni, in una logica territoriale e democratica. I valori restano, la declinazione di essi va adeguata ai tempi. Il riformismo, per sua natura, si valuta sul merito. E sul merito ho espresso il mio dissenso sullo Sblocca Italia, sull’Italicum e sulla riforma della scuola. Essendo stato educato alla disciplina di partito, penso che eviterò di trovarmi nella condizione di votare in dissenso ancora una volta».

A iniziare dal Pd della Basilicata.

«I partiti, ed anche il Pd, a Roma e in Basilicata sono gusci vuoti, consumati dagli scontri interni. Per il Pd lucano le mie speranze residue erano nella segreteria di Luongo. Prendo atto che non è riuscito a fare passi avanti nello scontro tra le varie parti. Il primo che rischia di pagare è proprio lui. C'è uno stallo che non fa bene alla Basilicata. E contemporaneamente una invasività gestionale della politica. Altro che partito regione. A Luongo riconosco, però, un grande disinteresse e una grande passione. Ci siamo confrontati per 25 anni sullo stesso proscenio, di questo passo penso che continueremo a farlo da pachi differenti».

Si chiama pluralismo e differenza di visioni.

«Il gruppo dirigente si è consumato sul potere e non su una visione. Un problema, ad essere onesti, non solo della Basilicata. Il pluralismo interno non è un problema. È che tutto questo marasma non produce un'idea di guida della Basilicata, come nel caso di Potenza, dove il Pd agisce senza né capo né coda».

Lei è espressione di questo gruppo dirigente.

«Io le mie posizioni critiche e controcorrente le ho sempre espresse fino a rischiare di essere isolato e/o indesiderato. Non si può essere buoni per tutte le stagioni. Rinuncio a una quota del mio riformismo pragmatico e, avendo goduto di credibilità, fiducia e consenso, penso di poterli restituire partecipando come allenatore, o se preferisce come accompagnatore, ai nuovi processi politici come ho già fatto nel recente passato».

 L’avanzata dei giovani, per esempio Lacorazza e Speranza. O Valluzzi, Simonetti…

«Quel processo di rinnovamento, perlopiù generazionale, ha già esplicato i suoi effetti e prodotto quadri dirigenti di qualità. Adesso occorre di più. Più apertura, più confronto, più innovazione. Contando sulle connessioni in rete e sulle relazioni dirette fra le persone. Faccio un appello alle donne, ai giovani e ai meno giovani. Fatevi avanti, proponete, e siate dentro la partecipazione democratica. Penso che sono interessati alla politica molti giovani bravi che ancora non conosciamo». 

Senta Folino, il 15 verrà a Policoro?

«C'è anche il 14 a Scanzano. Sarò in Parlamento ma è come se fossi lì. Prendo atto con piacere, al di là delle teatralità, del ravvedimento operoso del governatore Pittella sul tema del petrolio. Forse ora è convinto pure che sarebbe stato opportuno impugnare lo SbloccaItalia. E tuttavia adesso è importante un no deciso alle trivellazioni in mare. Dobbiamo sapere però che l’Adriatico e lo Ionio si salvano con un deciso intervento in anche Europa, penso al fatto che la Croazia potrebbe ugualmente procedere alle trivellazioni».

 Nella strategia energetica del governo, diciamo che il mare è ancora più alla portata della terra.

«Si, sul mare lo Sblocca Italia porta tutte le decisioni in capo al governo. Non solo le tre regioni che saranno presenti a Policoro ma tutte le regioni dovrebbero fare fronte comune con i cittadini e le associazioni, allora la battaglia si può vincere. Per le estrazioni sulla terraferma, le modifiche allo Sblocca Italia, in particolare il comma 1 bis dell’art. 38, lascia ancora uno spazio e un tempo (ormai limitato) alle regioni con il piano delle estrazioni».

 Il governatore ha ribadito fino alla noia che non si estrarrà un barile in più di quelli concordati.

«In verità questo limite era stato previsto con l’ordine del giorno Folino - Speranza - Antezza approvato dal Parlamento. Adesso, volendo dare credito al nuovo corso di Pittella, la Regione deve chiedere che si faccia rapidamente il piano delle estrazioni, almeno per la Basilicata, che deve limitare le attività petrolifere alle due concessioni già esistenti (104 mila in Val d’Agri, 50 mila a Tempa Rossa), con adeguati atti ed attività inerenti la tutela della salute e dell’ambiente e quindi stabilire che la Basilicata non può essere una gruviera. Di conseguenza la regione deve chiedere al Mise di revocare i permessi di ricerca che, ai sensi dello Sblocca Italia, potrebbero diventare anche titoli concessori per le estrazioni».

Si riferisce a Montegrosso?

«Ma anche al Vulture (Palazzo San Gervasio) e a ogni altra procedura in corso. Il Mise avrà già fatto le proprie valutazioni. Perché non le rendono pubbliche ed accessibili, rispondendo così al bisogno di trasparenza dei cittadini lucani?».

 Scusi lei cosa ha fatto quando era alla Regione?

«Bella domanda. Vuole dire che anch’io ho delle responsabilità? Certo, faccio parte della classe dirigente. Ma spieghiamo, in breve, la storia del petrolio. All’inizio, nel 1994, 1995, nessuno sapeva davvero cosa fosse il petrolio. Forse lo sapeva solo Prodi, che aveva un’impostazione decisamente statalista. Con lui, e con Bersani, la Regione riuscì a fare un buon accordo: risorse aggiuntive, oltre le royalties, che nessuno aveva mai avuto prima in Italia. In quell’accordo il tema della gestione ambientale era preponderante, ma nei fatti, nel corso degli anni, su questo tema abbiamo perso (e mi fermo qui, se no devo tornare al brutto carattere). E quando è stato siglato l’altro accordo, nel 2006, già si vedevano le criticità nell’uso delle risorse per lo sviluppo, perché è vero che abbiamo fatto la metanizzazione e il raddoppio della statale 106 (per esempio), ma in Val d’Agri e in Basilicata tutto il ragionamento sulle nuove imprese non è decollato. Poi c’è stato il memorandum del 2011, con un passo indietro anche sul piano negoziale: lo Stato, a differenza del 1998, non ha messo risorse per le infrastrutture. Abbiamo avuto poi, per una iniziativa del centrodestra, il 3 per cento di royalties aggiuntive, la card benzina, cosa buona ma non sufficiente. Ma sul piano della tutela ambientale sono emersi tutti i limiti del sistema pubblico, tali da far chiedere ad una larga fetta di opinione pubblica se il gioco vale la candela. Insomma, la vicenda petrolio è una vicenda relativamente recente, parliamo di vent'anni a questa parte. Ma le perplessità già presenti quando si sono fatti gli accordi con Eni sono cresciute in questi anni».

Capiamoci su un punto. Il petrolio è o non è una risorsa?

«Per l’Italia è una risorsa, per la Basilicata è soprattutto una criticità. Per questa ragione occorrono azioni ampie, integrate, fra risorse proprie del petrolio (royalties), fondi comunitarie e fondi statali per mettere in campo quei processi di sviluppo economico (turismo, industria) e il superamento del deficit infrastrutturale. Tale che, quando i giacimenti saranno esauriti, dovremo avere una Basilicata sviluppata e moderna e non un deserto».

Era lo spirito del Memorandum.

«Che si è perso per strada, anche a causa di un provvedimento (la cosiddetta moratoria) inefficace dal punto di vista giuridico e dannoso per le conseguenze che oggi produce».

 Pittella ha portato a casa dei risultati.

«Si, certo, con l’aiuto dei parlamentari ed in particolare di Speranza, e dei sindacati, risorse finanziarie utili (fondi ex card benzina, 50 meuro fuori dal patto di stabilità) e la conferma di un introito sulle future estrazioni con una quota del 30 per cento dell’Ires. Ma come ho detto prima tutto ciò è utile ma non sufficiente. Serve una strategia di sviluppo per la Basilicata. La Guidi un anno fa sembrava molto disponibile. Forse aspetta proposte».

 Io però vedo molta demagogia sulla questione del rapporto Stato-territori connesso allo Sblocca Italia. Il titolo V ha una sua storia, non è sempre esistito e il regionalismo credo segni il passo.

«Appunto, e del resto la prova di ciò è proprio l’accordo del 1998, che fu stipulato prima della riforma del titolo V. Ma oggi siamo già in un’altra fase. Il problema vero non è il passaggio dei poteri allo Stato, ma il passaggio dei poteri alle compagnie. E pertanto gli unici strumenti utilizzabili sono il piano delle estrazioni di cui al comma 1 bis dell’art. 38 dello Sblocca Italia e una nuova intesa istituzionale di programma fra la regione e il governo. Se aggiungessimo anche un rinnovato accordo con la Puglia ed altre regioni sul tema delle risorse idriche daremmo un serio contributo per superare l’attuale crisi del regionalismo».

Folino, lei è quello che Renzi definirebbe un gufo. E chi legge questa intervista potrà commentare: quanti divorzi hai fatto, poi stai sempre lì. Dai una mano, direbbe Luongo.

«I gufi sono animali simpatici, ma sulle mie Dolomiti ci sono anche i nibbi e le aquile. Potrei parlare a lungo delle mani che ho dato finora. Arriva un momento in cui senti che devi essere coerente con quello che sei sempre stato. Si può bruciare il corpo ma non perdere l’anima. Che risposte possiamo dare ai ragazzi in cerca di lavoro a di futuro? Bastano gli hashtag o le modalità comunicative dei talk show? Questo Pd è in grado di recepire i bisogni e le complessità del Paese? Oggi io penso di no. Forse una scossa dall’esterno può aiutare».

Un autunno caldo, come sempre. Per ora va in vacanza?

«No. Dopo aver assaporato ieri i fantastici paesaggi delle dolomiti lucane potrei andare a fare un giro di studio in Spagna».

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